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BO DIDDLEY


THE ORIGINATOR

Ellas Otha Bates è nato il 30 dicembre 1928 a McComb, contea di Pike, Mississippi, non lontano dal confine con la Louisiana, unico figlio della coppia Ethel Wilson e Eugene Bates (con tre fratelli e una sorella nati da precedenti unioni dei genitori). Il bimbo, adottato da una cugina della madre, Gussie McDaniel, diventò Ellas McDaniel e con la famiglia, a sette anni, si trasferì nella zona sud della metropoli di Chicago. Ellas, ancora bambino, prese lezioni di violino dal professor O.W. Frederick, in una chiesa battista e continuò a suonare lo strumento per dodici anni, arrivando a comporre addirittura due concerti. La prima chitarra, una Harmony acustica, arrivò in regalo a Ellas nel Natale del 1940, per merito della sorella Lucille. Ancora adolescente, Ellas cominciò ad essere chiamato Bo Diddley dai compagni di scuola della Vocational High School, un soprannome che il nostro, a leggere le dichiarazioni, non ha mai saputo spiegarsi.

Qualcuno dice che "bo diddley" sia un'espressione slang dei neri del sud, col significato di "niente", "nulla"; altri significati vengono suggeriti dalle fonti più disparate, ma senza dirimere la questione. Il giovane Bo cominciò ad interessarsi ai ritmi che sentiva nelle chiese, durante le funzioni: secondo la fonte alla base di questo tentativo di biografia, Bo Diddley, "un batterista frustrato", si pose l'obiettivo di tradurre quei ritmi in un proprio stile. Ellas cominciò a suonare la chitarra influenzato dagli studi come violinista, muovendo velocemente le dita sulle corde, il tutto unito alla sua passione per la batteria: "Io suono la chitarra come se stessi suonando la batteria... Suono la batteria percuotendo la chitarra". Ancor prima di lasciare la scuola, Bo Diddley formò il suo primo gruppo, gli Hipsters, che in seguitò si trasformarono in Langley Avenue Jive Cats, dal nome della strada dove il ragazzo viveva a Chicago. Dopo aver terminato la scuola, Bo lavorò come camionista, manovale e pugile, non mancando di integrare i magri guadagni suonando dal vivo con il suo gruppo.

In breve tempo, all'inizio degli anni '50, alla band di Bo Diddley si unirono il percussionista Jerome Green e l'armonicista Billy Boy Arnold e dopo dieci anni di concerti tenuti nei più oscuri antri e locali di Chicago, l'artista ebbe l'opportunità di registrare un paio di canzoni, "Uncle John" e "I'm a man": la formazione del demo comprendeva Billy Boy Arnold (armonica), Clifton James (batteria), Roosevelt Jackson (basso) e Bo Diddley (voce e chitarra). Dopo aver proposto il nastro a numerose etichette (tra le quali la Vee Jay), Bo arrivò alla Chess Records dei fratelli Leonard e Phil Chess, i quali suggerirono di cambiare titolo e testo del primo pezzo: la vecchia "Uncle John", ribattezzata "Bo Diddley" e "I'm a man", furono registrate nuovamente all'Universal Recording Studio di Bill Putnam e pubblicate su 45 giri (un classico singolo a "doppia facciata A"), nel 1955, dalla Checker Records, una sussidiaria della Chess. Il 45 giri conquistò la prima posizione della classifica rhythm'n'blues di Billboard, rivelando al mondo un talento genuino come pochi.

Le due canzoni del primo 45 giri di Bo Diddley trasformarono l'ancora neonato rock'n'roll in qualcosa di diverso e unico, influenzando come pochi altri siano mai riusciti a fare, tutta la successiva musica rock. Come ha scritto qualcuno in anni recenti (2006), "Puoi ascoltare la radio per ore al giorno d'oggi, senza sentire una sola canzone che non sia influenzata dalla musica di Bo Diddley".

L'artista apparve nello show televisivo di Ed Sullivan, alla CBS-TV: secondo la fonte, l'esibizione di Bo Diddley può essere considerata la prima in assoluto di un musicista rock'n'roll alla televisione, anche se le cose non funzionarono proprio al meglio (altri dicono che, più semplicemente, l'esibizione televisiva fu la prima per un musicista nero all'Ed Sullivan Show). Come riferito in un'intervista dallo stesso rocker, l'esibizione avrebbe dovuto riguardare una versione della notissima "Sixteen tons", portata a un successo stratosferico da Tennessee Ernie Ford in quello stesso 1955 (la canzone, di Merle Travis, risale al 1947). Bo comunicò ai responsabili del programma il titolo del suo pezzo, quello che porta il suo nome, già uscito su 45 giri e il conduttore non capì, leggendo, che "Bo Diddley" era una canzone e s'infuriò con l'artista: Bo Diddley, non avendo ricevuto indicazioni contrarie, pensava gli fosse stata concessa l'opportunità di suonare due pezzi e la discussione dietro le quinte finì (fonte lo stesso Bo Diddley) con un pugno sulla faccia di Ed Sullivan. Non bastasse, i produttori del programma fecero firmare all'artista l'assegno di 700 dollari circa e poi ne pretesero la restituzione, una prassi di quell'epoca secondo il racconto del rocker. Lo sbigottito Bo Diddley se ne andò senza un soldo: l'anno dopo, l'epocale esibizione del bianco Elvis Presley allo show di Ed Sullivan, fu pagata 50.000 dollari!

Il secondo 45 giri di Bo Diddley (1955), "Diddley daddy"/"She's fine, she's mine", fu seguito da un tour nazionale come stella della serata, in compagnia di Moonglows, Dinah Washington, 5 Keys, Little Walter e altri. Ancora un 45 giri nel 1955, "Pretty thing"/"Bring it to Jerome", seguito dai tre del 1956: "Diddy wah Diddy" (scritta con Willie Dixon)/"I'm a looking for a woman", "Who do you love?"/"I'm a bad" e "Cops & robbers"/"Down home special". Anni intensissimi per il rocker nero, impegnato in tutto il paese in continui tour al fianco di una pletora di artisti rock'n'roll, rhythm'n'blues, soul e blues e nondimeno indaffarato in studio come chitarrista di "Billy's blues", il debutto dell'artista soul Billy Stewart, una scoperta dello stesso Bo Diddley. Nel 1957, oltre alla pubblicazione di due 45 giri, "Hey Bo Diddley"/"Mona" e "Say, boss man"/"Before you accuse me", Bo Diddley scoprì i Marquees, un gruppo vocale di Washington DC caratterizzato dal talento sopraffino di Marvin Gaye. In quello stesso anno, Bo Diddley partecipò al tour "Biggest show of stars for 1957", accanto a una serie di artisti da far girare la testa: Chuck Berry, Everly Brothers, Drifters, Buddy Holly & the Crickets, Frankie Lymon and the Teenagers e Clyde McPhatter (il quale, da quanto ne so, faceva parte anche dei Drifters), ma non fu l'unico tour itinerante del genere.

Tre i 45 giri del 1958: "Hush your mouth"/"Dearest darling", "Willie & Lillie"/"Bo meets the monster" e "I'm sorry"/"Oh yea", ma quello fu anche l'anno del primo EP ("Bo Diddley") e del primo album, "Bo Diddley", una semplice raccolta dei brani già usciti su 45 giri (come di consueto, per quanto riguarda gli album, in quella fine anni '50). I due singoli del 1959 furono tra i pochi dischi di Bo Diddley a scalare la classifica canonica di Billboard: "Crackin' up"/"The great grandfather" salì sino al numero 62, mentre il successivo "Say man"/"The clock strikes twelve", inerpicatosi sino al numero 20, rimane ancora oggi il più grande successo del rocker. Nel 1959 fu pubblicato un secondo album raccolta dei brani apparsi in piccolo formato, "Go Bo Diddley". Nel 1960 la Checker Records diede alle stampe addirittura tre album del nostro, "Have guitar, will travel", "Bo Diddley in the spotlight" e "Bo Diddley is a gunslinger", quest'ultimo arrivato al disco d'oro (più di mezzo milione di copie), oltre al singolo "Road Runner" (numero 75 di Billboard). In quel 1960, Bo Diddley lasciò Chicago e si trasferì a Washington DC, dove si costruì un proprio studio di registrazione.

Una parentesi doverosa, anche per spezzare questa cronologia: Bo Diddley, tra i tanti suoi primati, può vantare quello di essere stato il primo (qualcuno scrive "tra i primi") rocker ad ospitare donne musiciste (non semplici coriste, in sostanza) nella propria band. La prima fu la ben nota Lady Bo, alias Peggy Jones, con Bo Diddley dal 1957 sino al 1993 (è uno dei tanti ricordi dell'indimenticabile concerto che vidi nel 1988), in qualità di chitarrista, cantante e arrangiatrice; un'altra fu The Duchess (Norma-Jean Wofford), chitarrista dal 1962 al 1966 (morta nel 2005).

Nel 1961 l'artista suonò alla festa d'inaugurazione della presidenza Kennedy, alla Casa Bianca e in quello stesso anno, il singolo "Walkin' & talkin'" vinse il Grammy Award (alla sua terza edizione) nella categoria rhythm'n'blues. Gli artisti che in quel periodo ripresero canzoni di Bo Diddley (portandole talvolta al successo) o che usarono il suo caratteristico "jungle rhythm" o che si lasciarono influenzare, non si contano, ma tra questi è doveroso segnalare un giovane chitarrista nero, di stanza come paracadutista a Fort Campbell, nel Kentucky: una foto immortala il giovane Jimi Hendrix mentre suona la chitarra, con alle spalle la copertina dell'album "Bo Diddley is a gunslinger". L'unico album del 1961, "Bo Diddley is a lover", fu seguito dai tre del 1962, "Bo Diddley's a twister", "Bo Diddley" e "Bo Diddley & company", più il successo a 45 giri "You can't judge a book by its cover" (numero 48 di Billboard). Nel frattempo, la crescente scena britannica, che esploderà nel giro di un paio d'anni, carpì a piene mani i ritmi e le canzoni del rocker del Mississippi: per fare un solo esempio, i Rolling Stones imberbi, che in quel periodo suonavano al Crawdaddy Club di Richmond, nel Surrey (un locale che prese il nome da una canzone di Bo Diddley, "Doing the Craw-Daddy"), ospitavano nel loro primissimo repertorio non meno di quattordici canzoni del nostro.

Nel 1963 il rocker pubblicò due album, "Surfin' with Bo Diddley" (che nonostante il titolo comprende quattro canzoni di Bo e otto di Billy Lee Riley & the Megatons) e "Bo Diddley's beach party", uno dei primi album dal vivo della storia del rock. Nello stesso anno, Bo partì per il suo primo tour britannico, in compagnia di Everly Brothers, Little Richard e Rolling Stones e con Charlie Watts e Bill Wyman alle spalle, partecipò a un programma radiofonico della BBC, Saturday Club; in quello stesso periodo, il 45 giri "Pretty thing" arrivò al numero 40 della classifica UK, il suo più grande successo nel Regno Unito. Gli artisti che riprendendo le canzoni di Bo Diddley arrivarono in cima alle classifiche nazionali, non si contano, letteralmente, ma solo per fare qualche nome tra i tanti di quel periodo: Buddy Holly (USA, "Bo Diddley"), con un successo postumo (il rocker texano era morto nel 1959), Ronnie Hawkins (Canada, con "Bo Diddley" e "Who do you love?"), Peter Blake (UK, con "Bo Diddley"), Downliners Sect (UK, con "Cadillac") e molti altri.

Due gli album del 1964, l'antologia "Bo Diddley's 16 all time greatest hits" (disco d'oro) e "Two great guitars", condiviso con Chuck Berry. Il racconto potrebbe svilupparsi per migliaia di righe solo citando i successi di altri musicisti raccolti grazie alle canzoni o al ritmo di Bo Diddley, senza contare le band che in quel periodo nacquero con nomi tratti dalle canzoni del rocker (almeno sei in Gran Bretagna, tra le quali, i grandi Pretty Things). La lista degli album continuò senza sosta, con l'unico variazione, all'inizio degli anni '70, del passaggio dalla sussidiaria Checker Records alla casa madre Chess Records. Nel 1971, Bo Diddley si trasferì a Los Lunas, New Mexico, cittadina nella quale ricoprì la carica di vice-sceriffo. Nel 1974, dopo un rapporto ventennale, Bo Diddley lasciò la Chess Records e passò alla RCA. Come succede spesso ai grandi innovatori, l'artista è sempre rimasto ai margini del successo di massa e solo una parte infinitesimale dei soldi che gli sarebbero stati dovuti sono arrivati nelle sue tasche. Qualche passaggio da un'intervista del 1987, curata da Kurt Loder di Rolling Stone e pubblicata dal Mucchio Selvaggio (n° 113, giugno 1987).

Loder: Non hai mai chiesto alla Chess delucidazioni sulle vendite?

Bo: Mi facevano vedere i loro conti, ma capivo che li avevano manipolati. Ma non potevi fare domande. Non sarei durato così a lungo se lo avessi fatto. (...).

Loder: Cosa pensavi dei fratelli Chess?

Bo: Io, Chuck Berry, Little Walter, John Lee Hooker - noi eravamo la Chess Records. Noi rappresentavamo gli inizi del rock & roll e la Chess Records dovrebbe essere etichettata in questo modo. Merita questo onore. (...) Avevo un buon giudizio di Leonard e Phil fino a quando non mi resi conto di ciò che avevano fatto.

Loder: Cioè?

Bo: I miei dischi sono venduti in tutto il mondo e io non ricevo il becco di un quattrino. (...) Qualcuno si è intascato i miei soldi. Tutti quelli che fanno questo lavoro hanno una villa e tutto il resto. Io ho una baita. Quando lasciai la Chess, dissero che dovevo loro 125.000 dollari.

Loder: Per cosa?

Bo: Mi piacerebbe saperlo. (...).

Loder: Perché hai venduti i diritti dei tuoi brani alla Arc?

Bo: Perché ero senza soldi. (...) La gente diceva: "Hai fatto la cosa peggiore che potessi fare, vendere le tue canzoni". Bene, dov'erano queste persone quando i miei piccoli piangevano per la fame e nel frigo non c'era niente? (...) L'ho fatto per non ammazzare qualcuno, per non diventare un criminale.

Da queste poche frasi risulta chiaro come Bo Diddley, nel 1987, a trent'anni e più dagli esordi, non avesse ricavato un granchè dalle sue canzoni, suonate da chiunque e in qualunque salsa. Kurt Loder parlò con il figlio di Leonard Chess (quest'ultimo già morto a quell'epoca), Marshall, il quale replicò alle accuse chiamando in causa gli anticipi che Bo Diddley chiedeva ogni tre settimane. Marshall Chess, allo stesso tempo, ammise come gli artisti neri fossero pagati pochissimo in quegli anni. I passaggi del catalogo Chess alla GRT (1967) e poi alla Sugar Hill (1974), non fecero che complicare le cose, con il medesimo risultato: niente soldi per Bo Diddley (la Sugar Hill, addirittura, rilevò il catalogo disinteressandosi dei contratti precedenti firmati dalla Chess).

Nel 1977 Bo Diddley fu votato tra i cento migliori chitarristi di sempre dal magazine Trouser Press, nell'anno in cui il rocker si trasferì a Hawthorne, in Florida. Bo continuò a suonare dal vivo e a pubblicare dischi, mentre le etichette presenti e passate sfornavano antologie su antologie. Nel 1984 Bo esordì per l'etichetta francese New Rose, con un album ("Ain't it good to be free") già pubblicato l'anno precedente dalla BoKay in cassetta. Nel 1985 il nostro ebbe l'opportunità di esibirsi di fronte a tutto il mondo sul palco del Live Aid, con George Thorogood e la sua band, nel 1987 entrò a far parte dell'ancora giovane Rock'n'Roll Hall of Fame e nel 1988 ricevette le chiavi della sua città natale, McComb, Mississippi. Nel 1989, dopo vent'otto anni, Bo Diddley tornò a suonare al ricevimento d'inaugurazione di un quadriennio presidenziale: John Fitzgerald Kennedy nel 1961, George Bush nel 1989 (e ancora, per il secondo mandato di Bill Clinton, nel 1997).

Un referendum tra i lettori del magazine Entertainment Weekly, nominò nel 1990 Bo Diddley come il rocker più importante di sempre, nello stesso anno del passaggio all'etichetta californiana Triple XXX. Il sito che fornisce la cronologia fonte di questa lunga disamina sulla carriera di Bo Diddley, arriva sino ai giorni nostri (oggi, 20 dicembre 2007), anzi, esagera e cita una notizia che "accadrà" nel 2008! Per quanto riguarda la discografia, invece, tutto si ferma al 1996, con l'album "A man amongst men" (Code Blue/Atlantic). Il 17 maggio 2007, durante un concerto in Iowa, Bo Diddley è stato colpito da un ictus e trasportato in ospedale: affetto da lungo tempo da ipertensione e diabete,  Bo Diddley ha subito danni cerebrali alle funzioni della parola e della comprensione, condizioni aggravate da un successivo infarto (28 agosto 2007). Il 2 giugno 2008, la vita del grande rocker è terminata, a pochi mesi dal suo ottantesimo compleanno.

La musica e le canzoni di Bo Diddley rimarranno scolpite nella storia della musica popolare del secolo scorso e senza dimenticare ciò che disse quel giornalista: puoi ascoltare canzoni alla radio per ore, ogni giorno, anche oggi, estate 2008 e puoi star certo che la musica e il ritmo inventati da questo geniale innovatore del rock, non mancheranno mai di fare capolino.


"CHESS MASTERS"

[vinile]

Doppia antologia completamente priva di note, ma come si dice in questi casi, cercheremo di arrangiarci. La materia è talmente tanta che questa recensione si è allungata nel tempo a dismisura. Dettagli e pareri qui di seguito.

BO DIDDLEY

(2 marzo 1955, Universal Recording Studios di Chicago, Illinois)

Bo Diddley - voce e chitarra

Lester Davenport - armonica

Henry Gray - piano

Jerome Green - maracas

Frank Kirkland - batteria

La vecchia "Uncle John", ribattezzata "Bo Diddley" e con testo edulcorato (secondo i fratelli Chess, la versione originale era troppo dura e non adatta alle classifiche), è la porta d'ingresso ideale per entrare nel pianeta Bo Diddley: primo 45 giri del rocker, canzone che porta semplicemente il nome dell'autore (a fronte delle decine di canzoni dove il nome compare in varie forme) e soprattutto, dimostrazione esemplare dell'arte musicale di questo autentico genio del rock'n'roll.

La chitarra funge semplicemente da strumento solista: il riff è opera dell'intera sezione ritmica, un ritmo unico e inimitabile (e riproducibile facilmente, come dimostra la storia della musica rock). È la dimostrazione di come le capacità intuitive di un innovatore riescano a traghettare l'ascoltatore verso le origini africane dei suoni. Canzone straordinaria, non servirebbe nemmeno scriverlo.

LE COVER PRINCIPALI

Dalla mia discoteca:

Mud Boy & the Neutrons

(dall'album "Known felons in drag" e dalla raccolta "Play New Rose for me - Rose 100")

Versione straordinaria, "piena", sudorifera sino al parossismo, un capolavoro prono all'arte di Bo Diddley.

Bob Seger & the Silver Bullet Band

(dall'album "Live Bullet")

Energia a mille, fiati a tonnellate e la voce roca di Bob Seger: il rocker di Detroit e la sua band non sorprendono di sicuro, ma sono coinvolgenti e sprizzano sudore da ogni solco. Non bastasse, durante il pezzo Bob Seger cita anche "Who do you love?"...

Altro

(le due liste sono state trovate in Internet e non contengono le specifiche sul quando, dove, come e perché sarebbero state registrate le cover: il primo gruppo dovrebbe essere attendibile - cover registrate in studio, con tanto di anno di pubblicazione - mentre per quanto riguarda il secondo, il sito è uno dei più completi e attendibili su Bo Diddley; l'impressione, data la monumentale ampiezza della lista - questa qui sotto non è che una cernita - è che molti dei nomi abbiano suonato la canzone dal vivo, ma non l'abbiano mai registrata ufficialmente):

Carroll Brothers (1962), Ronnie Hawkins (1963), Art Neville (1968), Jan De Wilde (1989), Die Nieuwe Snaar (1992), Meters (1992) e inoltre

Allman Brothers Band, Animals, Beatles, Barbarians, Blues Band, Emerson Lake & Palmer (!), Fleetwood Mac, Sammy Hagar, Tim Hardin, Robyn Hitchcock, Buddy Holly, Stephen King & the Wrockers (proprio lui...), Curtis Knight & the Squires, Janis Joplin, Little Richard, Magnet & Moe Tucker, Paul McCartney (da solo e con i Wings), MC5, Missing Links, Moody Blues (!), Lou Reed, Residents, Keith Richards, Scorpions, Shadows, Sir Douglas Quintet, Bruce Springsteen, Starz, Strangeloves, Taj Mahal, Moe Tucker & Half Japanese, Bobby Vee & the Crickets, Link Wray, Warren Zevon

BRING IT TO JEROME

(Jerome Green, 1955)

Un giro blues basilare e le voci di Bo Diddley e Jerome Green, in un pezzo scritto da quest'ultimo. Jerome Green, nato nel 1934, viveva a Chicago, era grande amante della tuba e del jazz e fu reclutato nei Langley Avenue Jive Cats per sbatacchiare le maracas, un'influenza fondamentale, secondo una fonte, per una serie di personaggi futuri, del calibro di Mick Jagger (Rolling Stones), Paul Jones (Manfred Mann's Earth Band e fondatore della Blues Band), Phil May (Pretty Things) e Van Morrison (Them). Jerome Green, percussionista e batterista, si concentrò sulle maracas per la difficoltà di portare agli angoli delle strade, dove suonava la Langley Avenue Jive Cats, un set di batteria. Durante i dieci anni di rapporto artistico con Bo Diddley, Jerome Green prestò la sua voce in almeno undici canzoni.

La prima parte del pezzo è dedicata alla voce di Bo Diddley, con Jerome Green che ripete meccanicamente il titolo ad ogni riga di testo, poi il testimone passa completamente alla voce di Jerome Green (una voce piena e intensamente nera). Un tormentone appiccicoso e concluso con l'armonica di Billy Boy Arnold.

LE COVER PRINCIPALI

Beatles, Birds (quelli inglesi...), Bob Dylan (col titolo di "Bring it on home"), Manfred Mann, Paul McCartney

ROAD RUNNER

(1960)

È uno dei pezzi più famosi di Bo Diddley, ripreso in tutte le salse a sette note dal 1960 ad oggi. Il soggetto è proprio lo struzzo del cartone animato che fa impazzire Wile il Coyote: il "beep-beep" dello struzzo conclude ogni strofa. Un giro di chitarra impossibile da dimenticare anche dopo un solo ascolto e quel suono di "sfregamento" sulle corde riciclato da chiunque abbia ripreso la canzone.

LE COVER PRINCIPALI

Dalla mia discoteca:

Animals

(dall'album "The most of the Animals")

Versione dominata dalle tastiere e dai giochetti chitarristici che già caratterizzano l'originale di Bo Diddley.

Who

(dall'album "The kids are alright")

I devastanti Who, catturati dalle tracce live di "The kids are alright", sembrano uscire da un altro pianeta: Bo Diddley e la sua "Road Runner" - miscelata con la precedente "Join together", in una versione bluesata, indurita e straordinaria - non possono che starci a meraviglia. Tra marziani ci s'intende.

Pretty Things

(dall'album "Midnight to 6")

A differenza degli Animals, i Pretty Things (che dal maestro del Mississippi presero anche il nome) basano la loro versione sull'armonica, senza dimenticare la voce magnifica di Phil May e i numeri chitarristici di Dick Taylor.

Altro

Wayne Fontana and the Mindbenders (1963), Zombies (1965), Phantoms (1966), Chris Spedding (1977), Thin White Rope (1994) e inoltre:

Aerosmith, Beatles, Black Crowes, Brownsville Station, Clash, Gibson Brothers, Dr. Feelgood, Steve Gaines, Gruesomes, Masters Apprentices, Mike Mills & the Backbeat Band, Omar & the Howlers, REM, Rolling Stones, Dick Taylor & Memphis, Thee Headcoats, UK Subs, Johnny Winter

WHO DO YOU LOVE?

(1956)

Sul celeberrimo ritmo "jungle", ma accelerato rispetto alle imprese di quegli anni, Bo Diddley costruisce un pezzo irresistibile per meccanicità melodica: a tal punto irresistibile, da aver "provocato" alcune delle migliori cover a memoria del sottoscritto. Vedi sotto per le cover presenti nella mia discoteca, ma tra quelle non presenti (ce l'avevo in cassetta), voglio ricordare la versione di Ronnie Hawkins con la Band, al concerto di addio di quest'ultima, filmato da Martin Scorsese nel 1976.

LE COVER PRINCIPALI

Dalla mia discoteca:

Giant Sand

(dalla raccolta "Play New Rose for me - Rose 100")

I Giant Sand stratosferici di "Who do you love?", come dire, sono inenarrabili. La loro versione del classico di Bo Diddley, trascende ogni cosa sia possibile scrivere su un pezzo di musica rock. Come ho scritto in sede di recensione (della raccolta citata qui sopra), sembra che Howe Gelb e soci stiano per uscire da un momento all'altro dalle casse per travolgerti con una gragnuola di decibel, ma non sono sicuro di essermi spiegato...

Doors

(dall'album "Absolutely live")

Dev'essere qualcosa di magico: gli artisti che riprendono i pezzi di Bo Diddley riescono ad estrarre dai loro cilindri, capienti o meno, il meglio del loro repertorio e i Doors confermano ancora una volta questa specie di regola. Versione esaltante, energica e fantasiosa e che, come nel caso dei Giant Sand (qui sopra), non sa cosa sia la carta carbone.

George Thorogood and the Destroyers

(dall'album "The baddest of...")

George e i suoi Distruttori non si allontanano di molto dalla strada tracciata dal maestro, come giusto che sia per un cultore assoluto del blues e del rock'n'roll primigenio. Thorogood ha dalla sua l'immensa passione che lo anima da più di trent'anni e questo basta e avanza.

Hoodoo Gurus

(dall'album "Stoneage Romeos")

Dal primo album degli Hoodoo Gurus (in realtà, una bonus-track della versione cd), una "Who do you love?" garagistica, veloce e lancinante a livello elettrico.

Jesus and Mary Chain

(dall'album "Barbed wire kisses")

Uno dei momenti più convincenti di questa mediocre antologia dei Jesus and Mary Chain, si rintraccia in una versione scarnificata, minimale ed elettronica di "Who do you love?".

Nuts

(dall'album "The ups and down of a nice little bugger")

Italiani di La Spezia, i Nuts chiusero il loro primo album con una versione chilometrica (più di sette minuti) del classico di Bo Diddley, ribattezzato per l'occasione "Who should you love?". Peccato per la voce mediocre del cantante e chitarrista Mario Bucceri, che se la cava molto meglio con lo strumento (splendido il lungo assolo di chitarra).

Quicksilver Messenger Service

(dall'album "Happy trails")

I Quicksilver Messenger Service di John Cipollina usarono "Who do you love?" come pretesto, una sorta di canovaccio sul quale sviluppare un lungo esperimento acido di venticinque minuti, perfettamente in linea con il periodo (1968) e la città di provenienza (San Francisco, USA). Un'esperienza totalizzante e sfibrante... Non contenti, i nostri continuarono sul tema Bo Diddley e iniziarono la seconda facciata con i sette minuti di "Mona", ancora Bo Diddley (vedi).

Altro

John Hammond (1964), Ronnie Hawkins (1968), Juicy Lucy (1969), Smith (1969), Townes Van Zandt (1978), Band con Ronnie Hawkins (1978), Carlos Santana (1983), Pleasure Barons (1993), Golden Earring (1995), Novato Frank Band (1995), Neal Black & the Healers (2000), Grateful Dead (2001), Cross Canadian Ragweed (2005), Dion (2005) e inoltre:

101'ers, Dave Alvin, Band, Blues Magoos, Blues Project, Cheap Trick, Eric Clapton, Deep Purple, Dr. Feelgood, Steve Earle & the Dukes, Howe Gelb, Grateful Dead, Half Japanese, Heartbreakers, Magicians, Meteors, Milkshakes, Miners of Muzo, Misunderstood, Van Morrison, Only Ones, Preachers, Scorpions, Bob Seger, Smashing Pumpkins, Patti Smith, Bruce Springsteen, Stooges, Johnny Thunders, UFO, Yardbirds

HUSH YOUR MOUTH

(1958)

"Hush your mouth" è uno dei tanti, piccoli capolavori del genio di Bo Diddley: un pezzo essenzialmente ritmico, come la maggior parte del repertorio del rocker, giocato tra la grancassa e il piano (di Henry Gray o Otis Spann), con la chitarra "percossa" di Bo a puntualizzare ogni tanto e la sua voce usata come uno strumento. Rock scarnificato che non assomiglia nemmeno al rock come lo s'intende solitamente, ma forse sto impazzendo...

LE COVER PRINCIPALI

Dick Dale (col titolo di "Surfing drums"), Mickey Finn & the Blue Men, Surfaris (col titolo di "Surfing drums")

PRETTY THING

(1955)

"Pretty thing" per esempio: la canzone sarebbe un classico pezzo melodico ("Tu cosa graziosa, permettimi di acquistare un anello di nozze" e così via), anche per merito della voce dimessa (forse perché si parla di matrimonio...), non fosse per quel ritmo frastornante e incessante in sottofondo, a dir poco stridente con ciò che succede in "superficie". La voce di Bo Diddley è accompagnata per tutto il pezzo, in una sorta di botta e risposta, dall'armonica.

LE COVER PRINCIPALI

Animals, Mike Bloomfield & John Hammond & Dr. John, Canned Heat, Ronnie Hawkins & the Hawks, High Numbers, Mad Daddys, Van Morrison, Rolling Stones, Social Distortion, Who

PILLS

(1961)

Bo Diddley - voce e chitarra

Jerome Green - maracas

Clifton James - batteria

Bo Diddley abbandona per una volta il suo jungle rhythm e costruisce un brano delizioso, melodicamente perfetto, come sempre, sviluppato quasi in forma di ballata (numerose le strofe) e dal testo splendido (la "pillola d'amore" dell'"infermiera rock'n'roll").

LE COVER PRINCIPALI

Dalla mia discoteca:

New York Dolls

(dall'album "New York Dolls")

Le Bambole di New York, dal loro primo album, cercano di sfregiare un vecchio classico alla loro maniera: con l'amore smisurato verso i quattro quarti che le contraddistingueva e gli sberleffi chitarristici di Johnny Thunders. Ancora una cover da incorniciare, ma ormai è un disco rotto.

Altro

GG Allin, Chesterfield Kings, Half Japanese, Joe Perry Project, REM, Rudi, Izzy Stradlin, Johnny Thunders (da solo e con gli Hanoi Rocks), UK Subs

MONA

(1957)

Bo Diddley - voce e chitarra

Moonglows - cori (Harvey Fugua, Bobby Lester, Alexander "Pete" Graves, Prentiss Barnes)

Jerome Green - maracas

Peggy Jones - chitarra

Frank Kirkland o Clifton James - batteria

La sensualità di un pezzo come "Mona", potrei giurarci, non sfuggirà a un tizio come James Brown: mai letto nulla al riguardo, è solo una mia idea e anche fosse vero, il soulman non l'avrebbe mai ammesso, dato l'orgoglio innato della sua natura.

LE COVER PRINCIPALI

Dalla mia discoteca:

Bruce Springsteen & the E-Street Band

(dal bootleg "The Boston breaker")

Uno dei più bei omaggi all'arte di Bo Diddley? "She's the one", un pezzo firmato da Bruce Springsteen per l'album "Born to run" e impregnato di Bo Diddley fino al midollo, tanto che nelle versioni dal vivo della canzone, la stessa era introdotta da una lunga versione di "Mona" (quasi dieci minuti): su una "Mona" lenta e dalla tensione elettrizzante, veniva miscelata "She's the one" (il ritmo, il jungle beat di marca Diddley, è esattamente lo stesso), in una combinazione dall'impatto straordinario. Il tutto, in questo caso, è tratto da un bootleg registrato a Boston il 25 marzo 1977.

Quicksilver Messenger Service

(dall'album "Happy trails")

Dopo la sfibrante cavalcata di "Who do you love?", che copre tutta la prima facciata di "Happy trails", il gruppo di John Cipollina iniziò la seconda facciata con un altro classico di Bo Diddley. "Mona", sviluppata su una versione di sette minuti e mezzo, non fece che confermare l'arte visionaria e acida (mi sono spiegato...) di questo gruppo, immerso tra gli effluvi psichedelici della Frisco di fine anni '60.

Rolling Stones

(dall'album "The Rolling Stones", con il titolo "I need you baby")

I Rolling Stones del primo album, giovanissimi e immersi nelle loro passioni nerissime, offrirono il loro Bo Diddley pensiero con una versione di "Mona" dal titolo di "I need you baby". Devota all'originale, la "Mona" dei Rolling Stones convince pienamente per la voce di Mick Jagger, non bastasse tutto il resto (la sezione ritmica convincente, le chitarre, l'umore adatto e l'amore incommensurabile di questi pallidi inglesi per la musica nera).

Altro

Dinosaurs (1988), Guy Forsith (2000) e inoltre:

Big Star, Len Bright Combo, Cherokees, Kevin Dunn, Mick Farren, Grateful Dead, Buddy Holly, Humble Pie, Iguanas, Jo Jo Zep & the Falcons, Greg Kihn, Ed Kuepper, Mahogany Rush, Man, Mazzy Star, MC5, Milkshakes, Misunderstood, Iggy Pop & the Stooges, Pretty Things, Jonathan Richman & the Modern Lovers, Troggs, Johnny Winter

MEMPHIS

(1963)

Molti accreditano erroneamente questo pezzo a Chuck Berry (come si possa pensare che sia la "Memphis" del rocker di St. Louis non lo so, ma è noto che spesso chi scrive di rock'n'roll i dischi non li ascolta...). Trattasi di un breve pezzo strumentale (con alcune frasi gridate da Bo Diddley) inserito in "Bo Diddley's beach party", album registrato nel luglio del 1963 al Beach Club di Myrtle Beach, South Carolina. Secondo alcune fonti, "Bo Diddley's beach party" sarebbe uno dei primi album dal vivo della storia del rock'n'roll.

YOU CAN'T JUDGE A BOOK BY ITS COVER

(Willie Dixon, 1962)

Il senso del titolo ("Non puoi giudicare un libro dalla copertina"), un'espressione che biasima la tendenza a giudicare dall'apparenza e non dalla sostanza, viene ripreso nelle prime righe del testo con una serie di esempi: non puoi giudicare una mela guardando l'albero, non puoi giudicare il miele guardando l'ape, non puoi giudicare la figlia guardando la madre. Nel ritornello, chi canta si definisce un contadino, dunque uno zotico, ma prega la donna di non giudicare il suo amore appassionato dall'apparenza. I confronti continuano nelle strofe successive (zucchero-barattolo, la donna e il suo uomo, sorella-fratello, pesce-specchio d'acqua, giusto-sbagliato, l'uno e l'altro).

Il pezzo, firmato da Willie Dixon, mischia l'umore blues dell'autore con il ritmo classico di Bo Diddley, per una canzone di grande forza, anche per merito della voce appassionata del rocker.

HEY BO DIDDLEY

(1957)

Una sorta di variazione sul tema principale del Bo Diddley dei primi anni discografici. Ritmo forsennato, botta e risposta voce solista-coro e la sensazione di una festa tribale in pieno corso. Nessun dubbio sul fatto che Poison Ivy e Lux Interior (Cramps), tra un film di serie Z e l'altro e tra un gioco erotico e l'altro, si siano sciolti davanti al giradischi con canzoni come questa.

LE COVER PRINCIPALI

Ronnie Hawkins (1957) e inoltre:

Allman Brothers Band, Roger Chapman & Shortlist, Bobby Darin, Everly Brothers, Jerry Garcia & Rick Danko & Jorma Kaukonen, Grateful Dead, Levon Helm & the Hawks, Elvis Presley, Prince, Lou Reed, Bruce Springsteen, Steel Pole Bathtub, Taj Mahal

HUCKLEBUCK

(Roy Alfred & Andy Gibson, 1963)

Strumentale non firmato da Bo Diddley e dominato dalle tastiere e dal sassofono. Non manca il tocco chitarristico dell'artista, ma non siamo di fronte a un capolavoro (e chi lo pretende, si potrebbe pensare...).

MUMBLIN' GUITAR

(1960)

"Mumblin' guitar" è un pezzo strumentale marchiato Bo Diddley al 100%: su un ritmo esasperato, il chitarrista si produce in una serie di suoni estratti dalla sua sei corde da far drizzare i capelli in testa (per chi ne ha...). Esercizio sterile e forse anche un po' megalomane, ma io sono ancora qui a stupirmi di fronte a questi suoni, per l'ennesima volta: per quanto possa valere...

LE COVER PRINCIPALI

Cub Koda

SHE'S ALRIGHT

(1959)

Canzone più prodotta del solito, con interventi eccessivi di cori maschili e femminili (nel classico botta e risposta con la voce solista), ma il ritmo è straordinario, come sempre e la tensione (sessuale, proprio quella) altissima.

DIDDLEY DADDY

(1955)

Bo Diddley - voce e chitarra

Moonglows - cori (Harvey Fugua, Bobby Lester, Alexander "Pete" Graves, Prentiss Barnes)

Little Walter - armonica

Jerome Green - maracas

Clifton James - batteria

Una variazione sul tema principale di "Bo Diddley" (la canzone) non molto interessante e con un coro doo-wop decisamente fuori posto. In ogni caso, è impossibile non ascoltare con attenzione il ritmo che guida la canzone: è come una calamita per le orecchie quel ritmo, non ci si salva...

LE COVER PRINCIPALI

Ronnie Hawkins (1972), Chris Isaak (1989) e inoltre:

Marshall Creenshaw, John Hammond, Delbert McClinton, Pretty Things, Rolling Stones

I'M A MAN

(2 marzo 1955, Universal Recording Studios, Chicago, Illinois)

Ed eccoci al prototipo di centinaia di canzoni, cover o meno, a partire da "Mannish boy", firmata da uno dei maestri del chitarrista, Muddy Waters. Bo Diddley non obiettò all'epoca della registrazione di Muddy Waters, in quello stesso anno (forse per timore reverenziale verso il grande bluesman), ma in seguito ne rivendicò completamente la paternità. "I'm a man" è il blues dei padri innestato sul ritmo originale di Bo Diddley, per un capolavoro eterno e indimenticabile: per capire quanto, vedere le cover, qui sotto e non sono che quelle presenti nella mia discoteca...

LE COVER PRINCIPALI

Dalla mia discoteca:

Remains

(dall'album "The Remains")

I Remains di "I'm a man", detta in poche parole, giustificano la mia passione per il rock'n'roll: è una delle mie cover preferite di ogni tempo, suonata da uno dei miei gruppi preferiti di sempre ed è la dimostrazione provata di dove possa arrivare il rock interpretato con la foga e l'amore per i ritmi neri. "I'm a man", versione Remains, aprile 1966, i Led Zeppelin molto lontani nel futuro, Jimi Hendrix ancora alle prese con un mondo che non lo capiva, i Cream debuttanti in quello stesso anno, i Blue Cheer non ancora all'esordio su album, i Beatles alle prese con "Revolver": "I'm a man" è hard-rock con le palle, è heavy-metal con le giuste colate di metallo, di svisate e di feedback, è thrash-metal che certi pischelli nemmeno se lo sognano. La carriera di Bo Diddley meriterebbe un monumento anche solo per aver ispirato questa cover... e quella dei Litter, qui sotto...

Who

(dall'album "My generation")

Gli Who del primo album (1965) sono più realisti del re e rallentano il blues di "I'm a man" sino a sprofondarlo nelle acque melmose del Mississippi, sulle cui sponde nacque l'autore. L'ugola di Roger Daltrey sembra sforzarsi nell'imitazione di un uomo con la pelle pigmentata, mentre Pete Townshend si produce in alcuni numeri da par suo e Keith Moon pure (che non voleva mai essere secondo a nessuno).

Litter

(dall'album "Distortions")

I Litter del primo album riescono a superare i Remains (vedi sopra) in quanto ad elettricità e distorsioni e si producono in una versione del capolavoro di Bo Diddley che lascia stupefatti per velocità e violenza sonora. Alcuni datano "Distortions" al 1966, altri al 1967, ma poco importa di fronte a questo ammasso sublime di sferragliante rock allucinato. Continuo a preferire di poco i Remains, ma questi Litter di "I'm a man" (come tutto l'album, un capolavoro, secondo il sottoscritto) sono a dir poco epocali: come i Remains...

Yardbirds

(dall'album "Five live")

Gli Yardbirds del 1965, dal vivo e con la chitarra di Eric Clapton, s'inchinano al maestro e si producono in una versione di "I'm a man" dominata dall'armonica di Keith Relf. Ottima.

Rolling Stones

(dall'album "Love you live", come "Mannish boy", firmata Muddy Waters, Mel London e Bo Diddley)

Dalla Mocambo Side di "Love you live", un'intera facciata registrata in un piccolo club di Toronto (Canada), El Mocambo: certo, è "Mannish boy", ma sempre di "I'm a man" stiamo parlando e i Rolling Stones, devoti ammiratori sia di Muddy Waters che di Bo Diddley, si producono in una versione entusiasmante, chissà, forse per l'atmosfera ristretta di un piccolo locale o per chissà quale motivo. Mick Jagger ha una voce che più nera non si può e la sezione ritmica picchia come un maglio.

Altro

(il secondo gruppo della lista, scovato in Internet come il primo, non contiene le specifiche sul quando, dove, come e perché sarebbero state registrate le cover, ma il sito è uno dei più completi e attendibili su Bo Diddley; l'impressione, data la monumentale ampiezza della lista - questa qui sotto non è che una cernita - è che molti dei nomi abbiano suonato la canzone dal vivo, ma non l'abbiano mai registrata ufficialmente; nelle liste sono comprese le versioni di "Mannish boy", firmata Muddy Waters - in coabitazione con Bo Diddley e Mel London - ma che Bo Diddley ha rivendicato come propria al 100%):

John Hammond (1964), Oxford Circle (1966), Q65 (1966), Barracudas (1967), Dr. Feelgood (1976), Flamin' Groovies (1984), Paul Butterfield (1986), Iggy & the Stooges (1988), Hindu Love Gods (1990), Dwarves (1993), Jimi Hendrix (1994), Chrome (1995), Groundhogs (1999), Elliot Murphy (2005) e inoltre

Bryan Adams, Aerosmith, Beatles, Big Country, Ruth Brown (col titolo di "I'm a woman"...), John Cipollina & Friends, Terence Trent D'Arby, Doors, John Fogerty, Rory Gallagher, Grateful Dead, Buddy Guy, High Numbers, John Lennon, John Martyn, MC5, Mekons, Nits, Tom Petty & the Heartbreakers, Queen, Rave-Ups, Otis Rush, Doug Sahm, Smashing Pumpkins, Sonics, Stevie Ray Vaughan, Johnny Winter, Warren Zevon, ZZ Top

I'M LOOKING FOR A WOMAN

(1956)

Pezzo più ordinario del consueto, "I'm looking for a woman" non procede sul ritmo jungle tipico di Bo Diddley e anche melodicamente, è meno ficcante di altre canzoni dello stesso periodo.

LE COVER PRINCIPALI

Downliners Sect, Little Hudson, Jimmy Powell & the Five Dimensions

SAY MAN

(1959)

Davvero strano che Bo Diddley abbia raccolto il suo più grande successo statunitense con questa canzone. "Say man" è un dialogo tra Bo Diddley e il solito Jerome Green, su un tappeto ritmico velocissimo e contrappuntato da un piano da "saloon". I due se ne dicono di tutti i colori, raccontano cos'hanno fatto con la ragazza dell'altro (senza scendere in particolari) e quant'altro e il tutto con la voce calma di Bo e quella irresistibile e ridanciana di Jerome. Alcuni hanno sentito in "Say man" un rap in anticipo di vent'anni. L'unica cosa che posso aggiungere è che il genio di quest'uomo si svela anche in sciocchezzuole come questa.

LE COVER PRINCIPALI

Dalla mia discoteca:

R. Stevie Moore

(dalla raccolta "Play New Rose for me - Rose 100")

R. Stevie Moore aggiunge la versione di una canzone di Bo Diddley in una raccolta che ne conteneva altre tre e tutte migliori di questa sua "Say man": due tra quelle cover sono a dir poco dei capolavori (Mud Boy & the Neutrons e Giant Sand), la terza (dei Fortune Tellers) se la cava a buon mercato. R. Stevie Moore, paladino delle incisioni casalinghe, si fa dimenticare in pochi minuti e anche questo è strano: in genere, le cover di Bo Diddley riescono a riabilitare chiunque.

I CAN TELL

(1962)

Un pezzo rhythm'n'blues ipnotico, per merito del giro di basso e di una forza melodica d'impatto straordinaria. Anche abbandonando il suo jungle rhythm, insomma, Bo Diddley riesce a non deludere. Nota personale: forse è la stanchezza, ma la voce di Bo Diddley in questo pezzo sembra diversa, tanto da non sembrare la sua.

LE COVER PRINCIPALI

John Hammond (1967), Jimmy Thackery and the Drivers (1992) e inoltre:

Blues Band, Cherokees, Cowboy Mouth, Dr. Feelgood, Eddie & the Hot Rods, Fabulous Thunderbirds, Johnny Kidd & the Pirates, Lyres, Milkshakes, Nighthawks, Pastels, Popa Chubby & Black Coffee Blues Band, Scorpions, Searchers, Southside Johnny, Thee Headcoats, Johnny Thunders, Roger Waters, Kim Wilson, Youngblood, Zephyrs

MY BABE

(Willie Dixon, 1962)

È un brano di Willie Dixon, ripreso anche dai Remains e da Ike & Tina Turner. Bo Diddley ne offre una versione corretta, senza voli particolari.

COPS AND ROBBERS

(1956)

Bo Diddley - voce e chitarra

Willie Dixon - basso

Jerome Green - maracas e voce

Clifton James - batteria

È un altro pezzo quasi del tutto parlato, precedente al grande successo di "Say man". Il protagonista vocale è Jerome Green, mentre al basso abbiamo Willie Dixon. "Cops and robbers" (poliziotti e ladri) è una sorta di racconto con un commento musicale che non disturba la voce. Potrei dire non molto interessante, ma non vorrei esagerare.

LE COVER PRINCIPALI

Wayne Fontana and the Mindbenders (1965), George Thorogood & the Destroyers

I'M SORRY

(1958)

Incursione nel mondo delle classiche ballate alla "Happy days" (tanto per inquadrare il genere), con tanti di cori melodiosi, voce implorante e al limite del lacrimevole e un testo perfettamente in linea: "Oh tesoro, mi dispiace per le cose che ti ho detto"; "Dammi un'altra possibilità... Avanti, dimmi che mi ami" (il campione in questo campo, parlo del lacrimevole, era il bianco Johnnie Ray, se non sbaglio). Questa quarta facciata si rivela la meno interessante, pezzo dopo pezzo.

LE COVER PRINCIPALI

Marshall Crenshaw

BEFORE YOU ACCUSE ME

(1957)

Pezzo bluesato, cantato da un Bo Diddley caustico, a differenza della precedente "I'm sorry" (e molto più in linea con il tono generale delle canzoni di Bo Diddley, mai molto tenero con le donne): "Prima di accusarmi, dai un'occhiata a te stessa". Lei è tornata dalla madre, perché lui "stava comprando vestiti per un'altra donna", lui vorrebbe che lei tornasse, "prova il mio amore una volta ancora". Una volta ancora, dunque... Interpretazione splendida di Bo Diddley, tanto da ricordarmi la voce lontanissima di Robert Johnson.

LE COVER PRINCIPALI

Dalla mia discoteca:

Creedence Clearwater Revival

(dall'album "Cosmo's factory")

I migliori Creedence Clearwater Revival di sempre (parere personale, come ogni parola scritta in questo sito), interpretano nella maniera migliore il pezzo di Bo Diddley. L'abilità di John Fogerty e compagni, in questo caso, sta tutta nel non stravolgere il pezzo (come i Remains di "I'm a man", per fare un esempio) e nel contempo, nell'impresa riuscita d'infondere nella versione una vena personale, vena che l'autore californiano (dalla voce alla sua chitarra, passando per le sue capacità di produttore e arrangiatore) dispensava a pacchi (tonnellate).

Altro

Eric Clapton (1989) e inoltre:

13th Floor Elevators, Blodwyn Pig, Downliners Sect, Roky Erickson, John Fogerty, Lonnie Mack, Magic Slim, Steve Marriott & the DTs, Delbert McClinton, Elliott Murphy, Calvin Russell, Saints (potrebbe essere il gruppo australiano, ma non ne sono sicuro), Zucchero & Buddy Guy

DEAREST DARLING

(1958)

La doppia antologia si chiude all'insegna di un pezzo che riprende parzialmente il ritmo di The Originator. "Dearest darling" è un pezzo grintoso, cantato con una foga che sembra fare a pugni con il titolo (carissimo, amato tesoro). Chiusura degna di una doppia antologia da incorniciare.

LE COVER PRINCIPALI

Half Japanese, Al Kooper, Milkshakes, Shadows, Thee Headcoats

CURIOSITÀ

Nonostante sfaticanti ricerche e a causa dell'assoluta mancanza di una qualsiasi data sul prodotto, non si è riusciti a scoprire quando sia stata pubblicata questa antologia. Qualcuno ipotizzava il 1981, quando uscì l'antologia "Chess masters" (seguita l'anno successivo dal secondo volume), ma i titoli non coincidono per nulla. Usando il numero di catalogo, il titolo si è trovato, ma in nessun sito compare la data (siti di vendita o compravendita dischi).


COVER

In quanti hanno ripreso le canzoni di Bo Diddley? In quanti le hanno riprese pari pari e le hanno firmate a proprio nome? Non basterebbe una risma di carta per citare tutti i primi; qui sotto troverete gli artisti e le band che hanno trovato posto nella mia discoteca e quindi, una piccola goccia nell'oceano (parte dei nomi si trovano listati tra le mini-recensioni di "Chess masters"). Per quanto riguarda la seconda categoria, è opportuno lasciar perdere o meglio, citare un solo caso, ma molto nobile: Bruce Springsteen citò apertamente Diddley nella sua "She's the one" e non se ne vergognò, anzi, nei concerti dal vivo la canzone veniva mischiata perfettamente (il ritmo è lo stesso) con "Mona", uno dei brani più conosciuti del grande rocker nero.

Una semplice lista delle principali cover di Bo Diddley, non comprese tra le canzoni del disco recensito qui sopra o non facenti parte della mia discoteca (che potrete trovare qui sotto): non è che una parte infinitesimale del totale...

Bo Diddley's a gunslinger - Alex Harvey & His Soul Band. Shadows, Bruce Springsteen, Warren Zevon

Cadillac - Dowliners Sect, Elton John & Beach Boys, Milkshakes, Van Morrison & Linda Gail Lewis

Crackin' up - Beatles, Paul McCartney, New Barbarians, Izzy Stradlin, Maurenne Tucker, Velvet Underground

Craw-Dad - Rolling Stones

Dancing girls - Masters Apprentices

Diddy wah Diddy - 8-Eyed Spy, Blues Band, Captain Beefheart & His Magic Band, Fabulous Thunderbirds, Lyres, Missing Links, Nights and Days, Tom Petty & the Heartbreakers, Sonics, Bruce Springsteen, Thee Headcoats, White Stripes

Down home special - Sonics, Ten Years After (con il titolo "I'm going home", 1969), Gene Vincent, Zombies

Heart-o-Matic love - Thee Headcoats

Here 'tis - High Numbers, Righteous Brothers, Who

I don't know where I've been - Steve Marriott & the Next Band

I don't like you - Thee Headcoats

I wonder why (People don't like me) - Thee Headcoats

I'm alright - Alarm Clocks, Lolitas, Rolling Stones (Keith Richards e Mick Jagger la firmarono come propria, con gli pseudonimi Nanker/Phelge), Spacemen Three

Let me pass - Long John Baldry, Sonics

Let the Kids dance - Exploding White Mice, Radio Birdman, Sonic's Rendezvous Band, Deniz Tek

Little girl - Cynics, Hollywood Fats Band, King Bee, Masters Apprentices, Milkshakes, Oxford Circle, Underdogs

Love is strange - Chad & Jeremy, Chubby Checker, Crickets, Lonnie Donegan, Roky Erickson & the Aliens, Everly Brothers, Everything But the Girl, Buddy Holly, Luther & Little Eva, Paul McCartney, Mickey & Sylvia, Johnny Thunders & Patti Palladin

Mama, keep your big mouth shut - Dr. Feelgood, Terry Evans, Rory Gallagher, Peter Green, John Hammond, Missing Links, Plasticland, Quicksilver Messenger Service, Thee Headcoats

Nursery rhyme - Downliners Sect

Oh yea - (la si trova spesso anche come "Oh yeah") Deja Voodoo, John Hammond, Honeymoon Killers, Naz Nomad & the Nightmares, Thee Headcoats

Pretty Girl - Gonn

Ride on Josephine - Sonny & Cher

Rock'n'roll - Del Rivers & the Thundergods

She's fine, she's mine - Allman Brothers Band, Big Youth (col titolo "Screaming target"), Booker T & the MG's, Billy Childish, Eric Clapton, Dr. Feelgood, Fleetwood Mac, Grateful Dead, Groundhogs, Heartbreakers, John Hammond, Kaleidoscope, Albert King, Al Kooper & Mike Bloomfield & Stephen Stills, John Mayall, Gary Moore, Nine Below Zero, Quella Vecchia Locanda, Quicksilver Messenger Service, Otis Rush, Savoy Brown, Sonny & Cher, Billy Thorpe & the Aztecs, Pat Travers, Ike & Tina Turner, Zebra Stripes

The greatest lover in the world - Billy Childish, Thee Headcoats

The story of Bo Diddley - Animals

You don't love me (You don't care) - Birds, Buddy Guy, Savoy Brown, George Thorogood & the Destroyers


DALLA MIA DISCOTECA

Don't let it go - 101'ers

Road Runner - Animals / Who / Pretty Things

Bo Diddley - Mud Boy & the Neutrons / Bob Seger & the Silver Bullet Band

Who do you love? - Giant Sand / Jesus & Mary Chain / Nuts / Quicksilver Messenger Service / George Thorogood & the Destroyers

Bo Diddley put the rock in rock'n'roll - Fortune Tellers

Say man - R. Stevie Moore

I love you so - Blasters

Before you accuse me - Creedence Clearwater Revival

The greatest lover in the world - Fuzztones

Bo Diddley's a gunslinger - Gun Club

Cadillac - Kinks

Bo Diddley is a communist - Eugene Von Beethoven's

Pills - New York Dolls

Mama, keep your big mouth shut - Pretty Things / Dr. Feelgood

She's fine, she's mine - Pretty Things

Mona - Quicksilver Messenger Service / Bruce Springsteen & the E-Street Band / Rolling Stones (con il titolo "I need you baby")

Diddy wah diddy - Remains

I'm a man - Remains / Rolling Stones (come "Mannish boy") / Who / Litter / Yardbirds

Crackin' up - Rolling Stones

Ride on Josephine - George Thorogood & the Destroyers

Pretty girl - Yardbirds

Here 'tis - Yardbirds

I'm alright - Redd Kross (il gruppo o chi per esso, non citò Bo Diddley nei credits)

Oh yeah - (l'originale dovrebbe intitolarsi "Oh yea") Shadows of Knight


DISCOGRAFIA

45 giri

Bo Diddley/I'm a man (1955)

Diddley daddy/She's fine, she's mine (1955)

Pretty thing/Bring it to Jerome (1955)

Diddy wah Diddy/I'm looking for a woman (1956)

Who do you love?/I'm bad (1956)

Cops and robbers/Down home special (1956)

Hey Bo Diddley/Mona (1957)

Say, boss man/Before you accuse me (1957)

Hush your mouth/Dearest darling (1957)

Willie & Lillie/Bo meets the monster (1958)

I'm sorry/Oh yea (1958)

Crackin' up/The great grandfather (1959)

Say man/The clock strikes twelve (1959)

Say man, back again/She's alright (1959)

Road Runner/My story (1960)

Walkin' & talkin'/Craw-Dad (1960)

Bo Diddley's a gunslinger (1960)

Gunslinger/Signifying blues (1960

Aztec/Not guilty (1961)

Pills/Call me (1961)

You can't judge a book by the cover/I can tell (1962)

Surfer's love call/The greatest lover in the world (1963)

Memphis/Monkey diddle (1963

Mama, keep your big mouth shut/Jo-Ann (1964)

Chuck's beat/Bo's beat [con Chuck Berry] (1964)

Hey, good lookin'/You ain't bad (As you claim to be) (1964)

500% more man/Let the kids dance (1965)

We're gonna get married/Do the frog (1966)

Ooh baby/Back to school (1966)

Wrecking my love/Boo-ga-loo before you go (1967)

I'm high again/Another sugar daddy (1968)

Bo Diddley 1969/Soul train (1969)

The shape I'm in/Pollution (1971)

I said shutup woman/I love you more than you'll ever know (1971)

Infatuation/Bo Diddley-itis (1972)

Husband-in-law/Going down (1973)

Make it a record/Don't want no lyin' woman (1973)

Not fade away/Drag on (1976)

Ain't good to be free/Bo Diddley put the rock in rock'n'roll (1984)

Bo Diddley is crazy/Can I walk you home (1996)

We ain't scared of you (2002)

LP

Bo Diddley (1958)

Bo Diddley EP (1958)

Go Bo Diddley (1959)

Have guitar, will travel (1960)

Bo Diddley in the spotlight (1960)

Bo Diddley is a gunslinger (1960)

Bo Diddley is a lover (1961)

Bo Diddley's a twister (1962)

Bo Diddley (1962)

Bo Diddley & company (1962)

Surfin' with Bo Diddley (1963)

Bo Diddley's beach party (1963)

Bo Diddley's 16 all time greatest hits (1964)

Two great guitars [con Chuck Berry] (1964)

Hey! Good lookin' (1965)

500% more man (1965)

The originator (1966)

Super blues [con Muddy Waters e Little Walter] (1967)

Super super blues band [con Muddy Waters e Howlin' Wolf] (1967)

The black gladiator (1970)

Another dimension (1971)

Where it all began (1972)

Got my own bag of tricks (1972)

The London Bo Diddley sessions (1973)

Big bad Bo (1974)

20th anniversary of rock'n'roll (1976)

I'm a man (1977)

Bo Diddley & co.-Live (1985)

Hey! Bo Diddley in concert (1986)

Give me a break (1988)

Living legend (1989)

Live at the Ritz [con Ron Wood] (1989)

The Chess box (1990)

This should not be (1993)

Promises EP (1994)

The mighty Bo Diddley (1995)

A man amongst men (1996)

Moochas gracias [con Anna Woo] (2002)

Dick's picks [con i Grateful Dead, 1972] (2003)

Turn up the house lights: live in France, 1989 (2008)


IL CONCERTO

Mestre, 1988. È l'unico grande vecchio nero del rock'n'roll che abbia visto dal vivo, protagonista di un concerto favoloso, teso e duro, nello stesso locale mestrino (un cinema-teatro) che in quello stesso periodo vide sulle assi anche le stille di sudore di Dr. Feelgood. Non ho alcuna informazione sulla band che accompagnava Bo Diddley in quel tour, eccettuata la presenza magnetica e straordinaria (fasciata in un completo nero di pelle), della compagna di tanti anni, Lady Bo (alias Peggy Jones). È sicuro che il rocker in quel periodo girò il mondo con Ron Wood, il chitarrista dei Rolling Stones e che da quello stesso tour scaturì un album dal vivo, "Live at the Ritz", registrato al Ritz di New York nel novembre del 1987. Il "mio" concerto fu eccellente, chissà, forse perché non avevo alcun dubbio sul fatto che lo sarebbe stato, ma ai ricordi non si comanda.


R.I.P.

Bo Diddley muore il 2 giugno 2008, all'età di 79 anni: un ictus, un infarto e il cedimento fatale e finale del cuore, il tutto nel giro di poco più di un anno.


LINKS

Bo Diddley

La lunga scheda di Wikipedia. [Inglese]

Bo Diddley

Un sito eccellente per la quantità di dati disponibili sul rocker del Mississippi. La ciccia: una breve storia della vita di Bo Diddley dal 1928 al 1955, anno del debutto discografico e una radiografia, anno per anno, degli avvenimenti più importanti dal 1956 al 2008 (oggi, 23 dicembre 2007, il sito riporta una notizia che accadrà nel 2008...!); la discografia divisa per singoli, album in vinile, partecipazioni a compilation, cd e cassette (non dettagliata, purtroppo, per quanto riguarda gli album); le partecipazioni a film, programmi tv e radio; le cover di canzoni di Bo Diddley (lista rintracciabile nell'area forum), i testi di sedici canzoni e altro ancora. [Inglese]

Bo Diddley

La pagina dedicata a Bo Diddley dal sito della Rock'n'Roll Hall of Fame (il rocker entrò nella galleria nel 1987). [Inglese]


VAI A...

Pochi possono essere definiti inventori nell'ambito della musica rock. Bo Diddley è uno di questi: il suo ritmo jungle ha un marchio di fabbrica riconoscibile sin dalle prime note. Qui sotto, troverete i collegamenti con gli altri inventori della mia discoteca. Non dovrebbero essere molti, per logica, ma mi terrò un po' "largo" nel giudizio.

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