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BIG COUNTRY

Biografia Big Country

Biografia Skids


"THE CROSSING"

[cd]

Una delle novità dell'anno 1983, fu il gruppo delle cornamuse. Una delle novità della parte finale della prima metà degli anni '80 (uff!), fu una riscoperta dell'impegno sociale. Una delle novità della prima metà degli anni '80, fu il "cartello" denominato Red Wedge, composto da artisti immancabilmente orientati a sinistra e che subì una sconfitta cocente, da parte della Lady di Ferro Margaret Thatcher, appoggiando la rivolta dei minatori inglesi. Non ricordo se i Big Country fecero parte del Red Wedge, ma con U2, Alarm, Style Council, Billy Bragg, Redskins, Housemartins e un'altra manciata di nomi, fecero parte di quella riscoperta "rossa".

Gli scozzesi Big Country nacquero all'inizio di quegli anni '80 più volte nominati, dalla chitarra di Stuart Adamson, in fuga da un altro gruppo scozzese, gli Skids di Richard Jobson (fondati, però, dallo stesso chitarrista nel 1977): Stuart Adamson, dopo il terzo album degli Skids ("The absolute game", 1980), lasciò il gruppo nel giugno del 1981 e formò in breve tempo i Big Country. Con un semplice demo di presentazione, il gruppo di Adamson trovò un contratto con la Virgin e nel 1983, con la pesante mano produttiva di Steve Lillywhite, registrò e pubblicò "The crossing", l'album d'esordio che salirà sino al terzo posto della classifica britannica (e al diciottesimo di quella statunitense).

Stuart Adamson e Bruce Watson, i due chitarristi del gruppo, facevano suonare le chitarre come cornamuse e su un simile trucchetto hanno costruito una carriera (nulla di male in questo). Questo loro primo disco è buono senza essere chissà cosa, epico, sofferto, forse un po' troppo lungo, ma in seguito il gruppo non farà che ripetere lo stesso schema senza la relativa freschezza di questo esordio (altri sette album, sino al 1999). L'artefice di tutto questo, il cantante e chitarrista Stuart Adamson, morirà suicida nel 2001, all'età di 43 anni.

L'iniziale "In a Big Country" sembra quasi un manifesto del gruppo: lunga introduzione, chitarre spiegate e quel trucchetto sonoro delle sei corde di Stuart Adamson e Bruce Watson che suonano come fossero cornamuse. Lo spettro sonoro è pieno (Steve Lillywhite non è uno che si risparmia da questo punto di vista), la grinta rimarchevole e anche il ritornello è notevole. Sulla falsariga del pezzo, possiamo elencare i titoli alla "In a Big Country".

1) "Inwards" prende l'avvio da uno strano riff di chitarra, ha un sentore di folk nell'introduzione che precede la partenza vera e propria, ma poi si dipana in maniera abbastanza consueta. La mano compositiva è buona, la batteria ha ancora il suo sapore "catastrofico", come in tutto l'album, confermandosi come uno dei segni distintivi di questo suono.

2) "A thousand stars" è tra le mie canzoni preferite dell'album (superata da un titolo di cui parlerò qui sotto), un pezzo dal piglio diretto e dal ritornello semplice e appiccicoso (è quello che s'inserisce più velocemente tra i neuroni, anche dopo pochi ascolti).

3) "Harvest home" infila un bel riff e un'idea particolarmente attraente nel testo, con i versi delle strofe (sei, raggruppate a due a due e separate da brevi assoli di chitarra) che cominciano con la stessa parola.

4) "Lost patrol" potrebbe essere la perfetta commistione tra i brani duri e veloci e le ballate simil-folk. Introduzione e melodia principale sono ascrivibili alla sezione ballate, ma le strofe e il ritornello aumentano la dose elettrica, mentre l'assolo è di durezza metallica. Un connubio interessante e maledettamente piacevole.

5) Per chiudere il lato squisitamente metallico e veloce di questo album, "Fields of fire", il brano più corto dell'intero lavoro e il riff più riconducibile a un qualcosa di già conosciuto, anche se difficilmente percepibile (potrei sbagliare, non lo nego): il riff che segue le strofe, assomiglia maledettamente al celeberrimo giro di chitarra di "Should I stay or should I go" dei Clash (e anche in quel caso non si brillava per originalità). Il brano, in ogni caso, conquista per la costruzione intelligente e intricata, il vero salvagente di un album di questo tipo.

Con "Chance" inauguriamo la sezione ballate e/o pezzi lenti (rispetto a...). È con questi brani che Stuart Adamson e soci si avvicinano nettamente alle sensazioni folk della loro terra (e non solo: potrei dire castronate, ma il fatto che il folk britannico passasse anche sotto la dicitura "folk anglo-scoto-irlandese", mi sembra significativo dei collegamenti tra le varie tradizioni locali). "Chance" non sconvolge di sicuro con il suo ritornello semplice e la poca fantasia dell'arrangiamento, movimentato dall'ingresso delle chitarrone verso la fine del brano. Gli altri brani accostabili, più o meno, a "Chance".

1) Con "The storm" arriviamo al capolavoro dell'album di cui si parlava in precedenza (pezzullo su "A thousand stars"). I contatti con il folk si fanno di pelle, abbondano le chitarre acustiche, ma soprattutto si fa spazio una melodia "tradizionale" di bellezza sopraffina. Le "cornamuse" commentano le liriche in sottofondo, la batteria, con i suoi ingressi, segna i ritornelli, i cori femminili donano quel sapore epico che non dovrebbe mai mancare in una ballata folk scozzese: una canzone commovente. Qualche contatto curioso con "Drowning man" degli U2, pubblicata dal gruppo irlandese in quello stesso 1983 con l'album "War".

2) "Close action" parte da un riff alla Rolling Stones, ma in seguito si sviluppa in una ballata dura ed elettrica, tanto che la definizione ballata potrebbe starle stretta. Ritornello, ancora una volta, memorizzabile in pochi secondi e assoli a condire il tutto.

La conclusiva e lunghissima (quasi otto minuti) "Porrohman" si distacca abbastanza nettamente dal resto dell'album. Il piglio iniziale, soprattutto per il lavoro del basso, è avvicinabile ai suoni oscuri del dark (o gothic che dir si voglia). Una piccola domanda da bambino scemo: l'introduzione strumentale, quasi eterna (due minuti e mezzo), potrebbe avere influenzato i Thin White Rope? In "Moonhead", il secondo album del gruppo californiano, troviamo una struttura molto simile, ma non voglio andare oltre con siffatte ipotesi. "Porrohman", dopo una breve comparsa della voce di Adamson, continua imperterrita, spazzata dalla melodia lenta e folk dell'introduzione, sino all'esplosione della sezione ritmica che porta la direzione sonora verso il metallo e la velocità. Un finale epico e diversamente non poteva essere con "The crossing".

Stuart Adamson non è più tra noi e se la notizia potrebbe non sconvolgere più di tanto, è da ricordare come il chitarrista sia morto suicida alle Hawaii, in una stanza di hotel, completamente solo, alcoolizzato ed evidentemente dimenticato da coloro che lo conoscevano (sembra fosse scomparso da qualche settimana). Nel 2002 gli Skids si riformarono dopo vent'anni per ricordare l'amico scomparso e a Glasgow, tennero un grande concerto, al quale parteciparono numerosi artisti e/o amici del defunto chitarrista. The end.


BIOGRAFIA

Protagonista della storia, William Stuart Adamson, nato a Manchester l'11 aprile 1958 e morto suicida alle isole Hawaii il 16 dicembre 2001. Nato da genitori scozzesi, che tornarono nella terra natìa quando aveva quattro anni, il giovane Stuart formò le sue prime band a Dunfermline e il suo primo serio impegno prese il nome di Tattoo. Il gruppo suonava cover degli Status Quo, ma la scossa di un concerto dei Damned del 1976, mise la parola fine all'ensemble (non fu il solo motivo). Con Adamson, nei Tattoo, c'era l'amico e bassista William Simpson, protagonista anche della successiva avventura del chitarrista, gli Skids. Il gruppo fu formato dal diciottenne Adamson nel 1977, con Simpson e il batterista Thomas Kellichan, sino a quando s'imbatterono nel solo altro punk dei dintorni, il sedicienne Richard Jobson. Con la voce e i testi di Jobson e le musiche di Adamson, gli Skids iniziarono la loro avventura nel grande mondo della musica britannica. Il terzo 45 giri della band, "Into the valley" (1979), scalò la classifica britannica sino ai primi dieci posti e altri quattro formati minori riuscirono nell'impresa, anche se in posizioni di rincalzo.

Ancora del 1979 l'esordio su album degli Skids, "Scared to dance" (#19) e il seguito, "Days in Europa" (#32, con il gruppo ridotto a terzetto e la batteria ospite di Rusty Egan). Il terzo album, "The absolute game" (1980), portò la band sino al numero 9 della classifica britannica, dopo un cambio di sezione ritmica (con i nuovi arrivati Mike Baillie alla batteria e Russell Webb al basso). Stuart Adamson lasciò Richard Jobson nel 1981 (il cantante e Russell Webb, con una quindicina di altri elementi ospiti, terminarono l'esperienza Skids con l'album "Joy", 1981) e con l'amico e chitarrista canadese Bruce Watson (nato nel 1961 a Timmins, Ontario e già nei Delinx) fondò i Big Country. Con il batterista dei Jam Rick Buckler, Adamson e Watson incisero un demotape con due canzoni che restò di proprietà della Virgin (il nostro era ancora sotto contratto con l'etichetta): quando il contratto fu sciolto, Adamson se ne andò per la propria strada, ma il demotape non lo seguì. A fine estate, secondo una fonte, Adamson incise un altro nastro per la CBS (con quale formazione non si sa) e lo propose, oltre alla stessa etichetta, anche a A&M, Rak, Polydor, Arista, RSO, EMI, Sire, Wea, Chrysalis e Jet, ottenendo la stessa risposta da tutte: no!

All'inizio dell'autunno 1981 i Big Country si stabilizzarono nella prima formazione, con i fratelli Wishart, Pete alle tastiere e Alan al basso e il batterista Clive Parker, già coinvolto nelle pazzie di Spizz. Una curiosità riguardante Pete (Peter) Wishart, classe 1962, membro del Parlamento Britannico dal 2001 per conto dello Scottish National Party: come membro della band Runrig, dal discreto successo, Wishart è stato l'unico parlamentare britannico ad essere apparso nella celeberrima trasmissione Top of the Pops (ora defunta). Wishart ha lasciato i Runrig in seguito all'elezione del 2001 (lo scozzese è stato rieletto nel 2005). Tornando a noi, arriviamo a novembre del 1981, quando il manager della band, Ian Grant, ebbe una risposta positiva dalla Polygram, ma solo per un eventuale singolo da incidere sotto l'egida della sussidiaria Ensign. Nel gennaio del 1982, i Big Country esordirono dal vivo come spalla di Alice Cooper, a Brighton: dopo la seconda serata, a Birmingham, alla band fu chiesto di abbandonare il tour. I fratelli Wishart e Parker lasciarono il posto a Mark Michael Brzezicki, batterista inglese di Slough (Berkshire) classe 1957 e a Tony (Anthony Earle Peter) Butler, bassista londinese di Shepherd's Bush, pure classe 1957: entrambi provenivano dagli On the Air di Simon Townshend, il fratello minore di Pete.

L'accordo discografico con la Polygram (un grande calderone comprendente numerose etichette) giunse a maggio del 1981: i dischi della band sarebbero stati firmati da uno dei marchi della multinazionale, la Mercury Records. Sul contratto, secondo una fonte, il gruppo è nominato Angle Park, per quale motivo non è dato sapere. Esordio dal vivo della nuova formazione al 101 Club, locale londinese di Clapham, subito dopo la firma del contratto e primo concerto statunitense ad agosto, al Peppermint Lounge di New York, come spalla dei Members. Il primo singolo dei Big Country fu pubblicato, questo è sicuro, ma quando? Le varie fonti consultate danno questi risultati: 22 febbraio 1982, settembre 1982 e fine 1982. La sicurezza, in ogni caso, riguarda il titolo, "Harvest home"/"Balcony", il produttore (il famoso Chris Thomas, Sex Pistols e Pretenders, solo per fare due nomi) e il successo conseguente (venduto in 6.000 copie e salito sino al n° 91 della classifica britannica). Nel febbraio del 1983 uscì il secondo prodotto della band, il 45 giri "Fields of fire", prodotto da Steve Lillywhite, altro nome a dir poco in voga di quel periodo e in questo caso, la scalata in classifica si fermò solamente al numero 10 (e 52 negli USA).

Dopo aver aperto per gli U2 all'Hammersmith Palais, i Big Country registrarono una session per la trasmissione di John Peel e in maggio iniziarono le sedute per il primo album, con al mixer ancora Steve Lillywhite, contemporaneamente all'uscita del terzo 45 giri, "In a Big Country" (#17 sia in UK che negli USA). Dopo numerose apparizioni televisive, i Big Country si lanciarono nel primo tour come headliner, 34 date britanniche. "The crossing", l'esordio su album, uscì nel luglio del 1983, entrando in classifica direttamente al n° 4 e scalando ancora una posizione prima di scendere lentamente, per una permanenza complessiva nella classifica britannica di 83 settimane. Negli Stati Uniti l'album salì sino al numero 18 e complessivamente, guadagnò il platino britannico (più di 300.000 copie), il disco d'oro statunitense (più di mezzo milione) e il doppio platino canadese (160.000 copie). Un ennesimo 45 giri fu pubblicato in agosto, "Chance", n° 9 in UK, mentre in ottobre fu la volta dell'EP "Wonderland", n° 8 in UK e 86 di Billboard. Con il primo tour statunitense in corso, i Big Country furono nominati per due categorie alla cerimonia dei Grammy Awards 1984, suonando anche un set durante la serata (miglior nuovo gruppo e miglior singolo).

Le registrazioni del nuovo album iniziarono in agosto, ancora sotto l'egida di Steve Lillywhite. Con il singolo "East of Eden" al n° 17, l'album "Steeltown" entrò in classifica direttamente al numero 1 (e 70 in USA). A fine 1984 uscì il singolo "Where the rose is sown" (n° 29 in UK), seguito nel gennaio successivo da "Just a shadow" (n° 25). Il nuovo 45 giri "Look away" uscì nell'aprile del 1986 e salì sino al numero 7, il più grande successo britannico dei Big Country in piccolo formato. Nel luglio del 1986 uscirono il nuovo singolo "The teacher" (#26) e il terzo album, "The seer" (prodotto da Robin Millar), numero 2 britannico e disco d'oro. Con "One great thing", 45 giri di agosto, i Big Country centrarono il loro decimo singolo consecutivo britannico da Top 30: la serie s'interruppe con "Hold the heart" (novembre), n° 55. Dopo un silenzio discografico inconsueto, i Big Country volarono dall'altra parte dell'Atlantico (a Los Angeles) per incidere il quarto album, "Peace in our time", pubblicato nel settembre del 1988 dalla Reprise, prodotto da Peter Wolf (e Ina Wolf), il celebre ex-cantante della J. Geils Band e salito sino al n° 7 della classifica britannica. Il 45 giri "Broken heart (Thirteen Valley)" continuò la discesa nel gradimento del pubblico britannico (n° 63).

Nel luglio del 1989 Mark Brzezicki lasciò la band, subito dopo un tour europeo e fu sostituito momentaneamente (durante le session del nuovo materiale) da Pat Ahern. Il 45 giri "Heart of the world" raggiunse il numero 50 (luglio 1990), mentre le registrazioni del nuovo album iniziarono solo nel febbraio del 1991 (con la batteria di Chris Bell), ai Rockfield Studios, con la produzione di Pat Moran. Il primo singolo tratto dal nuovo album, "Republican Party reptiles" (agosto 1991), salì sino al numero 37, seguito da "Beautiful people" (ottobre, n° 72) e dal formato maggiore (settembre, Vertigo in UK), "No place like home": la fonte che ha citato tutti i risultati raggiunti in termini di classifiche, a questo proposito tace. E tace pure, la stessa fonte, sul possibile rientro di Mark Brzezicki alla batteria, a meno che non sia Wikipedia a sbagliare, inserendo il nome nella formazione dell'album. A proposito di conflitti, una fonte parla a questo punto di divorzio tra Phonogram (non era Polygram? È la stessa cosa?) e band, quando altri cambiano casa discografica ai dischi dei Big Country sin da "Peace in our time"; a meno che la Reprise non faccia parte della grande famiglia di cui si è detto sopra (la Vertigo di "No place like home" non dovrebbe proprio centrare una mazza, ma chi può saperlo e in fondo, chi se ne frega?).

Il gruppo firmò un contratto con una sussidiaria della Chrysalis, la Compulsion e registrò due pezzi con la batteria di Simon Phillips, mentre le session del sesto album iniziarono a Londra, nell'agosto del 1992, con lo stesso batterista e la produzione in casa. La fonte che sembra più precisa tra le numerose consultate, pone all'inizio del 1993 il rientro di Brzezicki in seno alla band. In marzo uscì il singolo "Alone", n° 24 e il nuovo album "The buffalo skinners", n° 19, mentre anche il secondo singolo, "Ships", riuscì a salire nei primi 30 (al 29). La nuova etichetta per il mercato statunitense fu la Fox Records, mentre in Gran Bretagna uscì il live "Without the aid of a safety net" (giugno 1994, n° 24). Nell'agosto 1994, i Big Country supportarono i Rolling Stones nelle date tedesche, olandesi e lussemburghesi del tour europeo, con un picco di 100.000 persone allo stadio olimpico di Berlino. Stuart Adamson, in quel periodo, fu coinvolto massicciamente nelle proteste contro i test nucleari francesi nell'isola di Mururoa. La solita fonte si dimentica della pubblicazione del settimo album della band, "Why the long face?", pubblicato, secondo Wikipedia, dall'etichetta Transatlantic (e la Chrysalis? E la Compulsion?) il 5 giugno del 1995.

Tra un concerto, un evento e altre occasioni pubbliche, Stuart Adamson si trasferì a Nashville, in Tennessee e la band si concesse un anno sabbatico. Nel febbraio del 1999 i Big Country firmarono un contratto con la Track Records, la fu etichetta di Jimi Hendrix e Who fondata dal manager di questi ultimi, Chris Stamp. Le registrazioni del nuovo album iniziarono agli studi gallesi Rockfield, con la co-produzione di Rafe McKenna. In agosto uscì il singolo "Fragile thing", senza alcun riscontro nella classifica e lo stesso accadde a "Driving to Damascus", ottavo album canonico dei Big Country, pubblicato in settembre (negli Stati Uniti con un titolo differente, "John Wayne's dream"). Tanto per nominare una qualche classifica, la solita fonte c'informa che l'album scalò quella tedesca (senza specificare fino a quale altezza). Il terzo singolo tratto dall'album fu pubblicato nel maggio del 2000, "Somebody else" (scritta con Ray Davies, proprio lui, il Kinks). Nell'ottobre del 2000 i Big Country suonarono quello che sarà il loro ultimo concerto, a Kuala Lumpur, Malaysia. Sposato e con due figli nati dalla prima moglie, Stuart Adamson era un alcolizzato, problema che gli amici, dopo la sua morte, scoprirono con loro grande sorpresa (e tanto amici, dunque, non erano).

Il primo matrimonio di Adamson finì con il divorzio di metà anni '90 e il trasferimento a Nashville, dove si sposò una seconda volta e fondò la sua ultima band, i Raphaels, in coppia con il compositore locale Marcus Hammon. Nel 1999 il chitarrista scomparve per un lungo periodo, ma la famiglia nega che l'uomo fosse ricoverato in una clinica per disintossicarsi. Nel novembre del 2001, alle soglie di un secondo divorzio, Adamson scomparve ancora, suscitando grande preoccupazione nella ex-moglie Sandra (la prima) e nel suo manager Ian Grant: a ragione... I due, secondo Wikipedia, iniziarono una ricerca internazionale (non meglio specificata), appellandosi a chiunque, fans compresi, si trovasse da qualche parte a bere con Adamson, di farlo chiamare a casa. Il 16 dicembre 2001 il corpo di Stuart Adamson fu trovato senza vita in una stanza d'hotel di Honolulu, isole Hawaii. La causa ufficiale della morte è suicidio, molte fonti aggiungono "per auto-strangolamento" e Wikipedia specifica anche il tasso alcolico nel sangue al momento della morte, di poco sotto 0,3. Quasi tutti raccontano di un uomo profondamente ubriaco, ma quel tasso alcolico non dice questo, a meno che il suo alcolismo non lo avesse portato a non reggere nemmeno un bicchiere di birra.

Sta di fatto che trovo difficile capire come un uomo possa auto-strangolarsi. Nel maggio del 2002 si tenne lo Stuart Adamson Tribute Concert, a Glasgow, un evento musicale di quattro ore e mezza che vide coinvolti amici e compagni di lavoro, in primis, il vecchio cantante degli Skids, Richard Jobson. Nel 2007 i tre Big Country rimasti si sono riuniti in occasione del venticinquennale dalla fondazione della band (che si formò nel 1981, a dire la verità): con la voce di Tony Butler, i tre hanno suonato una serie di date in Scozia e Inghilterra e un unico concerto in Germania. Curioso che anche gli ex-Skids abbiano scelto il 2007 per commemorare l'amico scomparso e il trentennale dalla fondazione della band (con Bruce Watson elemento in comune ad entrambe le riunioni). Dal tour dei Big Country è scaturito anche un album dal vivo, "Twenty five live", pubblicato nel novembre del 2007 dalla Track Records. I tre Big Country, con un comunicato attraverso il sito ufficiale della band, hanno annunciato nel settembre del 2008 che il nome non verrà mai più usato e che il (poco) materiale registrato durante la reunion dell'anno prima, verrà pubblicato sotto la sigla Butler, Brzezicki, Watson. E con questa notizia ufficiale, chiudiamo anche noi.


DISCOGRAFIA

The crossing (1983)

Steeltown (1984)

The seer (1986)

Peace in our time (1988)

Through a Big Country (1990)

No place like home (1991)

The Buffalo Skinners (1993)

Without the aid of a safety net (1994)

Why the long face? (1995)

Driving to Damascus (1999)

Twenty five live (2007)


IL NOME

Il nome deriva dall'omonimo film di William Wyler, con Gregory Peck, Jean Simmons e Charlton Heston.


R.I.P.

Il chitarrista e fondatore della band, Stuart Adamson, è morto il 16 dicembre 2001 in una stanza d'hotel delle Hawaii: causa ufficiale, suicidio, ma non mancano i dubbi (vedi).


LINK

Big Country

Sito ufficiale della band, dalla marcata struttura commerciale (bisogna iscriversi per accedere ad alcune pagine). Disponibili la discografia, la biografia, la cronologia e le ultime sul nuovo album. [Inglese]


VAI A...

Mirino puntato sui britannici e gli irlandesi degli anni ottanta, senza nessuna barriera stilistica e/o qualitativa (traduzione: troverete le perle, i cani e i porci).

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