TOM PETTY
Tom Petty & the Heartbreakers

[vinile]
Esordio per il mezzosangue (origini Seminole o Cherokee?) Tom Petty. Gettato nel calderone punk, con cui aveva poco a che fare, il biondo Tom aveva le sue influenze principali nei Byrds, dai quali riprendeva il suono delle dodici corde elettriche. Un classico ogni-tempo come American girl e una serie di splendide canzoni che hanno dato il via ad una carriera lunghissima. Sarebbe sbagliato non partire da questa eccellente manciata di canzoni per cominciare la scoperta del mondo musicale del nostro.
You're gonna get it

[vinile]
Il secondo Tom Petty (accompagnato come sempre dai fidi Heartbreakers) è forse il disco meno incisivo della prima parte di carriera del nostro. Manca il grande classico che Tom Petty riesce a sfornare quasi ad ogni disco (nel precedente avevamo la grande American girl), anche se I need to know ci va vicino. Il suono si delinea sì come derivativo (Byrds, Neil Young - amatissimo dal nostro - i gruppi garage dei '60), ma nello stesso tempo ha già quel marchio di fabbrica che renderà Petty un grande del rock'n'roll dei nostri tempi. Un album che, col senno di poi, diventa la tappa verso le stelle.
Curiosità
Il co-produttore, secondo le note, è responsabile di: 'Scuotimento maracas, lattine di birra e rimasugli vari necessari a completare l'LP'. 'Jim (dormire, chi ne ha bisogno?) Lenahan', è definito direttore dell'illuminazione e controllore del rumore stradale.
Damn the torpedoes

È il capolavoro assoluto di Tom Petty: tutto perfetto, nove canzoni una più bella dell'altra. Tom Petty e i suoi Heartbreakers non sono mai più arrivati così in alto. Impossibile citare un pezzo a discapito degli altri, ma violentando il buon senso, nominiamo autentici classici come Refugee, Here comes my girl e Even the losers e la splendida chiusura, con la countrycheggiante Louisiana rain. Un disco che non smette di affascinare ad ogni ascolto, prerogativa degli album compiuti.
Curiosità
La splendida foto di copertina è di Glen Christensen.
Hard promises

[vinile]
Altro disco di transizione, ma era difficile per chiunque (se non impossibile) bissare un capolavoro assoluto come Damn the torpedoes. Il 'solito' classico è posto in apertura: The waiting diventerà un anthem nei concerti dal vivo e poi possiamo aggiungere una grande ballata come Insider, cantata con Stevie Nicks e l'immediatezza del ritornello fulminante di A woman in love (It's not me). Per il resto, un disco che lascia pochi segni, ma che si fa ascoltare.
Curiosità
L'ospite Duck Dunn (anche se Duck era il soprannome, dovrebbe essere lui) è l'ex Booker T. & Mg's e Blues Brothers, al basso in A woman in love (It's not me).- Stevie Nicks canta con Petty in Insider ed è ai cori in You can still change your mind. Il biondo ritornerà il favore poco tempo dopo, cantando insieme alla Nicks nel singolo (strepitoso successo mondiale) Stop draggin' my heart (scritta da Petty con il compagno Rubacuori Mike Campbell).

[vinile]
Molti storsero il naso per il suono troppo da FM (fosse tutta così la musica da FM!), ed effettivamente, You got lucky ammicca un po' troppo alle classifiche con quel synth un po' fastidioso (la canzone è comunque davvero bella). Il resto del disco, a prescindere dai critici a tutti i costi, è splendido, lasciando da parte la sola A wasted life che chiude il disco: dalle ballate come A one story town (meraviglia byrdsiana), ai rock'n'roll sfrenati come The same old you (rollingstoniana), o un po' più levigati, ma splendidi, come We stand a chance o Change of heart. I capolavori: Straight into darkness, meraviglia crepuscolare da spezzare il cuore e Between two worlds, esercizio younghiano martellante e incredibile da sentire da un Tom Petty. Una favola.
Curiosità
Una nota, in fondo ai ringraziamenti, dice così: 'T.P. [Tom Petty, per chi non l'avesse capito] vuole ringraziare in modo speciale Jimmy Iovine and Shelly Yakus per il loro incommensurabile impegno e contributo a questo progetto, senza i quali questo LP non potrebbe esistere'.- Il vecchio bassista degli Heartbreakers, Ron Blair, suona il basso in Between two worlds.
Southern accents

Disco prodotto a più mani, che soffre, nelle canzoni prodotte da David Stewart (la metà maschile degli Eurythmics), di un eccesso di suono che fa del male, secondo il mio modesto parere, alla genuinità di Tom Petty. Altrove il nostro da il meglio di sé (il classico 'classico', Rebels e Mary's new car).
Pack up the plantation

[vinile]
In questo caso, le mie perplessità combaciano con quelle della maggior parte della critica: poteva essere un live epocale, uno di quei dischi da far passare alla storia e invece è un'occasione mancata per via della produzione, tendente a far luccicare anche ciò che dovrebbe mantenersi sporco di grasso e un po' imperfetto. E poi, quella sezione fiati, disturbante e assolutamente non indispensabile per un gruppo genuino ed energico come questo (ne so qualcosa: vedere più sotto, sezione Il concerto). Il meglio: la cavalcata estenuante di Shout, la stupenda Breakdown, dove il pubblico fa la sua bella e porca figura (con Tom che esclama "Mi portate via il lavoro!") e i classici levigati dai fiati, ma comunque da brividi (come American girl). Un doppio live come non se ne fanno più (copertina apribile, foto e tutto il resto) e un'occasione persa.
Curiosità
Ron Blair suona il basso in Insider, Needles and pins, Stories we could tell e Don't bring me down (registrazioni effettuate quando il bassista era ancora nella formazione). Stevie Nicks canta con Tom Needles and pins e (ovviamente) Insider.
Let me up (I've had enough)

[vinile]
Dopo il contraddittorio Southern accents e il doppio live, Tom non riesce ancora ad uscire da un impasse che lo attanaglia da anni. L'indecisione sembra far capo a un dilemma che non può aver senso: cosa dite, proviamo a raggiungere il successo dello straordinario Damn the torpedoes plastificando i suoni e mortificando il rock'n'roll sanguigno che sappiamo fare? È precisamente ciò che succede in questo disco: la Jammin' me iniziale, scritta a sei mani con Bob Dylan e Mike Campbell, non fa di certo gridare al miracolo, però è rock'n'roll secco, come la chiusura della title track. Tra i due pezzi, i molti tentativi di far qualcosa di diverso, che si sfracellano in qualche caso contro il muro della banalità (My life/Your world e All mixed up) o fanno rimpiangere l'occasione perduta (Runaway trains).
Full Moon fever

È il primo disco solista di Petty, cioè senza gli Heartbreakers, anche se questi ultimi appaiono in massa tra le pieghe delle note (il chitarrista degli Heartbreakers, Mike Campbell, è anche co-produttore, con Tom e Jeff Lynne, il padre-padrone dell'Electric Light Orchestra). Full Moon fever è un bel bignami delle passioni del nostro: Byrds in prima linea, come sempre, la ballata rock classica e tra le altre cose, una Love is a long road che assomiglia maledettamente a Won't get fooled again degli Who. Il meglio: Runnin' down a dream, cavalcata chitarristica notturna e la splendida Free fallin' (ci ha abituati bene Petty: almeno un classico ad ogni disco).
Curiosità
In questo disco Roy Orbison fa una delle sue ultime apparizioni (se non l'ultima) prima della dipartita terrena.- Nei ringraziamenti, Tom scrive: 'Se ho dimenticato qualcuno mi dispiace, ma mi sono messo a scrivere troppo tardi'. Tra i ringraziati, Dio, i freschi compagni d'avventura dei Traveling Wilburys (George Harrison, Bob Dylan, Jeff Lynne, Roy Orbison), le Bangles, i Georgia Satellites e un ringraziamento speciale a Roy Orbison.

[cd]
Un bel disco di Tom Petty non fa più notizia, sicuramente, ma è bello ripeterlo. Il biondo Rubacuori sforna dal lontano '76 dischi mai sotto la decenza e tra questi alcuni capolavori, come Damn the torpedoes. La zampata del cd qual è? Direi Make some noise, un rock che attinge direttamente dal garage le sfrigolanti corde dell'elettrica, per la gioia degli amanti della chitarra che fa male.
Curiosità
Roger McGuinn è ai cori di All the wrong reasons (nello stesso periodo, Tom partecipò a Back from Rio dell'ex Byrds).- Ringraziamenti a Dio e all'intera Wilbury Family.
DISCOGRAFIA
Tom Petty & the Heartbreakers (1976)
Official live 'Leg (1977)
You're gonna get it! (1978)
Damn the torpedoes (1979)
Hard promises (1981)
Long after dark (1982)
Southern accents (1985)
Pack up the plantation: Live! (1985)
Let me up (I've had enough) (1987)
Full Moon fever [Tom Petty] (1989)
Into the great wide open (1991)
Tom Petty & the Heartbreakers greatest hits (1993)
Wildflowers [Tom Petty] (1994)
Playback [box di 6 cd] (1995)
Songs and music from "She's the one" (1996)
Echo (1999)
Anthology - Trough the years (2000)
The last dj (2002)
Highway companion [Tom Petty] (2006)
The live anthology (2009)
Mojo (2010)
Modena, 1987. Tom Petty and the Heartbreakers aprono la via al Bob (Dylan) scorbutico. La maggior parte del pubblico è affluita per sentire il dleng-dleng della chitarra acustica di Bob Dylan (che li deluderà con un concerto totalmente e splendidamente elettrico) e non presta molta attenzione a Tom e ai suoi rubacuori. Un'ora e dieci circa di rock'n'roll totale, una grinta incontenibile, una perizia strumentale da far invidia a chiunque e nessuna sezione fiati a disturbare il suono ruvido e diretto dei nostri. E tutto questo non era che l'antipasto del concerto dylaniano, con l'accompagnamento dello stesso Tom e dei suoi compari. Magia pura. Ancora oggi ripenso a quel giorno come a un bel sogno.
R.I.P.
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Howie Epstein, bassista, è morto il 23 febbraio 2003, all'età di 47 anni. Tossicodipendente da molto tempo, Epstein è morto per una serie di patologie associate alla sua condizione fisica precaria. |
LINKS
Un discreto sito su Tom Petty e band, con discografia, testi e biografia. [Inglese]
Un bel sito, elegante e divertente nella sua costruzione in Flash. Biografia e discografia sono delle chicche anche solo per le soluzioni grafiche; per il resto, le news, il negozio e ciò che ci si aspetta da un sito ufficiale. [Inglese]
La pagina di Scaruffi dedicata al biondo Tom e ai suoi Rubacuori. [Italiano]
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L'esordio del buon Tom è datato 1976, come l'esordio dei Ramones e altri che a New York e dintorni stavano ridefinendo la musica a venire. Tom Petty e i suoi Heartbreakers furono inseriti in quel calderone col quale poco avevano a che fare, ma l'industria discografica funziona anche in questo modo. Io non farò che accomunare i dischi usciti in quel 1976 e arrivati a casa mia, nella mia lista finale.