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BLONDIE


"BLONDIE"

[cd]

La notizia ferale: i Blondie sono entrati nella Rock and Roll Hall of Fame.

Domanda numero uno:

era proprio necessario?

Domanda numero due:

quali sono le caratteristiche per inserire un nome accanto a Chuck Berry, Bo Diddley, Fats Domino, Little Richard e poi, Buddy Holly, Jerry Lee Lewis, Elvis Presley, Rolling Stones, Beatles e via scorrendo il pantheon dei quattro quarti?

Domanda numero tre:

se ci sono entrati Deborah Harry e compagni, quanti sono i nomi inseribili, in ipotesi, nella galleria di Cleveland? Posso azzardare una cifra generica? Migliaia?

Per far parte della galleria delle celebrità del museo del rock, devono passare almeno venticinque anni dalla pubblicazione del primo disco e immagino ci si riferisca anche ai 45 giri. I nostri esordirono nel 1976 e dunque, coi tempi siamo abbondantemente nei limiti, ma mi è venuta la curiosità di dare un'occhiata all'elenco delle decine e decine di nomi già scolpiti sulle "lapidi" di Cleveland, Ohio (sede del museo). Nulla da dire sui primi anni: dal 1986, anno della creazione della Rock and Roll Hall of Fame, sino alla metà degli anni '90, tutti i nomi sono "antichi", anche per la regola predetta dei 25 anni e nella maggior parte dei casi, trattasi di artisti di grosso calibro. Il primo nome un po' "così" (non so come esprimermi meglio), arriva nel 1994, Elton John e il primo e forse unico di livello scandaloso (con i Blondie), nel 1997, i Bee Gees: posto che i fratelli australiani abbiano avuto la loro importanza nella storia del pop, cosa ci azzeccano, come direbbe Di Pietro, con il rock'n'roll? Solo per fare un esempio, Willie Dixon, essendo, povero lui, "solo" (!) un bluesman, è stato inserito tra le "principali influenze" e non nella galleria vera e propria (come molti altri non etichettabili nella colonna "rock and roll").

Domanda numero quattro:

è più vicino al rock (lasciamo da parte l'importanza artistica e storica, sarebbe offensivo anche solo parlarne) il bluesman nato sulle rive del Mississippi o i fratelli Gibb?

Detto che Eric Clapton è stato inserito ben tre volte (sacrosanto inserire gli Yardbirds, ragionevole la presenza dei Cream, ma la carriera solista del chitarrista meritava tutto questo?), torniamo a Chris Stein e al suo gruppo.

Chris Stein, chitarrista e bassista classe 1950, nel 1973 entrò a far parte di un gruppo newyorkese, gli Stilettos e cominciò una relazione amorosa con la loro cantante, tale Deborah Harry, nata nel 1945 a Miami, in Florida, cameriera al Max's Kansas City ed ex-coniglietta del Playboy Club (comico come la biografia del sito ufficiale ometta il suo passato di coniglietta, come se non lo sapesse nessuno...). Deborah aveva già all'attivo un'esperienza musicale con i Wind In the Willows, autori di un album senza titolo pubblicato da Capitol Records nel 1968 e del 45 giri "Moments spent". I Blondie nacquero nel 1974, sul nucleo formato dalla coppia amorosa (chitarra e voce); ai due si aggiunsero il batterista Clem Burke, il tastierista Jimmy Destri e il bassista Gary Valentine, autore del primo 45 giri del gruppo, "X-Offender", pubblicato dalla Private Stock Records nel 1976.

Sembra che il primissimo nome del gruppo fosse Angel and the Snake e per quanto riguarda l'origine della denominazione finale, le ipotesi sono almeno due (non cercate queste notizie nel sito ufficiale: la pessima biografia, per dirne una, non cita nemmeno Gary Valentine). Alessandro Bolli, nel suo "Dizionario dei nomi rock", cita come fonte la celeberrima striscia Blondie & Dagwood e aggiunge, però, che fu anche il pubblico a chiamare in questo modo la band, dato che all'inizio della loro carriera, la formazione comprendeva anche due coriste bionde (oltre alla cantante Deborah Harry), Snookie e Tish Bellomo; secondo Bolli, uno dei primi nomi fu Blondie and the Banzai Sisters. Wikipedia aggiunge che il nome scaturì dai "complimenti" rivolti alla cantante dai camionisti (così, al plurale: evidentemente, era una cosa usuale), quando Deborah guidava l'automobile.

I primi otto singoli del gruppo, sino al 1978, non entrarono nella classifica statunitense, raccolsero qualche piazzamento in Australia e dal quarto, "Denis" (1977), in Gran Bretagna. Chiunque abbia la mia età o giù di lì, ricorda bene quando i Blondie esplosero in tutto il mondo: il 45 giri disco-music "Heart of glass", 1979, conquistò la vetta sia negli USA che in UK, come in molti altri paesi (tra i quali, se non ricordo male, anche il paese del mandolino e della pizza). Facciamo un passo indietro e parliamo di questo che è il primo album del gruppo, "Blondie".

Il disco, pubblicato nel 1976 dalla Private Stock Records (etichetta acquistata in seguito dalla Chrysalis, che lo ripubblicò nel 1977), non entrò nella classifica di Billboard e in terra d'Albione si fermò al numero 75. Mi sto dilungando sui dati di vendita, mentre dovrei affrontare la questione più spinosa riguardo a questo debutto e alla scena newyorkese di quel periodo, che vedeva i Blondie tra i protagonisti. Quando si parla della scena punk di New York, quella straordinaria concentrazione di talenti che riempiva il Max's Kansas City, il CBGB's e altri locali fetidi della Big Apple verso la metà degli anni '70, il nome Blondie non manca mai, accanto a Ramones, Television, Dead Boys, Talking Heads, Suicide, Heartbreakers e decine di altri: Deborah Harry è stata una protagonista di quegli anni (è ritratta, con Iggy Pop, sulla copertina del pazzesco "Please kill me", di Legs McNeil e Gilliam McCain, resoconto di quel periodo nelle parole dei protagonisti), ma perché chiamare in causa il punk quando si parla del gruppo?

Questo esordio del 1976, prodotto da Richard Gottehrer (protagonista, negli anni '60, dell'avventura Strangeloves - gruppo composto di produttori, futuri o meno, inserito da Lenny Kaye in "Nuggets"), viene considerato uno dei primi prodotti definibili come new-wave. Arriviamo a ciò che sentono queste orecchie. Il disco comincia dalla canzone che titolava il primo 45 giri dei Blondie, "X-Offender", scritta da Deborah Harry e Gary Valentine (che vi suona la chitarra, lasciando il basso al chitarrista Chris Stein...), una bella canzonetta anni '60, dominata dalle tastiere di Jimmy Destri (non che manchino gli altri strumenti, ma le poche note di organo segnano l'atmosfera generale) e con un testo insignificante. Con "Little girl lies" (di Debbie), i Blondie mischiano cori e "clap-hands" molto anni '50, con un riff di organo ripreso dal garage degli anni '60; ciò che sorprende (o forse non sorprende, ci penserò), è quanto questa musica sia "innocua", giusto per un ascolto e via, cosa difficilmente affermabile per gli altri protagonisti maggiori di quella stessa scena. "In the flesh" è una ballata composta dalla coppia Harry/Stein, con un testo che nulla muta rispetto alle prime due canzoni (problemi amorosi affrontati senza picchi poetici) e una struttura centrata sulle melodie lente degli anni '50: piacevole, anche questa, come negarlo?

"Look good in blue", opera di Jimmy Destri, è una specie di tango-rock zeppo di effetti e si segnala come il pezzo più interessante dei quattro ascoltati sino ad ora, anche perché la signora Harry mantiene la sua voce entro i toni bassi; quando si avventura verso vette inarrivabili per le sue corde vocali, invece, la cantante risulta particolarmente irritante, ma toccherà riparlarne. "In the Sun" (Chris Stein), dominata dal sintetizzatore di Destri, è un'interessante canzone tipicamente new-wave, simile alla successiva "A shark in jets clothing", scritta da Destri, un esercizio sterile, in questo caso, peggiorato dai picchi vocali di Debbie durante il ritornello; finale epico particolarmente ridicolo. "Man overboard" riesce ad essere intrigante, soprattutto per le pesantissime influenze morriconiane, "Rip her to shreds" per l'orecchiabilità e anche per il testo, una volta tanto; due pezzi dominati dalle tastiere di Jimmy Destri, vero mattatore di questi primi Blondie. "Rifle range" inizia come la colonna sonora di un filmaccio anni '70, ma il ritornello è tra i migliori e più centrati dell'intero lavoro, con la chitarra di Stein dominante sulle tastiere di Destri. Il tentativo di farsi passare per un gruppo punk, arriva con "Kung fu girls", esplicito sin dall'1, 2, 3 iniziale di Debbie, ma la vocetta esile della finta bionda e un arrangiamento che mischia tutto e di più, rendono l'operazione tanto disarmante, quanto fallimentare. "The attack of the giants ants", titolo e testo da fantascienza di serie Z anni '50, è una marcetta innocua con contorno di voci volutamente demenziali, interrotta dai rumori simil cinematografici dell'attacco delle formiche giganti succitato (da citare, in ogni caso, il lavoro di Clem Burke alla batteria, tutto rullate). The end.

Il disco, non proprio ignorato, ma quasi, in patria, conobbe un successo inaspettato in Australia. Per una veloce ripassata della loro storia, vedi l'introduzione alla seconda e ultima recensione, qui sotto; per concludere questa, invece, non rimane che consigliare "Blondie" a coloro che cercano una mezz'oretta di svago musicale senza paturnie e impegno. Nulla che possa far pensare a un prodotto o a un'opera artistica imperdibile, chessò, da Rock and Roll Hall of Fame... o no?

CURIOSITÀ

Il retro del foglietto del cd, come buona abitudine generata dalla tirchieria delle case discografiche, riporta il retro-copertina dell'album in vinile originale e il foglietto, sulla parte apribile, è sin disarmante per la povertà delle note: gli venisse lo scagotto al portafogli. La riduzione necessaria per far entrare il retro-copertina di un album in vinile su un misero foglietto di cd, non impedisce la lettura delle parole microscopiche. Dopo la lista delle canzoni, questa frase: "Per arrivare velocemente alla materia di discussione, presentiamo i Blondie"; segue la formazione e l'inizio della "discussione".

"Il nome del loro gioco è rock and roll, ma per dare a voi ascoltatori qualcosa dei decibel della loro fama, questo album potrebbe essere proprio la cosa che voi non-biondi stavate aspettando. Ti piaccia o no questo disco (non è che rock'n'roll), i Blondie odiano il divertimento, ma ne hanno così tanto a disposizione che hanno deciso fosse giunto il momento di scaricarlo nell'album, per dare al termine il giusto significato. Così, se pensi che il tuo colore manchi di un pizzico di divertimento... questo 'biondo' può dartene a tonnellate".

Pezzo firmato Ronnie Toast, ringraziato tra le note con una precisazione tra parentesi: "Il vero Yeti". Altri ringraziamenti a Richard Gottehrer e Marty Thau (fondatore della Red Star Records e produttore dell'esordio dei Suicide, tra le altre cose).


"AUTOAMERICAN"

[vinile]

Da "BLONDIE" a "AUTOAMERICAN"

L'esordio del gruppo, "Blondie" (1976), fu seguito dalla riduzione a quartetto dell'originale quintetto, per la fuga di Gary Valentine; ad occuparsi del basso, nel successivo "Plastic letters" (1977, prodotto ancora da Richard Gottehrer), fu il chitarrista Chris Stein. Il disco salì sino al numero 72 di Billboard e 10 in Gran Bretagna, dove il singolo "Denis", cover oscura di un brano del 1963 di Randy and the Rainbow, raggiunse il numero 2; per la sua prestazione vocale nel pezzo, Deborah Harry vinse un Grammy Award come miglior performer rock femminile. Album e singoli - anche "(I'm always touch by your) Presence, dear" toccò le prime dieci posizioni - secondo Wikipedia, rappresentarono il primo successo consistente di un gruppo new-wave statunitense in terra britannica. Da notare un particolare, mancante in tutte le biografie, l'omissione di Fred Smith: il bassista, che si unì ai Television del dopo Richard Hell, anche se nessuno lo scrive, all'inizio fece parte dei Blondie, come raccontato anche da Deborah Harry nel libro "Please kill me" (vedi la citazione nella scheda dei Television).

Tra "Plastic letters" e "Parallel lines" (1978), arrivarono Frank Infante, bassista sostituto di Valentine e Nigel Harrison, pure lui bassista: Infante passò alla seconda chitarra e i Blondie diventarono un sestetto. Prodotto da Mike Chapman, "Parallel lines" conquistò il numero uno in Gran Bretagna, il sei negli USA e vinse un Grammy come miglior album rock; addirittura cinque i singoli estratti dall'album, con il successo mondiale di "Heart of glass" (numero uno in USA e UK) e un altro numero uno britannico, "Sunday girl". "Heart of glass", inoltre, vinse il Grammy come miglior performance disco-music (e di quello si tratta, anche se la canzone era stata scritta e anche registrata, nel 1975, col titolo di "Once I had a love" e poi ripensata e riversata nella salsa disco-music da Mike Chapman, nel 1978). "Eat to the beat" (1979, prodotto da Mike Chapman) conquistò ancora il numero uno in UK e si fermò al numero 17 in USA; il singolo "Dreaming" conquistò il numero due in UK e il successivo "Atomic", salì ancora una volta al numero uno. Tra "Dreaming" e "Atomic", i Blondie pubblicarono un 45 giri tratto dalla colonna sonora del film "American gigolo": "Call me" (prodotto da Giorgio Moroder) diventò il più grande successo di sempre dei Blondie, numero uno in entrambe le classifiche "oceaniche" e successo consistente in molti altri paesi (in Italia si fermò al 26). I successi non terminarono con l'approssimarsi degli anni '80: manca ancora un tassello, l'album recensito qui sotto, "Autoamerican".

Pubblicato nel novembre del 1980 e prodotto ancora da Mike Chapman, "Autoamerican" produsse due singoli da numero uno, gli ultimi botti della carriera commerciale dei Blondie (sino alle soglie del nuovo millennio), "The tide is high" e "Rapture", quest'ultimo, addirittura, il primo 45 giri rap arrivato al numero uno statunitense (sull'opportunità di definire "rap" il canto di Debbie Harry, vedi il mio parere, più in basso). Il primo dei due 45 giri, conquistò la vetta di UK e USA, mentre il secondo, arrivò al numero uno in casa e al cinque in UK. "Autoamerican", dunque: non sarà un'impresa da poco, ma qualcuno deve pur farlo.

Il disco si apre con un vomitevole esercizio orchestrale, "Europa", composto (si, vabbè) da Chris Stein, tre minuti e mezzo interminabili, dopo i quali prende il via "Live it up" (Stein), rock-disco con coro sireneo e pezzo che inaugura la lunga serie di titoli sin imbarazzanti nella loro pochezza (ospiti, Wa Wa Watson alla chitarra e le voci delle B-Girls). In "Autoamerican" i Blondie si lasciano prendere la mano dal via vai stilistico e con "Here's looking at you" (Stein e Harry), si producono in un brano alla Marilyn Monroe, sul quale è possibile, per mera pietà, stendere un velo funebre. "The tide is high", uno dei due grandi successi di questo disco, fu scritta negli anni '30 dal giamaicano Duke Reid (nato nel 1915 e diventato dee-jay dopo essere stato per dieci anni un poliziotto); ovviamente, Wikipedia ha un'opinione diversa sulla canzone, anche se, a dire la verità, non fa che scrivere solo un pezzo della storia: Duke Reid la scrisse in un momento imprecisato degli anni '30 e John Holt l'arrangiò negli anni '60 per i Paragons e dev'essere su questa versione che si "appoggiarono" i Blondie . Per il pezzo il gruppo usò tre percussionisti, Ollie Brown, Emil Richards e Alex Acuna e un arrangiamento comprendente fiati e violini, per un risultato, a metà tra il calipso e il reggae, sicuramente piacevole e che sfondò nelle classifiche anglosassoni in maniera dirompente.

La Giamaica è seguita da un ritorno alla new-wave delle prime cose del gruppo, ma "Angels on the balcony", una canzoncina piacevole scritta da Destri con una certa Laura Davis, è talmente leggera e inconsistente da volare via dopo un paio di secondi. Il primo lato si conclude con "Go through it" (Stein e Harry), un pezzo pop-orchestrale con una batteria impostata sul "rullante" e fiati messicani a profusione: di tutto un po', insomma, ma c'è ancora un lato.

"Do the dark" (Destri) e il suo ritmo disco, non ha altro ruolo che quello di aprire la via alla successiva "Rapture" (Harry e Stein): le note sfumano e la sezione ritmica, con tanto di "campane",  lancia la vocina di Deborah Harry. Il pezzo si allunga per sei minuti e mezzo e il rap arriva non molto prima della metà e quando arriva, è chiarissimo anche ai sordi che alla nostra era piaciuta da matti la strafamosa "Rapper's delight" della Sugarhill Gang, pubblicata l'anno prima. Il testo raggiunge e oltrepassa il limite del ridicolo, soprattutto tenendo conto della tradizione stradaiola dei rappers anni '70, come Kurtis Blow e Grandmaster Flash, citato tra le righe, come anche Fab Five Freddie. Con la sua storia di un uomo che giunge da Marte per mangiare automobili ("Mars... cars", ecco trovata la rima), "Rapture" avrà anche fornito il titolo dell'album (il marziano si mangia Cadillac, Subaru, Mercury e Lincoln). Molti danno credito ai Blondie di avere aperto le classifiche al rap, ma siamo sempre alle solite: avere inaugurato i successi del rap con una cantante bianca e per giunta, bionda, per di più improponibile come rapper (ridicola è il termine), non è incoraggiante dal punto di vista storico, allo stesso modo in cui Bo Diddley ha sempre fatto la fame e i Doors no (un nome bianco a caso e non tra i peggiori, tutt'altro, ma i citabili sarebbero migliaia). Forse la parte più interessante di "Rapture" è il finale funky, con il sax di Tom Scott e una sezione ritmica non peregrina.

La nostra Debbie avrà pensato che l'ascoltatore, dopo "Rapture", non avrà stille di energia da spendere ed ecco, puntuale, "Faces", da lei scritta e cantata, un brano da pianobar dove la sua voce si rivela in tutta la pochezza possibile (confrontatela con, chessò, "Turtle blues", da "Cheap thrills" di Janis Joplin e i Big Brother...). "T-birds" (Harry e Nigel Harrison) diverte per i cori di Flo & Eddie (alias Howard Kaylan e Mark Volman, un passato nei Turtles e nel giro di Frank Zappa) e per le poche pretese: un semplice pezzo pop che avrebbe potuto anche sfondare come 45 giri. Tra parentesi, le voci di Flo & Eddie sembrano femminili! Concludiamo questo massacro con "Walk like me" (Destri), tentativo new-wave e/o rock, che non arriva da nessuna parte, ma che riesce ad irritare per la supponenza della cara Debbie, convinta di essere una grande cantante; e "Follow me", un pezzo scritto dai commediografi Alan Jay Lerner e Frederick Loewe (scritto tra le note dell'album come "Lowe"). I due composero la loro prima opera nel 1942 e conclusero la loro carriera in comune con un film del 1974; "Follow me" dovrebbe essere tratta dal musical "Camelot" (1960) e trattasi di una ballata pallosa per voce e sintetizzatore (di Steve Goldstein) e con questo altro carpiato stilistico, si chiude "Autoamerican".

Convinti ormai di essere divinità incrollabili delle classifiche, i Blondie maschi restarono ad assistere, forse sconsolati, forse con un ghigno di soddisfazione, al fallimento del primo album solista della platinata, "Koo Koo", pubblicato nel 1981 e prodotto dagli Chic Nile Rodgers e Bernard Edwards: il disco, promozionato in maniera massiccia dalla Chrysalis, si fermò al numero sei in UK e al numero 28 in USA, risultati sicuramente al di sotto delle aspettative. Il salvagente poteva essere il gruppo: "The hunter" (1982, prodotto da Mike Chapman), con la criniera biondo-leonina di Debbie, fece crollare le credenziali commerciali del gruppo (#33 in USA e #9 in UK), ma soprattutto, fallì con i 45 giri, il punto di forza della band. Il gruppo si sciolse in quello stesso 1982, l'anno in cui Deborah Harry partecipò al film "Videodrome", di David Cronenberg, risultando più credibile come ectoplasma televisivo che come cantante.

I Blondie si riformarono nel 1999, con un album, "No exit" (Beyond Records, prodotto da Craig Leon), sorprendente dal punto di vista commerciale (#18 in USA e #3 in UK) e un singolo giunto addirittura al numero uno in Gran Bretagna ("Maria", canzone scritta da Jimmy Destri durante l'adolescenza, nientemeno). Da notare una canzone dedicata da Chris Stein, l'autore, allo scomparso Jeffrey Lee Pierce, leader dei Gun Club, solista, autore, dittatore dei propri gruppi e presidente, in giovane età (ma forse anche dopo...), di un fan club dei Blondie (e pare che la sua capigliatura bionda fosse proprio un omaggio a Debbie Harry). La riunione comprese Deborah Harry, Chris Stein, Jimmy Destri e Clem Burke, come dire, il nucleo centrale del gruppo passato: Destri definì "No exit" un disco con "quindici canzoni sul nulla" e se lo dice lui... Dopo "The curse of Blondie" (2003, Epic Records), Destri decise di lasciare i compagni e per il resto, nient'altro da aggiungere.

"Autoamerican" non è che un pessimo esempio di musica da consumo.

CURIOSITÀ

Il disegno di copertina è dell'artista Martin Hoffmann.


DISCOGRAFIA

Blondie (1976)

Plastic letters (1978)

Parallel lines (1978)

Eat to the beat (1979)

Autoamerican (1980)

The best of Blondie (1981)

The hunter (1982)

Blonde and beyond (1993)

Picture this live (1998)

No exit (1999)

Livid (2000)

Greatest hits (2002)

The curse of Blondie (2003)

Live by request (2004)

Greatest hits: sight + sound (2005)

Greatest hits: sound & vision (2006)


LINKS

Discografia

Un sito dedicato esclusivamente alla discografia del gruppo. Davvero monumentale (se poi ne valesse la pena o no, è un altro discorso). [Inglese]

Blondie

Il sito ufficiale della band: biografia, discografia, le news (il gruppo si è riformato) e una misera pagina dedicata alle foto. [Inglese]


VAI A...

La scena sotterranea newyorkese (della quale anche i Blondie facevano parte, anche se poi sono arrivati a schifezze come il secondo dei dischi presentati qui sopra), è stata fondamentale per la nascita del punk inglese. Era una scena eterogenea e variegata in quanto a stili musicali, talento e successo. Qui sotto troverete i collegamenti ai nomi della Big Apple (e "dintorni") che hanno eroso silenziosamente alcune radici della nostra musica (e arrivati poi a casa mia con i loro dischi).

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