Torna alla "prima pagina" musicale

"The book of Taliesyn"

"Made in Japan"

"Deep Purple in concert"

DEEP PURPLE

Biografia Deep Purple

Biografia Gillan

Biografia Rainbow

Biografia Whitesnake


[cd]

"The book of Taliesyn"

Il secondo album dei Deep Purple uscì a brevissima distanza dall'esordio ("Shades of Deep Purple", entrambi datati 1968), come normale per un'epoca come la fine degli anni '60. Secondo le cronache e i dati in nostro possesso, i Deep Purple potevano essere definiti "nemo proheta in patria": il successo del singolo "Hush" e dell'album d'esordio, aveva interessato unicamente gli Stati Uniti e infatti, questo "The book of Taliesyn" non sarà nemmeno pubblicato in Gran Bretagna, se non nell'imminenza dell'uscita del terzo album ("Deep Purple", 1969). A proposito di primo, secondo e terzo album, questi sono i Deep Purple cosiddetti Mark I, la prima formazione del gruppo inglese, con gl'insostuibili Ritchie Blackmore (chitarra elettrica), Jon Lord (tastiere) e Ian Paice (batteria), più i due sostibuibili (e questo avverrà di lì a poco), Nick Simper (basso) e Rod Evans (voce).

La recensione si basa sull'edizione cd dell'album, riedita nel 2000 dalla EMI e farcita, come spesso succede in queste occasioni, di brani inediti; quantomeno, in questo caso, i brani inediti sono tratti dalle stesse sessions che originarono l'album e da alcune registrazioni radiofoniche dello stesso periodo. Sono dei Deep Purple dominati dall'organo di Jon Lord e dalle sue tendenze classicheggianti, cosa che fece mugugnare, in particolar modo, il bassista Nick Simper: sarà proprio lui ad andarsene dopo il terzo album, accompagnato alla porta dal cantante Rod Evans (che uscirà con lui per non tornare mai più). Al loro posto, provenienti dagli Episode Six, Roger Glover e Ian Gillan, ma questa è un'altra storia.

I sette pezzi che compongono l'album originale.

Listen, learn, read on

È una sorta di presentazione dell'album, dall'andatura psichedelica e veloce. La voce di Rod Evans parla nelle strofe e si concede il canto durante i ritornelli, dove si cita "Il libro di Taliesyn" del titolo, da "ascoltare, apprendere, continuare a leggere". Effetti onirici, echi e un ritornello poppeggiante che riesce anche ad entrare in testa. Assoli di Blackmore, breve e lasciato sullo sfondo, e di Simper, che dimostra la sua valenza di bassista.

Wring that neck (Hard road)

Strumentale scritto da Blackmore e Simper, che la Tetragrammaton, la casa discografica statunitense dei nostri, si rifiutò di pubblicare con il titolo originale, troppo violento (qualcosa come "Strizza quel collo", strangola, anche se l'espressione era usata dal gruppo per definire un momento particolarmente convulso sul palco; capirne il senso mi è francamente difficile). La canzone diventò "Hard road", un ridondante pezzo strumentale interrotto da un paio di brevi assoli, nel silenzio assoluto, di Ritchie Blackmore. Le versioni dal vivo saranno tutt'altra cosa e pur allungandosi verso i venti minuti, si trasformeranno in una battaglia epocale ed epica tra la chitarra di Blackmore e l'organo di Lord.

Kentucky woman

Un brano di Neil Diamond, col quale i Deep Purple tentarono di ripetere il successo di "Hush" (una cover di Joe South), fallendo l'obiettivo. Devo ammettere che l'interpretazione dei nostri non è malaccio, ma l'assolo d'organo di Lord non fa che appesantire una canzonetta pop che dovrebbe avere nella leggerezza il proprio punto di forza. La voce di Evans brilla per la sua inconsistenza.

Exposition/We can work it out

Una cover dei Beatles, campo nel quale i nostri si erano già cimentati in occasione del primo album (la cover di "Help"), in questo caso, però, preceduta da un mattone di Jon Lord ispirato da Tchaikovsky ("Exposition", ispirato dall'overture di "Romeo e Giulietta"). Non posso che dare ragione al bassista Nick Simper: si dovevano limitare queste fughe verso il classic-rock dell'organista. Dopo la cascata d'organo di "Exposition", si riemerge boccheggianti con "We can work it out", riproposta in una versione che poco può dire (e farcita con un altro assolo di Lord!). Il finale contorto rende ancora più ridicolo il tutto.

Shield

Brano che tradisce l'influenza statunitense sui nostri: sembra di ascoltare i Love di Arthur Lee, immersi in un raga psichedelico di San Francisco. Una gran bella canzone, dall'incedere malinconico e dalle atmosfere oniriche a tratti davvero affascinanti. Grande il lavoro alle percussioni di Ian Paice.

Anthem

Ballata melodica e essenzialmente acustica, che non posso esimermi dal nominare vera e propria spazzatura dell'album. Scritta da Rod Evans e Jon Lord, "Anthem" si fregia (per modo di dire) di un ritornello vomitevole e di un eccesso di coretti da far venire il mal di testa. Il "meglio" arriva verso la metà dei sei, lunghissimi minuti: spazio dominato dall'organo di Lord e poi, come una mazzata tra capo e collo, una sezione d'archi... Da qualche parte si rintraccia pure un breve assolo di Blackmore, ma ininfluente sul risultato finale. Un'emerita schifezza e mi sto trattenendo.

River deep - Mountain high

La terza cover dell'album s'immerge nella musica nera di Ike & Tina Turner... apparentemente. "River deep - Mountain high" dura nientemeno che dieci minuti e i primi (quasi cinque) sono dominio completo dell'organo di Jon Lord. Il baffuto tastierista, dopo Tchaikovsky, prende di mira Strauss (se non sbaglio) e la sua "Also Sprach Zarathustra"; come nel caso dei Beatles, è la cover seguente che viene mortificata e quasi annullata da un tale ammasso pretenzioso e introduttivo. La cover del repertorio dei coniugi Turner, che finalmente entra in scena dopo cinque minuti, riesce a non sfigurare, ma niente di più.

I cinque pezzi aggiunti.

Oh no no no

Canzone del repertorio di Ben E. King, ben eseguita e con un bell'assolo di Ritchie Blackmore. È palese come la mancanza di lungaggini (come gli assoli di Jon Lord, non dovrei nemmeno specificarlo) giovi ad un brano di questo tipo.

It's all over

Una cover apparentemente oscura, di provenienza ignota anche per gli stessi Deep Purple che all'epoca non ne ricordavano l'origine: trattasi di un brano firmato da Ben E. King e Bert Berns. Il pezzo fu registrato durante una session della trasmissione radiofonica della BBC Top Gear, condotta in quel periodo da John Peel. "It's all over" è un brano sognante, immerso nei profumi psichedelici e ricorda molto i Pink Floyd del dopo Syd Barrett. Non un granchè.

Hey bop a re bop

Dalle Top Gear sessions, un pezzo che sarebbe poi finito nel successivo "Deep Purple" con il titolo di "Painter", sorta di funky-hard rock al quale la voce di Rod Evans non riesce a restituire la tensione genuina creata dalla chitarra di Blackmore; è proprio la chitarra elettrica a dominare questo pezzo nervoso e durissimo.

Wring that neck

Ancora un pezzo dalle Top Gear sessions, reso in una versione più scarna e meno ridondante rispetto a quella uscita su album qualche mese prima (ma che in Gran Bretagna doveva ancora conoscere la pubblicazione: la session radiofonica è del gennaio 1969, "The book of Taliesyn" sarebbe arrivato nei negozi inglesi nel luglio di quell'anno). Si comincia già a riconoscere quello che diventerà un vero e proprio tour de force da concerto, anche in una versione così corta (quattro minuti e quaranta secondi).

Playground

Uno strumentale nato durante le sessions di registrazione dell'album, poco interessante e lunghissimo in confronto alle minime variazioni sonore (quattro minuti e mezzo).

"The book of Taliesyn" sarebbe finito nel dimenticatoio se i Deep Purple non fossero diventati ciò che sono diventati: un album di musica vecchia e non solo per gli anni che si porta appresso (quasi quaranta, mica bazzecole). Le poche idee valide sono sommerse dalle pretenziosità "classiche" di Jon Lord, che arriverà a sbrodolarle compiutamente nel celeberrimo "Concert for group and orchestra" dell'anno successivo: forse il tastierista si è calmato proprio per quella mega eiaculazione classica, a dir poco appagante per uno come lui e il gruppo, con i nuovi Ian Gillan (che sostituirà la mediocre voce di Rod Evans, mai a proprio agio, a parere del sottoscritto, in questo album) e Roger Glover, sfornerà quel piccolo capolavoro che risponde al nome di "Deep Purple in rock". Questa, però, è un'altra storia.

Curiosità

La copertina sopra il titolo, è dell'edizione cd recensita, mentre qui sopra c'è la copertina originale. Per leggere il lungo articolo di Simon Robinson, presente nell'edizione cd, premi il pulsante.

Leggi


"Made in Japan"

[vinile e cd]

Uno dei dischi più famosi tra i ragazzi della mia generazione (il riff di "Smoke on the water" lo conoscono anche i sassi). È difficile parlare di queste canzoni per uno come me, che con questa musica ha scoperto un mondo nuovo, e non essere logorroico.

Highway star: una cavalcata tra le stelle in compagnia dell'imprendibile chitarra di Ritchie Blackmore.

Child in time: la performance vocale di Ian Gillan ha affascinato persone che l'hard rock non sapevano nemmeno cosa fosse.

Smoke on the water: semplicemente uno dei riff più famosi della storia del rock.

The mule: lunghissimo assolo di batteria di Ian Paice, ma non ci si annoia, lo giuro

Strange kind of woman: un singolo trasformato, dal vivo, nella solita, epica battaglia chitarra/tastiere tra Blackmore e Lord.

Lazy: una strana canzone che accomuna suoni elettronici, ritmi jazzati, hard rock e termina con il "solito" finale stirato.

Space truckin': quando vedo che una canzone dura più di 6-7- minuti, di solito mi viene il panico; i quasi diciannove minuti di questo pezzo, invece, trascorrono in un attimo. Un viaggio tra le stelle (un altro) fantasmagorico.

Per concludere: la perfezione hard rock, la magia del concerto giusto al momento giusto, lo stato di grazia di cinque tizi che sembrano dialogare musicalmente a memoria. Un disco che, a differenza degli album di studio del quintetto (anche i migliori), non è per niente invecchiato nonostante le 32 primavere sul groppone. In soldoni, uno dei migliori live album hard-rock di sempre.

Curiosità

La copertina è opera del bassista, Roger Glover.- A proposito di "Child in time", ho scoperto recentemente come la melodia della celeberrima canzone sia stata "carpita" (rubata rende ancor meglio l'idea) da "Bombay calling", un brano del 1969 degli It's A Beautiful Day. Di sicuro i Deep Purple hanno usato quella melodia iniziale per creare un piccolo capolavoro lirico-musicale, ma la "birichinata" (e qualcosa di più) resta.


"Deep Purple in concert"

[cd]

Angolino dei ricordi. "Deep Purple in concert" fu una delle prime cassette che acquistai, nel lontano 1981; il titolo uscì in formato di doppio LP e doppia cassetta nel 1980 e per il ragazzino diciassettenne che ero, non fu una spesa da poco. Conoscevo a memoria "Made in Japan", nota per nota e per questo non mi stupii se le canzoni che mi colpirono maggiormente in "Deep Purple in concert" furono quelle che non erano presenti in quell'epocale doppio dal vivo; trovavo le versioni di "Highway Star" o "Lazy" nettamente inferiori nel confronto, sentivo un suono più "vecchio" e non mi so spiegare meglio, tenendo conto poi del fatto che tra il secondo album di "In concert" e "Made in Japan", fu quest'ultimo ad essere registrato più tardi (circa cinque mesi dopo). È incredibile, forse, ma quella sensazione continua a rimanere nella mia testolina anche dopo ventiquattro anni.

Nel secondo cd di questo doppio abbiamo anche una buona versione della lunghissima "Space truckin'" (ma come pareggiare il massacro sonoro di "Made in Japan"?), una splendida "Lucille" del reverendo Little Richard (quando preferiva il diavolo all'acqua santa), una bella "Never before", in una delle poche esibizioni live della canzone offerte dai nostri e poco altro. Tra le curiosità, i cinque birichini avevano sforato rispetto al tempo concesso dalla trasmissione radio (di questo si trattava) e anche in occasione della pubblicazione originale, sorsero dei problemi nel pigiare tutti i pezzi in uno stesso supporto; "Maybe I'm a Leo" e "Smoke on the water" rimasero fuori e con l'edizione cd sono ora disponibili, ma nulla di epocale da segnalare (ancora una volta e a costo di annoiare: come paragonare questa "Smoke on the water" con quella di "Made in Japan"?).

Il primo cd è decisamente più interessante, anche perché ci presenta dei Deep Purple pre-successo mondiale, registrati ancora prima della pubblicazione di "In rock". "Speed king" è quella pallottola che già si conosce (anche se la versione di studio è molto più dura di questa) e "Child in time" è splendida, poche palle. Gli ultimi due pezzi sono tratti dal secondo "The book of Taliesyn" ("Wring that neck") e dal primo "Shades of Deep Purple" ("Mandrake root") e sono due piccoli capolavori (soprattutto il primo) intrisi di battaglie strumentali organo/chitarra; "Wring that neck", da questo punto di vista, è qualcosa di sensazionale, sembra quasi che Blackmore e Lord siano una stessa persona che suona un unico strumento. Un brano da quasi diciannove minuti che dura lo spazio di un attimo. Lacrimuccia per il tempo che passa, per questa musica antica, etc...

Curiosità - Per leggere le note e il racconto sulle registrazioni dei due concerti (1970 e 1972), cliccare sul pulsante.

Leggi


DISCOGRAFIA

Shades of Deep Purple (1968)

The book of Taliesyn (1968)

Deep Purple (1969)

Concert for group and orchestra (1969)

Deep Purple in rock (1970)

Fireball (1971)

Machine head (1972)

Made in Japan (1972)

Who do we think we are (1973)

Burn (1974)

Stormbringer (1974)

Made in Europe (1974)

Come taste the band (1975)

Last concert in Japan (1975)

Deep Purple in concert (1980)

Perfect strangers (1984)

The house of blue light (1987)

Nobody's perfect (1988)

Slave & masters (1990)

The battle rages on (1993)

Purpendicular (1996)

Abandon (1998)

Inglewood - Live in California (2002)

Bananas (2003)

Rapture of the deep (2005)


IL NOME

La più probabile versione sull'origine del nome, dice che esso fu preso da una canzone di Joe South.


R.I.P.

Il chitarrista Tommy Bolin è morto il 4 dicembre 1976 per overdose di eroina: aveva 25 anni.


LINKS

Deep Purple

Una grafica orribile (a parer mio) da news-magazine elettronico (volutamente: infatti il sito si presenta come una testata giornalistica dal titolo "The Highway Star") e una discografia monumentale; queste le due caratteristiche principali di questo sito sui Deep Purple (che si auto-definisce l'originale web-page sul gruppo). Intendiamoci, non manca nessuna notizia utile (comprese le date del tour in corso, ovviamente) e anche per i fans più accaniti è una manna, tra forum, chat e via discorrendo. [Inglese]

Deep Purple

Tutto, ma proprio tutto sui Deep Purple, diviso in ordine alfabetico. [Inglese]

Deep Purple

Sito (ufficiale?) del fan club italiano. Zeppo di notizie e informazioni (le numerose pagine della sezione biografia, meritano da sole una visita), è un sito piacevole e istruttivo da visitare. [Italiano]


VAI A...

"Made in Japan" è un disco che ha segnato la mia vita di ascoltatore-appassionato di musica rock e anche se la strada seguita negli anni successivi diverge da quell'inizio di svisate e assoli chilometrici, l'hard rock continuerà ad esercitare su di me il fascino del ritorno alle scoperte che mi sconvolgevano i padiglioni auricolari. La lista sottostante comprenderà l'hard della fine anni sessanta-inizio anni settanta, sino alla riscoperta del suono "duro" degli anni ottanta. Inserire tutti i gruppi o solamente quelli che io ritengo migliori? Alla fine ho scelta la prima ipotesi: viva la pluralità!

Torna alla "prima pagina" musicale