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BOOHOOS

Biografia Paul Chain Violet Theatre

Non è semplice parlare di questo gruppo, scomparso nel giro di qualche anno, sconosciuto a chiunque non fosse un divoratore di riviste "rock" negli anni '80 e dimenticato anche dai soliti "riscatti" postumi che non si negano a nessuno. Perché riscoprire o rivalutare proprio i Boohoos, con le migliaia di nomi nati, morti e dimenticati nel mare oleoso e odoroso di liquami della cosiddetta musica italiana? E perché "riscoprirli", dato che nessuno se li cagò all'epoca nemmeno di striscio, eccetto quei quattro giornalisti che ne parlarono e che (in un caso, principalmente) tentarono invano di "sponsorizzarli"? Quando voglio piangermi addosso tendo ad esagerare e parlando (scrivendo) dei Boohoos sono solito affermare che di loro si sono dimenticati tutti nell'era di Internet, dato che una semplice interrogazione sul solito motore di ricerca, restituisce ai primi posti anche le mie pagine! Questo assolutismo, per quanto mi riguarda, ha una semplice ragione d'essere: i Boohoos sono stati un esempio (unico) di gruppo rock che sarebbe potuto... che avrebbe potuto... e se fosse successo... Ecco, tutto qui.

Notizia più datata riguardante i Boohoos? Mucchio Selvaggio n° 105, ottobre 1986, rubrica "Targato Italia", sottorubrica "Nastri": Federico Guglielmi apre la nastroteca, dedicata anche a Liars, No Fun, AFA e Steeplejack, con i pesaresi Boo-Hoos (scritto così, forse il nome dei primi tempi o forse un errore di lettura). "Sicuramente, la più bella sorpresa italiana da parecchio tempo a questa parte", scrive il giornalista, solitamente pacato nei giudizi, in positivo o in negativo, soprattutto quando si tratta di gruppi giovani alle prime armi (essendo lui stesso produttore e proprietario di un'etichetta discografica) e dunque non solito a dichiarazioni come quella riportata. Nel breve trafiletto si parla del demo-tape "Bloody Mary", composto di sei brani, tra i quali due cover degli Stooges ("Search and destroy", che chiuderà il mini-LP d'esordio a 45 giri e "I'm loose") e un pezzo intitolato "Meet us in Saint Louis Louie", uno dei piccoli capolavori del capolavoro dei Boohoos, "Moonshiner". Gli altri tre pezzi non sono citati, per cui, passiamo al Mucchio numero 108, comprendente un articolo con intervista e la recensione del mini-LP citato.

Guglielmi non nascondeva il suo entusiasmo a dir poco contagioso e quando vidi il mini-LP su una bancarella posta all'ingresso di un locale nel vicentino (trattavasi del Vinile di Rosà, dove mi ero recato a vedere Robyn Hitchcock and the Egyptians), contrassi il morbo del quale sono ancora ammalato, dopo più di vent'anni. La foto che incornicia l'articolo di Guglielmi ci mostra sei individui non proprio omogenei, niente a che vedere, per fare un esempio, con gli scatti di certi gruppi heavy-metal o garage-punk di quegli anni: quattro, cinque o sei tizi vestiti allo stesso modo, con lo stesso ghigno e la stessa posa. Un paio di Boohoos sembrano aver sbagliato parrucchiere, un altro porta una zazzera simil-rockabilly, Paul Chain, panza al vento, esibisce il suo armamentario di croci e l'ultimo paio si divide tra un'immagine alla Nick Drake e un qualcosa che potrebbe ricordare i Redskins. Da questo punto di vista, i sei sembravano avere le idee chiare: "Curiamo il look, abbiamo al seguito un parrucchiere", e dunque sbaglio io, non avevano perso l'indirizzo del loro curatore tricologico di fiducia. Confesso che dopo aver letto l'articolo e dichiarazioni come questa, non riuscivo a capire se l'entusiasmo puramente musicale di Federico Guglielmi potesse avere una ragione d'essere. Avrei risolto l'arcano con il mini d'esordio sul piatto, qualche tempo dopo.

La formazione del solito mini-LP è questa: Alex alla voce (Alessandro Renzoni), The King e Fuss alle chitarre (Roberto Russo e Andrea Serafini), Paul Chain all'organo (Paolo Catena), Adov Stone al basso (Adamo Sonchini) e Pantera alla batteria (Fabio Pantera). Tra le precedenti esperienze musicali, sono note quelle di Russo e Sonchini con i Cani, gruppo hardcore-punk responsabile di un EP e di Paul Chain con i mitologizzati Death SS, storico gruppo heavy-metal italiano dalla genesi e dalla storia vagamente "misteriosa". Guglielmi, scrivendo su una rivista che all'epoca sorvolava volentieri sull'heavy-metal, si dimentica dei Death SS e cita il progetto di Paolo Catena successivo alla sua fuoriuscita dal gruppo, Paul Chain Violet Theatre. La nascita della band può essere datata alla metà del 1985, quando il gruppo si formò su un nucleo composto da Alex, Russo, Sonchini e Pantera, ai quali si aggiunsero, in seguito, Serafini e Paul Chain. Le influenze innegabili dei sei possono essere individuate nell'hard-rock a cavallo tra anni '60 e '70, in un nome fondamentale come gli Stooges (vero punto di riferimento di quel periodo per chiunque cominciasse a suonare in una cantina) e nel glam-rock di T. Rex, David Bowie e Mott the Hoople (altra pezza di appoggio per spiegare l'abbigliamento e l'immagine di alcuni di loro).

"The Sun, the snake and the hoo" esce alla fine del 1986 su etichetta Electric Eye (di proprietà di Claudio Sorge). Federico Guglielmi, alla fine della recensione apparsa sullo stesso numero dell'articolo citato (Mucchio Selvaggio numero 108, gennaio 1987), scriveva: "I Boohoos sono grandi, sono più di una rock'n'roll band e questo già splendido mini-LP - fa quasi paura pensarci - è nulla al confronto di ciò che essi potrebbero fare. Di ciò che essi faranno". Non sempre le profezie dei critici musicali si avverano (come qualunque profezia), ma in questo caso Federico Guglielmi non sbagliò di una virgola e purtroppo, non sbaglierà nemmeno in sede di recensione dell'album "Moonshiner" (vedi più avanti). Rockerilla si occupò del disco con le parole di Luca Frazzi (numero 77, gennaio 1987), musicista egli stesso (morissi se ricordo il gruppo più noto del quale ha fatto parte, forse gli Ugly Things) e grande appassionato di garage-punk. Frazzi ricorda un'altra esperienza del bassista Adov Stone, nel gruppo heavy-metal Sinners e conclude il pezzo così: "I Boo-Hoos [con il nome diviso, come nella recensione di Guglielmi del primo demo-tape], con questo disco, dimostrano di aver capito tutto".

Il Buscadero (numero 67, febbraio 1987) non poteva esimersi dal recensire il mini-LP, ma essendo i Boohoos "materia" del Mucchio (Guglielmi) e di Rockerilla (Electric Eye di Sorge), la penna sfuggì di mano a Giorgio Borri, creando una divergenza parallela all'interno dello stesso pezzo. L'incipit "Certo che ne stiamo davvero sentendo delle belle!", con tanto di punto esclamativo, non può non far pensare all'entusiasmo del recensore verso il disco in questione, ma qualche riga più sotto si parla del mini-LP come di un "lavoro discreto". Faccio fatica ancora oggi a credere a quella guerra tra "primatisti" del rock italiano (scritto). Borri conclude la recensione parlando di un'eccessiva pulizia del suono, poco cattivo rispetto ai canoni del genere: "Hanno comunque un buon potenziale, ma devono 'peggiorare'". Da notare che dischi della qualità d'incisione di "The Sun, the snake and the hoo", ne circolavano davvero pochi in Italia all'epoca, ma passiamo oltre.

Il primo album, "Moonshiner", deliziò le orecchie dei pochi acquirenti verso la fine del 1987, con la novità dell'uscita ufficiale dalla formazione di Paul Chain, presente, in ogni caso, come organista. Paul Chain non compare nella foto di copertina e nella formazione scritta sulla busta interna, ma è presente in una foto sulla busta stessa; la stessa foto, per inciso, che contorna l'articolo-intervista (di Elio Bussolino) e recensione (di Luca Frazzi) stampate sul Rockerilla n° 88, dicembre 1987: con una decisione alquanto discutibile, la foto che apre l'articolo è tagliata per eliminare la presenza di Paul Chain (e se il buon Paolo non si fosse posizionato a lato, come avrebbero fatto?). Come stia la questione, i Boohoos di "Moonshiner" sono ridotti a un quintetto, con la differenza, rispetto al primo mini-LP (oltre all'uscita di Paul Chain), dell'allungamento del nome d'arte di Roberto Russo, da The King a King Robert Jones (doveroso ricordare il vero nome di David Bowie: David Robert Jones). Luca Frazzi parla del disco come di un capolavoro: "Moonshiner, sudicio ed elegante, risveglierà sopiti ardori e voglie d'esagerare. Compratelo, se questo non vi spaventa, e capirete dove il rock, quello vero, sta di casa".

Federico Guglielmi, dal canto suo, non può ripetere le imprese di un anno prima, quando riempì di parole e lodi il gruppo dal suo cadreghino di caporedattore del Mucchio: la rottura con il direttore Massimo Stèfani si stava consumando proprio nel periodo dell'uscita di "Moonshiner", tanto che il numero che ospita la sua recensione del disco, l'ultima di una lunga militanza che sarebbe ripresa dopo parecchi anni, lo annovera semplicemente tra i "collaboratori". E tra le parole della recensione, il distacco tra il Mucchio e Guglielmi è chiaramente avvertibile: "Moonshiner", insomma, servì a Federico Guglielmi per parlare anche di altro, con un pessimismo di fondo che anticipò la fine mesta del gruppo. "La loro guiding light è la certezza di non avere certezze. Il loro più probabile futuro, la sconfitta e l'estinzione. La loro più grande soddisfazione, l'essere - come ben pochi altri - l'incarnazione più schizofrenica, perversa e delirante di un rockn'n'roll tanto bastardo quanto intriso di dannata, inquietante poesia. Dopo Moonshiner soltanto il diluvio...".

Una recensione, lo giuro, che mi fece venire la pelle d'oca: non avevo bisogno di alcuna spinta verso l'acquisto (il mini-LP già tra le mie mani e il concerto sensazionale dell'estate precedente, di cui ero stato testimone, non avevano bisogno di ulteriori conferme), ma le parole di Guglielmi, profondo conoscitore del rock italiano e dei suoi meccanismi, pur in un periodo di probabile crisi personale e professionale, non poterono che alimentare timori sulla vita futura dei Boohoos e così sarebbe stato. Capitolo Buscadero, recensione a firma dello stesso Giorgio Borri che aveva parlato (scritto) del primo mini-LP. Nel n° 76 (dicembre 1987) Borri scrive di "una degna risposta al già ottimo debutto", scordando, forse, di aver giudicato "The Sun, the snake and the hoo" "un lavoro discreto" (dubito che i due aggettivi "discreto" e "ottimo" si possano usare come sinonimi). Borri, tra l'altro, si accorge della qualità sonora dell'incisione, "cosa purtroppo non frequentissima dalle nostre parti" e conclude incoronando l'album come "uno dei lavori più significativi dell'annata discografica italiana".

Che cosa sia successo tra "Moonshiner" e il successivo e ultimo "Rocks for real", non è dato sapere, se non per supposizione: vendite ridicole, interesse mediatico meno che nullo, scazzi vari tra i componenti del gruppo e scelta finale tra le due opzioni principali, sciogliersi o fare un ultimo tentativo. Supposizioni personali, sia chiaro. Il retro-copertina dell'ultimo album dei Boohoos parla di un nucleo storico di tre componenti, il cantante Alex e i due chitarristi King Robert Jones e il vecchio Fuss, diventato The Mighty Fuss e di due nuovi arrivi alla sezione ritmica: Riccardo "Baka Bomb" Lampani al basso e Enrico "Eric Lümen" Gianpaoli alla batteria (quest'ultimo proveniente, se non sbaglio, dai Revenge, gruppo hardcore di Pescara che il sottoscritto ha avuto l'onore e l'onere di ammirare dal vivo, come spalla dei metallari Vanadium, mentre il pubblico in platea - io, per fortuna, ero in galleria - faceva a pezzi le poltrone del Teatro Pio X di Padova). Le recensioni dei vari mensili non si dilungano sui fatti successi tra i due album dei Boohoos e questo, unito all'assenza assoluta di pagine on line sul gruppo, comporta la totale mancanza di notizie su quel lasso temporale.

Non bastasse, anche i pochi che si occupano del gruppo, non si degnano d'imbastire un articolo o uno straccio d'intervista, prova che il disinteresse verso i Boohoos attanaglia anche coloro che ne dovrebbero parlare. Il disco esce ad inizio primavera 1989, io ho visto i Boohoos dal vivo per la seconda e ultima volta nell'estate di quell'anno. Ammirammo dal vivo un gruppo cazzuto e durissimo, molto meno propenso verso i ghirigori psichedelici e garage del passato. Quando scambiammo due parole con il cantante Alex, alla fine del concerto e gli chiedemmo il motivo della mancanza di alcuni pezzi secondo noi basilari nella scaletta (come "Meet us"), ci disse che i nuovi arrivati non era ancora assuefatti al vecchio repertorio, soprattutto con canzoni complicate come quella citata. Posso dire che nell'espressione e nella "scusa" di Alex, non potemmo che leggere la fine dei Boohoos (può un repertorio non vastissimo non essere acquisito nel giro di qualche mese? E scartando questa ipotesi, come non pensare che l'assoluta mancanza di mezzi finanziari, abbia influito anche sul tempo da dedicare alle prove, pur in vista di una tournée promozionale?). In soldoni, i Boohoos erano arrivati alla fine del loro breve percorso (fu proprio Alex a sciogliere le fila per trasferirsi negli Stati Uniti), senza nemmeno aver assaggiato quella gloria che sarebbe stata alla loro portata: doveva essere... doveva... e non fu...


"The sun, the snake and the hoo"

[vinile]

Cinque canzoni, quattro firmate dal trio composto dai due chitarristi (Russo e Serafini) e dal cantante (Renzoni) e per concludere in letizia, una cover tratta da "Raw power", l'album di Iggy & the Stooges del 1973. "T.V. Krooger" imbastisce un'unione bastarda tra hard-rock e garage, i generi rappresentati rispettivamente dall'organo di Paul Chain (il primo) e dalle chitarre (il secondo). La voce di Alex non sembra uscire al meglio, forse intimidita dalle mura dello studio: posso assicurare che il ragazzo dal vivo non temeva confronti! "Maybe baby", dove il ritmo accelera sino a superare i limiti, stupisce per la sicurezza e per il garage "mascherato" da "Boohoos Music". Esiste una Boohoos Music? Provate ad ascoltare il pezzo che chiude questa prima facciata di "The Sun, the snake and the hoo", la sensazionale "Getaway". Sul riff solitario di chitarra dagli accenti fuzz e sull'onnipresente organo di Paul Chain, i sei costruiscono una signora canzone e anche Alex estrae dal cilindro una prestazione da brividi. Devo ripetermi: chi ascoltava rock nostrano o garage, a quei tempi, difficilmente poteva ascoltare due chitarristi così preparati, una sezione ritmica così coesa e un insieme eccitante di tale livello.

Il lato B conclude con due canzoni questo esordio dei Boohoos. "Freedom" si lascia ammaliare da atmosfere crampsiane, ma poi viene sottomessa dall'organo di Paul Chain e da un riff di basso talmente ipnotico da obnubilare il cervello. Finale riempito di rumori e di psichedelia, come un viaggio organizzato dall'agenzia LSD sulle rive della Baia di San Francisco. La cover di "Search and destroy" veniva trattata a seconda dell'umore dai recensori: una delle migliori, a memoria d'uomo, tratte dal repertorio degli Stooges o un mediocre esercizio di reinterpretazione. Come scrisse Federico Guglielmi, già l'idea della voce sdoppiata è un piccolo colpo di genio, ma anche nel complesso sonoro la cover non si perde nei meandri dell'atto d'amore puro e semplice, ma sterile. Ciò che stupisce in questo esordio di un gruppo giovane (come formazione e come età media dei componenti, non di molto superiore ai vent'anni), una volta constatata la sicurezza e la qualità delle canzoni, è l'autonomia: i pezzi sono tutti arrangiati e prodotti dai Boohoos, particolare non secondario e chi bazzica le sale d'incisione (a differenza del sottoscritto), penso sappia di cosa sto parlando.

Un esordio eccellente, sebbene in piccolo formato, ma a breve giro temporale arriverà anche il primo capitolo sulla lunga distanza. Per concludere questa recensione, voglio stilare alcune delle mie cover preferite tratte dal repertorio Stooges (e dalla mia discoteca), così, per affiancare dei "colleghi" ai Boohoos di "Search and destroy".

"A real cool time", Nomads (dalla raccolta svedese "A real cool time", 1985).

"1970", Hard-Ons (dalla raccolta australiana "Hard to beat")

"Gimme danger", Celibate Rifles (dalla raccolta australiana "Hard to beat")

"I feel alright" [o "1970"], Damned (dall'esordio del gruppo, "Damned Damned Damned")

"Little doll", Miracle Workers (da "Overdose")

CURIOSITÀ

La copertina è di Rudi.- Il disco è uscito per la Electric Eye di Claudio Sorge (che è anche il produttore esecutivo), e quindi le note sono in inglese.- I ringraziamenti: Centro Sociale Manicomio di Pesaro, Nicola and the Stooges (i roadies del gruppo), Luca Frazzi, Federico Guglielmi e Stefano Pistolini (tutti giornalisti musicali); un ringraziamento speciale "a tutte le nostre mogli, amanti e amici".


"Moonshiner"

[vinile]

Il più grande disco rock italiano di sempre (inutile la precisazione, ma intendo ribadire un concetto di questo tipo: questa è un'opinione personale!). Ecco, con questa affermazione ho messo i paletti e ho chiarito che cosa rappresenti "Moonshiner" per il mondo musicale del sottoscritto. Le minime incertezze di "The Sun, the snake and the hoo", da ricercare con il lumicino, sia chiaro, vengono spazzate via e travolte dalle capacità e dalla sicurezza dei pesaresi (produzione perfetta, a cura dei due chitarristi, King Robert Jones e Fuss). Il garage e la Stooges-music dell'esordio di qualche mese prima, si amalgamano con le grandi passioni per l'hard-rock d'inizio anni '70, con le imprese aracnoidi del David Bowie di Ziggy Stardust, con le spruzzate di New York Dolls e i rigurgiti di quel punk sotterraneo che rivitalizzò la musica rock, proprio con le Bambole newyorkesi e a partire dalle stesse cantine fetide della Big Apple. I Boohoos di "Moonshiner" potrebbero essere tutto questo, ma sono molto, molto di più.

Otto pezzi, quattro per facciata e tutti firmati Russo/Serafini (i due chitarristi) per quanto riguarda le musiche e Renzoni (il cantante) per i testi. "Nancy's throat" apre le ostilità con un hard-rock psichedelico di intensità straordinaria, segnato dall'andirivieni incessante dell'organo di Paul Chain (membro, ospite o quello che è, difficile comprendere la sua posizione nei Boohoos di "Moonshiner") e da un breve e centrato assolo di chitarra di Fuss. "Ghostdriver" non sposta l'asse temporale delle sonorità, primi anni '70: un riff assassino di chitarra, un ritmo indiavolato e una presenza più rarefatta, ma non meno importante, delle tastiere di Paul Chain. Fantastico il coro che spiattella "Ghostdriver, spacedrifter, moonshiner", composto da Alex, King Robert Jones e Fuss. La cadenzata "Downtown train" flirta con il blues e infila uno sporco e maleodorante pezzo che sembra uscire dalle paludi della Louisiana. Come sempre straordinari i due chitarristi, mentre per i tocchi di piano, in "Downtown train" abbiamo il primo ospite in assoluto in un brano dei Boohoos, Piero Balleggi dei Jack Daniel's Lovers. È l'intensità e la compattezza di questa musica che continua a stupire, sono gli arrangiamenti tutt'altro che peregrini, sono le canzoni splendide e le abilità strumentali...

Finale di facciata affidato a una "My H.E.L." al fulmicotone, un pezzo che mi ricorda (chissà perché, strani questi meccanismi) i Rush più diretti e veloci. Le grandi capacità vocali di Alex, lo si nota per la prima volta, permettono al cantante di non fare mai il passo più lungo della gamba e di non strafare, caratteristiche che contraddistinguono il grande performer. Ancora Piero Balleggi come ospite (agli "effetti di piano", con Fuss). Il lato B si apre con un vero e proprio capolavoro, "Oh you Mandrax", onirica e psichedelica, hard e suadente: la dimostrazione provata (ce ne fosse bisogno) della grandezza artistica di questi ragazzi. Il riff "misto" chitarra/organo è un colpo di genio, ma è tutto il pezzo ad abbondare di idee, di cambi di umore e di atmosfere. Coro affollatissimo: King Robert Jones, Piero Balleggi, Moreno Spirogi degli Avvoltoi, Tracy Crazy Sirotti, Daniele Caputo dei Birdmen of Alkatraz e i Liars al completo.

Arriviamo al mio capolavoro nel capolavoro, "Meet us (In St. Louis-Louie)", un pezzo già presente nel primo demo-tape del gruppo ("Bloody Marie"). Hard, garage e punk mischiati in un brano velocissimo e indimenticabile, con una prestazione superlativa di Pantera alla batteria, un assolo di chitarra fantastico di King Robert Jones e un finale da batticuore. Cosa dire? Meraviglia e sbigottimento! "Meet us (In St. Louis-Louie)" è l'unico pezzo che non si avvale della presenza di Paul Chain.

I ritmi calano e per i due pezzi finali i Boohoos si affidano alle atmosfere fuzztoniane (Halloween e dintorni) di "The hoo" e ai T. Rex redivivi di "When I come home". "The hoo", in verità, potrebbe assomigliare alla ben nota "Dazed and confused" dei Led Zeppelin per quanto riguarda il giro di basso, ma i più scafati sanno che anche Jimmy Page e compagni non fecero che rimasticare un blues datato e da quello trassero uno dei capolavori del loro esordio. I Boohoos non si avventurano nelle lande allora desertiche del blues-rock che si andava metallizzando e ricavano una lunga elegia affascinante e commovente, con un finale dal sapore quasi kitsch, un kitsch zuccheroso, usato alla maniera di un David Lynch, mai stomachevole. Meglio fermarsi, sta per arrivare il finale di "When I come home", non prima di aver citato gli ospiti di "The hoo": Piero Balleggi e Moreno Spirogi ai cori. "When I come home" inizia con un lungo incipit per chitarra acustica (di King Robert Jones) e voce (il solito Alex, ovviamente) e poi, si dipana in un finale melodico e sognante, con il synth di Paul Chain, le percussioni di El Nappa (tizio che non compare tra le note) e il coro di Alex e dei due chitarristi; un coro e un'atmosfera che mi ricordano anche Ennio Morricone e con questa bella novità, chiudo.

In questo periodo (oggi, 31 dicembre 2007), "Moonshiner" ha compiuto la bella età di vent'anni. Qualcuno potrebbe affermare che le due decadi sul groppone e tra i solchi, si sentono e il sottoscritto, amante sino allo sfinimento di queste otto canzoni, dei suoni e delle meraviglie di "Moonshiner", non è di sicuro la persona più imparziale per poter giudicare. Qualunque sia la verità, "Moonshiner" mi faceva impazzire quando avevo ventitrè anni e altrettanto riesce a fare oggi, che di anni (due conti veloci) ne ho quarantatrè. Punto.

CURIOSITÀ

Testi e note sono sulla busta interna.- Ringraziamenti: "La band vorrebbe ringraziare questi vicini e cari... Centro Sociale Manicomio Pesaro, Ugly Things (keep on boogie, guys). Gli amici di Noise and Fun di tutto il mondo, e ultime ma non ultime, le nostre mogli e amanti".- La copertina è di Giovanni Tommaso Garattoni.


"Rocks for real"

[vinile]

Sommovimenti, abbandoni, il rischio (reale o semplicemente immaginato dal sottoscritto?) di vedere sfumare, dopo due soli oggetti in vinile, la propria creatura artistica e poi, un altro album, un altro tentativo di abbattere quell'inedia musicale che avvolge il mondo dei media e la maggior parte degli ascoltatori. Mi si potrà dire che se un gruppo o un artista solista, non raggiunge il successo o una minima parvenza di notorietà, il "merito" può anche essere della produzione scadente e che se qualcuno, tipo il sottoscritto, non è d'accordo, spiacenti, è questione di gusti personali. Non sono d'accordo nemmeno con il non essere d'accordo. I Boohoos di questo "Rocks for real", canto del cigno mesto e incazzoso dei Boohoos, hanno forse tentato la carta del "riciclaggio" verso un suono che allora andava per la maggiore, grazie allo stratosferico successo mondiale di un gruppo come i Guns n'Roses (ci provarono anche i Chesterfield Kings di "The Berlin wall of sound"): un tentativo estremo di non morire, ma sono solo supposizioni. Fosse andata così, i nostri potrebbero aver pensato: "Vediamo se riusciamo a vendere qualche disco in più, magari aggregandoci alle sonorità di quella manica di (finti? Veri?) debosciati losangeleni...".

Produzione ancora casalinga (Boohoos), etichetta Electric Eye, registrazioni effettuate al Koala Studio di Senigallia, come i precedenti; copertina meravigliosa, quando le precedenti erano belle (la prima) o bellissime (la seconda). I compositori rimangono i medesimi, i due chitarristi King Robert Jones e The Mighty Fuss e il cantante Alex. Nulla sembra cambiato nell'area Boohoos e invece no: Adamo Sonchini (Adov Stone) e Fabio Pantera, la precisa ed eccellente sezione ritmica, si è chiamata fuori ed è stata sostituita da Enrico Gianpaoli, alias "Eric Lümen", alla batteria e Riccardo Lampani, detto Baka Bomb, al basso. Un brevissimo frammento, "A fab'n'mad", lancia il durissimo riff di "Heartbeat city", hard-rock tesissimo e nondimeno fantasioso. L'orecchio abituato alle precedenti imprese dei nostri, si accorge che lo schiaffo sonoro di questo incipit, mancante dell'organo di Paul Chain, porta i Boohoos verso i territori rocciosi di una desertica e accecante landa terrestre, lontanissima dai bluastri miasmi lunari di "Moonshiner" (e lontana anche dall'umore della meravigliosa copertina...). "Bad loser" ribadisce il concetto: sezione ritmica essenziale e metronomica (ricorda degli Status Quo meno statici), chitarre durissime e come sempre, grande senso della melodia.

"King's promenade", dal canto suo, potrebbe essere accostata a un'altra branca del rock genuino e duro che stava emergendo in quel periodo, il boogie heavy e sudista di Black Crowes e compagni ("Shake your money maker", esordio dei Black Crowes, è datato 1990...). Il primo lato si conclude sulle note slide di "Soldier of fortune", pezzo acustico, teso e nervoso come una scudisciata e collegato, come il precedente, al sud statunitense. Si gira il disco e si riparte con un gioiellino d'immediatezza del calibro di "Bangkok (Loveshock)", con il gruppo trasformato in New York Dolls nostrani (Pesaro Dolls?) e Alex in David Johansen, ma sono solo speculazioni di un padano. Dopo la meraviglia pop metallizzata di "Bangkok (Loveshock)", gli Aerosmith pre-rincoglionimento di "Take it for love", brano imbastito e costruito per la presa immediata, dal riff al coro perfetto che accompagna la voce nel ritornello. Troppo lunga per le radio FM statunitensi (cinque minuti e mezzo), ecco perché "Take it for love" non ha sfondato nel paese della libertà...

"For absent friends" (che Federico Guglielmi, chissà perché, nella sua recensione sul Velvet n° 9 cita come "Bluesbreaker") non è che una triste tirata blues strumentale, dedicata agli "amici assenti", forse Adov Stone, Pantera e Paul Chain, ma sono solo ipotesi del solito padano. "Catwoman" si pone l'obiettivo di chiudere il pacchetto originale di "Rocks for real" con il pezzo (forse, forse no) più ordinario del lotto. Lunghissima (sette minuti e mezzo), "Catwoman" non possiede quegli scatti abituali della musica dei Boohoos. Luca Frazzi (Rockerilla n° 106) definiva la canzone "Troppo bella, quasi perfetta", Federico Guglielmi "un potenziale hit-single" da FM statunitense. Ok, passiamo alla chiusura con un classico del calibro di "Suffragette City", dal David Bowie di "Ziggy Stardust", registrata "live in studio": una scarica metallica portentosa e velocissima, forse il modo migliore per chiudere una carriera.

Qualcuno scriveva che se fossero nati in California i Boohoos avrebbero aperto i concerti dei Guns n'Roses, ma io mi permetto di suggerire un quadro diverso: se i Boohoos si fossero formati in California e avessero avuto a disposizione qualche soldo in più, sarebbero stati i Guns n'Roses ad aprire i loro concerti, ipotesi confermata dalla visione di un mondo parallelo, uno degli infiniti mondi possibili. I dettagli non sono disponibili.

CURIOSITÀ

Favolosa la copertina di Giovanni Tommaso Garattoni, con lo scatto di Koldenhower (la ragazza si chiama Estrelita, mentre il fortunello è il cantante Alex).- Cambia la sezione ritmica rispetto a "Moonshiner": al posto del bassista Stone e del batterista Pantera (ringraziati tra le note), rispettivamente Baka Bomb e Eric Lümen (quest'ultimo, un ex-Revenge).- Tra le note, questa frase: "e siamo scesi alla Heartbeat City e ci siamo innamorati in questa fottuta città".


DISCOGRAFIA

L'oceano telematico di internet ignora completamente il nome Boohoos. In Francia qualcuno, ad esempio, ha pensato bene di dedicare un sito all'incredibile Alvaro Vitali e non è il solo che si occupa dell'attore (termine un po' forte, scusate) romano. I Boohoos, invece, come sono vissuti tra l'indifferenza generale, così sono scomparsi. La loro discografia, per quanto ne so io, è tutta nei tre dischi che potete leggere recensiti qui sopra. La sezione dei links, ovviamente, soffre della stessa mancanza.


I CONCERTI

Treviso, 1987. Possedevo il mini "The sun, the snake and the hoo" quando ho visto questo concerto per pochi intimi (una trentina di persone al massimo, compresi i parenti dei musicisti). Uno dei più straordinari concerti di hard-rock ai quali abbia assistito, assomigliava ad un conciliabolo tra amici. I Boohoos, in ogni caso, non hanno risparmiato nulla: la splendida voce di Alex, ancor più convincente che su disco, le tastiere di Paul Chain (a dir poco scatenato, tanto da inscenare delle copule con il suo strumento...), le fantastiche chitarre fuzz e la maestosa sezione ritmica. Alla fine del concerto mi son dovuto risvegliare da un sogno e per molto tempo ho pensato che quella sera avevo assistito al "mio" concerto.

Bovolenta, 1989. Chi abbia pensato, tra gli organizzatori di una festa paesana di questo piccolo centro della bassa padovana, di invitare i Boohoos, non lo so, ma certo che sono strane queste alchimie. La gente che si aspetta il solito gruppo di liscio e si trova davanti questi cinque figuri: è uno spettacolo da non perdersi (avevamo già vissuto una situazione simile a un concerto dei Litfiba, qualche anno prima). Esibizione molto più dura e compatta di quella di due anni prima, a rigor di logica vista la nuova formazione e la nuova strada sonora (percorsa per poco, pochissimo tempo). Le tastiere di Paul Chain non ci sono più e la musica si è evoluta verso uno street-rock di marca Aerosmith. Preferivo quelli antichi, ma anche questi Boohoos suonano da dio, con un tiro metallico forsennato e allucinante. Un atto finale da consegnare alla memoria dei pochi che hanno fatto parte del mondo Boohoos.


IL NOME

La formazione ha preso il nome da una canzone degli Stooges. Il nome è onomatopeico e può essere tranquillamente tradotto con "i pianti" o meglio ancora, "i piagnoni".


VAI A...

La mia stima verso questo gruppo è infinita. Continuo a considerare i Boohoos uno dei più incredibili gruppi rock mai apparsi in Italia... In Italia, appunto, che se fossero nati in California o un po' più a nord, a Seattle, la loro storia sarebbe andata diversamente. L'incredibile mancanza di qualsiasi pagina web a loro dedicata (e se non siete soliti girare i siti dei gruppi, vi posso assicurare che potete trovare di tutto, vecchi o nuovi che siano, ancora famosi o dimenticati dai più), li pone al vertice della classifica basata sul rapporto qualità musicale, memoria popolare. La lista che segue prenderà in considerazione i compagni (purtroppo per loro) dei Boohoos, quelli più, quelli meno sfigati.

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