BLUES MAGOOS
Psychedelic lollipop

Cinque ventenni (poco più, poco meno) innamorati del blues: non è una gran notizia, ma a quei tempi (metà anni '60) queste cose succedevano nella terra d'Albione piuttosto che a New York. I Blues Magoos sfoggiavano una tale competenza nella materia da lasciare sbalorditi, smentendo il luogo comune reale (anche i luoghi comuni hanno le loro certezze) che i ragazzini bianchi statunitensi non conoscessero per nulla la musica nera di casa propria.
Dopo un apprendistato come Trenchcoats e Bloos Magoos e gli assestamenti di formazione, i cinque Blues Magoos (il nome finale) esordirono con alcuni 45 giri dei quali si ignorano quasi del tutto termini e quant'altro (non esiste una discografia dettagliata che sia una in Internet). Affidiamoci all'articolo contenuto nell'edizione cd di Psychedelic lollipop.
I Blues Magoos esordirono per la Verve Records, con il 45 giri So I'm wrong and you're right/People had no faces e bissarono con una cover di Bo Diddley, Who do you love? (e Let your love ride sul lato B, Ganum Records, anche se alcuni la citano come Ganim o Small Ganim) e a seguire, Tobacco road/Sometimes I think about (due brani del primo album).
Il gruppo scalò la classifica di Billboard, sino al numero 5, con il terzo 45 giri, (We ain't got) Nothin' yet (1966), ma in seguito non seppe mai più ripetere un simile risultato. Nel 1967 il brano fu ripreso in Gran Bretagna dagli Spectres (il gruppo dal quale nacquero gli Status Quo), senza il benchè minimo successo.
Con (We ain't got) Nothin' yet (scritta dal tastierista Ralph Scala, dal chitarrista Mike Esposito e dal bassista Ron Gilbert) è possibile fare un giochetto mental-musicale: ripetete il riff principale del pezzo, possibilmente senza la musica, nel silenzio e arriverete quasi senz'altro al riff di Black night dei Deep Purple. Pezzo psichedelico, cosparso dei profumi e dei suoni tipici di quell'epoca irripetibile, (We ain't got) Nothin' yet si può giudicare irresistibile o dilettantistica (a causa dei cori, principalmente), a seconda dell'umore del momento.
Psychedelic lollipop fu prodotto da Art Polhemus e Bob Wyld, un team che raccolse proprio con i Blues Magoos (da quanto ne so) il più grande successo della loro carriera (i due erano anche i manager della band). Polhemus e Wyld, a livello compositivo, lasciarono mano libera ai cinque ragazzini, poco più che ventenni.
Love seems doomed è firmata dagli stessi autori di (We ain't got) Nothin' yet (Scala, Esposito e Gilbert), ma tolta un'introduzione affascinante da film noir, la canzone non è altro che una ballata lenta non irresistibile, anche se costruita abilmente. Come obbligatorio per il periodo, le iniziali delle parole del titolo formano la sigla LSD (vedi anche Albert Common is dead).
Da grandi amanti della tradizione musicale nera e non, i Blues Magoos non mancarono di farcire il loro album d'esordio di cover più o meno conosciute, a partire dal loro capolavoro (a mio parere), l'interpretazione di Tobacco Road. Da questo punto di vista, i Blues Magoos si distaccarono sensibilmente dai loro giovani colleghi di quel periodo, più orientati verso le riprese dei classici (originali e non...) della British Invasion.
Tobacco road, scritta nel 1960 da John D. Loudermilk, musicista e produttore di Nashville, conta non meno di una trentina di cover. La versione dei Blues Magoos contiene un intermezzo onirico-rumoristico (che occupa quasi l'intero brano) di pura pazzia sonora, tra rumori, feedback e note in libertà, un frammento di anarchia musicale straordinario a parere del sottoscritto. Lenny Kaye, nel 1972, scelse proprio questa cover dei Blues Magoos per impreziosire il suo Nuggets: e chiamalo scemo!
John D. Loudermilk è un bianco del Tennessee e un'altra cover bianca prosegue sul discorso reinterpretazioni, proveniente, in questo caso, dalla costa atlantica degli Stati Uniti. David Blue, nato David Cohen nel 1941 a Providence, Rhode Island e morto nel 1982, fu tra i tanti nomi protagonisti della stagione folk del Greenwich Village di New York, all'inizio degli anni '60 e grande amico di Bob Dylan.
Queen of my nights, di David Blue, è una ballata suadente, accostabile alla già ascoltata Love seems doomed, ma ancora più dolce e inoffensiva di quella.
Non è semplice avvicinarsi alle cover di James Brown, personaggio straordinario, strabordante e talmente personale, da rendere estremamente difficile l'impresa: ci provarono anche gli Who del primo album (My generation) e senza far gridare al miracolo. I Blues Magoos garagizzano I'll go crazy e non fanno il passo più lungo della gamba, convincendo in pieno con i cori.
Ancora compositori esterni per Gotta get away, uno dei piccoli gioiellini dell'album. La canzone è firmata da Ritchie Adams e Alan Gordon, una coppia di compositori piuttosto nota in quel periodo. Alan Gordon, in particolare, tentò anche la strada principale, formando i Tex & the Chex, seguiti a livello manageriale dagli stessi Polhemus e Wyld dei Blues Magoos. Il batterista dei Tex & the Chex, per la cronaca, si chiamava Mike Appel, colui che diventerà il primo manager di Bruce Springsteen e che tenterà di abbindolare il rocker di Freehold con un contratto capestro. I Tex & the Chex diventarono Magicians nel 1965 e raggiunsero un discreto successo con un pezzo scritto da Gordon per la band precedente, Invitation to cry (la canzone, nell'interpretazione dei Magicians, fu inserita da Lenny Kaye in Nuggets).
Gotta get away colpisce per il ritmo lento e bluesato, sporcato dal garage e per il ritornello dal coro esilarante. 'Gotta get away, I want to be free': chiaro?
Ai classici compositori precedenti del gruppo, Esposito, Scala e Gilbert, nel caso di Sometimes I think about abbiamo l'aggiunta della penna di Emil 'Peppy Castro' Thielheim, anche cantante e chitarrista.
Sometimes I think about è un lentone bluesato di grande intensità, dominato dalla tastiera di Ralph Scala e bagnato dai precisi interventi chitarristici di Esposito.
One by one allenta la tensione con le firme di Peppy e Gilbert, per un pezzo squisitamente pop, leggero, ma non banale.
Con Worried life blues si sprofonda nella musica nera che più non si può. Il pezzo è firmato da Big Maceo Merriweather, un bluesman storico, facente parte della pattuglia dei Willie Brown, dei Son House e soprattutto, dei Robert Johnson. Major 'Maceo' Merriweather nacque nel 1905 nei dintorni di Atlanta, Georgia e durante la sua breve carriera discografica, sviluppatasi tra il 1941 e il 1946, registrò ventotto canzoni, rivoluzionando, secondo una fonte, il blues pianistico. Worried life blues fu l'esordio discografico di Big Maceo, ricalcato su un precedente brano di Sleepy John Estes, Someday baby (una pratica normale e che non scandalizzava nessuno); il pezzo di Big Maceo, in seguito, subì la stessa sorte per mano di Muddy Waters e Little Walter.
Blues puro e semplice, dominato dalla tastiera di Ralph Scala e anche se la voce sottile di Emil Peppy Thielheim non è nata di certo per cantare la musica del diavolo, la versione riesce a convincere. Aggiungiamo che la Worried life blues dei Blues Magoos è ciò che ci si aspetta dalla cover di un pezzo blues interpretata da un gruppo di ragazzini bianchi.
Psychedelic lollipop si conclude con un bel brano pop firmato da Roger Atkins e Helen Miller, coppia che, tra gli altri, produsse alcuni successi di Gene Pitney.
She's coming home mischia in maniera impareggiabile un timido riff garage con un ritornello pop di grande impatto, con l'immancabile organo farfisa in sottofondo.
Psychedelic lollipop (il Lecca-lecca psichedelico per coloro che non lo sapessero) è designato da tutte le fonti come l'esordio su album dei Blues Magoos, a differenza di All Music Guide, che lo cita come il secondo lavoro del gruppo, preceduto da un fantomatico Blues Magoos del quale nulla si riesce a scoprire. Certo, cercheremo di sopravvivere lo stesso.
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CURIOSITÀ |
L'esordio dei Blues Magoos si fregia di un piccolo primato: è il primo album con la parola psychedelic nel titolo.- Per leggere gli articoli presenti sul foglietto del cd, clicca sul bottone.
Electric comic book
Dopo il grande successo di (We ain't got) Nothin' yet e la pubblicazione del primo album (Psychedelic lollipop, anche se... vedi fine recensione del disco, qui sopra), i cinque ragazzi ci riprovarono con There's a chance we can make it (con Pipe dream sul lato B) e con l'album Electric comic book (1967 entrambi).
Poche le novità rispetto all'esordio (d'altronde, non siamo che a pochi mesi di distanza), se non un minor ricorso alle cover: nove brani su undici sono autografi e le due cover sono firmate Van Morrison (Gloria) e Jimmy Reed (Let's get together).
I due pezzi che aprono l'album furono pubblicati su singolo nello stesso periodo del 33 giri. Difficile confrontare la forza di una canzone come (We ain't got) Nothin' yet con Pipe dream o There's a chance we can make it, firmate entrambe da Ron Gilbert e Ralph Scala. La prima, in particolare, è davvero brutta, con il suo tentativo di assomigliare a una (We ain't got) Nothin' yet parte seconda e con il suo ritornello tirato a forza per i capelli. There's a chance we can make it porta i nostri su territori psichedelici, infidi e affascinanti allo stesso tempo (sembrano dei Beatles durante un viaggio a cavallo di una pillola di LSD). Scegliere queste due canzoni come primo 45 giri tratto dall'album, non fu forse una scelta molto oculata dal punto di vista commerciale, ma cosa posso saperne io?
Life is just a Cher O'Bowles (firmata dai soliti Gilbert e Scala, con il cantante Peppy) fu pubblicata anche su 45 giri, preceduta da altri due piccoli formati, One by one (un pezzo proveniente da Psychedelic lollipop) e Summer is the man (da questo stesso album).
Nella sua struttura stralunata, Life is just a Cher O'Bowles è sicuramente più interessante dei due brani precedenti. La breve ballata, segnata da una chitarra dolente e da improvvise esplosioni psichedeliche e incasinate, mi ha ricordato, nel tono e nell'umore, i momenti più pacati dello straordinario Manic pop thrill, esordio dei That Petrol Emotion. Detto questo...
Gloria, dal repertorio degli irlandesi Them di Van The Man Morrison, è sicuramente uno dei pezzi più interpretati di sempre (non cadrò in fallo affermando che qualunque gruppo garage, di qualunque epoca, l'abbia suonata almeno una volta; e senza contare - non contiamolo - che il pezzo è l'unico che il sottoscritto abbia cantato dal vivo con una band - acustica - alle spalle...). Tra i miei dischi, oltre alla versione dei Them, trovo quattro cover della canzone: 101'ers, 13th Floor Elevators, Patti Smith (apertura del primo album della poetessa, Horses, una versione immortale, non paragonabile a nessun'altra) e questa dei Blues Magoos.
I Blues Magoos non lesinano energie e lanciano la loro Gloria tra feedback, distorsioni e rumori vari. Una versione lunghissima (forse troppo...), sicuramente tra i momenti più interessanti di questo secondo album dei Blues Magoos.
Intermission, firmata dal chitarrista Mike Esposito e chiusura del primo lato di questo Electric comic book, sembra confermare la natura frettolosa di questo lavoro.
Trattasi di una sorta di coda della precedente Gloria, un pezzo vissuto tra feedback e distorsioni, come già scritto: Intermission, un minuto e due secondi, non fa che concludere spiritualmente la session su un giro di basso stranoto (morissi se mi viene in mente di che giro di basso si tratta...) e su guaiti e grida dei nostri cinque zuzzerelloni.
La coppia di principali compositori dei Blues Magoos, Ron Gilbert e Ralph Scala, firma anche l'incipit della seconda facciata, Albert Common is dead e il penultimo pezzo, Take my love.
Albert Common is dead, costruita su un tappeto genuinamente garage, insegue con successo i fantasmi del beat britannico e in un pezzo brevissimo (meno di due minuti), non manca di inserire due inserti fulminanti di chitarrismo thrash-fuzz. Le iniziali del titolo (vedi anche Love seems doomed...) formano la parola ACID: tanto per gradire... Take my love, dal canto suo, è garage-beat del più puro, piacevole e intrigante.
Summer is the man, firmata Ron Gilbert e Mike Esposito, è una specie di filastrocca alla Pink Floyd di quello stesso periodo, ma priva della visionarietà di un Syd Barrett.
Baby, I want you (autori Gilbert e Thielhelm) è l'ennesima canzone dimentica del garage vero e proprio (che i nostri dispensavano con meno parsimonia nei pezzi del primo album) e incursione nella psichedelia leggera di un gruppo come i Lovin' Spoonful. Piacevole, ma niente di più.
L'unica cover della seconda facciata, Let's get together, proviene dal repertorio del bluesman Jimmy Reed, nativo del Mississippi, classe 1925 e influenza innegabile per torme di giovani fulminati sulla strada della musica nera. Il pezzo fu pubblicato originariamente nel 1962, con l'album Just Jimmy Reed (Vee Jay Records).
La rilettura del classico di Jimmy Reed non riesce a colpire come le analoghe riprese del primo album (Tobacco road e Worried life blues), ma solo perché i Blues Magoos sembrano adagiarsi sullo stile tipico dei bluesmen, senza nessun cambio di direzione. Chissà perché, ma questa Let's get together mi ricorda anche il Bob Dylan di qualche anno precedente.
Il finale di facciata e di album, Rush hour (firmato da tutti i cinque componenti, compreso il batterista Geoffrey Daking), cerca di trovare qualche aggancio con il rock più duro allora disponibile: un pezzo dichiaratamente a ruota libera, riempito di distorsioni, feedback e strumenti in libertà, per una sana scarica elettrica (anche se non al livello dei Litter di I'm a man o dei Remains di - guarda un po' - I'm a man: Bo Diddley è un ispiratore impareggiabile).
Il finale vero e proprio, That's all folks, nove secondi, non è altro che uno scherzetto alla Intermission, lungo un decimo e interessante altrettanto.
L'impressione che questo disco sia stato assemblato e ricucito in fretta (come già scritto), è davvero forte: meno di mezz'ora di musica, due coriandoli trascurabili alla fine delle facciate e un paio di pezzi mediocri circondati da buone prestazioni, mai superlative. Un disco che ai primi ascolti aveva quasi entusiasmato e che adesso, a freddo, delude un estimatore di Psychedelic lollipop. Pazienza...
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CURIOSITÀ |
Prodotto da Bob Wyld e Art Polhemus per la Capelli Lunghi Productions.- Sul retro-copertina compaiono le facce dei cinque fumettate (autore anonimo) e una breve nota di presentazione: 'Un uragano elettrico… Prodotto e portato a voi in un lampo accecante di "Fallo da te stesso"... Transistorizzato da cervelli "Vieni come sei" nella loro storia di Teste-Calde degli Eventi in Corso: il matrimonio esplosivo tra la Pop Art e Looney Tunes. Il cottage sotterraneo delle difese di plastica, il collante isterico nel paradiso del BLUE MAGOO... Una conversazione del domani da ascoltare Ora!'.
One by one EP (1966)
Psychedelic lollipop (1966)
(We ain't got) Nothin' yet EP (1966)
Electric comic book (1967)
Pipe dream EP (1967)
Basic Blues Magoos (1968)
Never goin' back to Georgia (1969)
Gulf Coast bound (1970)
Kaleidoscopic compendium - The best of the Blues Magoos (1992)
Intervista al tastierista e cantante Ralph Scala. [Inglese]
Recensione di Psychedelic lollipop. [Italiano]
La scheda di Scaruffi. [Inglese]
Il garage degli anni '60: un movimento ambiguo e assurdo come pochi, che però ha dato buona musica e sfornato qualche genuino talento musicale. Perché dico ambiguo e assurdo? Perché questi gruppi si ispiravano per la loro musica, ai musicisti inglesi che andavano per la maggiore (Rolling Stones e Pretty Things in primis), non sapendo che Richards, Jagger, May e compagni si ispiravano, a loro volta, ai musicisti neri americani. È noto (ma forse non a tutti) come il mercato statunitense fosse rigidamente diviso in musica bianca e musica nera e che i ragazzini pallidi non avessero quasi nessuna occasione di ascoltare i padri della nostra musica (a parte alcune rare eccezioni). Stiamo parlando di 35-40 anni or sono, non del Medio Evo. Qui sotto una lista dei bianchi americani ispirati da bianchi inglesi che si ispiravano a neri americani.