STANDELLS

[vinile]
È il primo album degli Standells a giungere a casa mia e il pacco è di quelli non facili da digerire. Il gruppo è il più famoso della pattuglia che, negli anni '60, passò sotto le mani del dittatore Ed Cobb, un produttore che faceva, disfaceva e decideva qualunque dettaglio, compresi canzoni, musicisti da sostituire e quant'altro (vedere la storia della Chocolate Watch Band a questo proposito). Dopo il grande successo di Dirty water, gli Standells - siamo nel 1966 - si cimentano con un album di soli successi altrui del periodo (a parte la loro canzone più famosa, la già citata Dirty water, firmata da Ed Cobb e Don't tell me what to do, di Tony Valentino, l'italiano del gruppo): il disastro è quasi totale.
Cominciamo dalle note liete, poche, posso assicurarlo. Il disco comincia neanche malaccio, con Last train to Clarksville (Monkees) e Wild thing (Troggs): della prima non conosco l'originale, ma il piglio garage è dei migliori (senza esagerare), mentre la cover del capolavoro dei Troggs, è l'unico motivo per acquistare questo lavoro. Wild thing inizia esattamente come l'originale, ma nel prosieguo i quattro Standells non si lasciano prendere dalla carta carbone e imbastiscono un generoso finale chitarristico. Dopo una discreta Sunshine Superman (Donovan), tocca a Sunny afternoon dei Kinks, fotocopiata direttamente dall'originale, non fosse per la voce, che non è quella di Ray Davies (purtroppo o per fortuna, non so decidermi). Proprio le voci sono uno dei talloni d'Achille di questo disco, sottotono, mai grintose, quasi annoiate. Lasciamo perdere le ultime due canzoni del primo lato e passiamo al secondo, quasi inascoltabile (esagero, lo so, ma è per rendere l'idea).
Eleanor Rigby (Beatles) è un affronto verso le sette note, un badile di melassa insopportabile, Black is black passa senza rumore (quasi identica all'originale e pure scadente per le voci), mentre con Summer in the city (la splendida canzone dei Lovin' Spoonful) gli Standells cercano di essere più realisti del re, cercando di riprodurre suoni, rumori e pure il timbro vocale di John Sebastian, con un risultato a dir poco avvilente. Il peggio, però, deve ancora venire ed eccolo giungere con una versione di 19th nervous breakdown (Rolling Stones, per i pochi che non lo sapessero) che definire al bromuro è come fargli un complimento. Tremenda! Chiudiamo questo massacro con la speranza che gli Standells dei primi album, di cui ho sempre letto meraviglie, siano lontani anni luce da questi.
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DISCOGRAFIA
Live and out of sight (1964)
Standells in person at PJ's (1965)
Dirty water (1966)
Why pick on me (1966)
The hot ones! (1966)
Try it (1967)
Rarities (1984)
The best of the Standells (1986)
Riot on Sunset Strip/Rarities (1993)
Hot hits & hot ones: is this the way that you get your high? (1993)
The very best of the Standells (1998)
Ban this! Live from Cavestomp! (2000)
The live ones (2001)
IL NOME
Dalla condizione di persone in attesa (to stand, restando in piedi ad aspettare) negli uffici delle case discografiche, per elemosinare un'audizione o un contratto.
LINK
Una bella biografia italiana degli Standells, l'unico sito segnalato in questa sezione (in giro per la rete si trovano unicamente biografie, tutte molto simili). [Italiano]
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Lista che interesserà il garage-punk degli anni '60, quel marasma particolare che interessò gli Stati Uniti, influenzato dai giovani gruppi inglesi che s'ispiravano ai maestri della musica nera statunitense. Come molti sapranno, la via diretta, dalla musica nera ai giovani bianchi a stelle e strisce, era difficilmente percorribile e non mi dilungo: il garage-punk degli anni '60, verrà farcito dei gruppi inglesi che all'epoca lo influenzarono, il tutto dalla discoteca di casa mia.