Torna alla "prima pagina" musicale

BEATLES

The Beatles

[vinile]

Come sia possibile passare da uno sforzo creativo del livello di Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band, a un doppio album di dimensioni artistiche incommensurabili, come il doppio The Beatles, il tutto in meno di due anni, è un mistero che meriterebbe riflessioni degne di ben altra mente che la mia. Il capolavoro del 1967, non bastasse quanto già scritto, pur nella sua genialità e grandezza artistica, viaggiava su binari tutto sommato uniformi (concetto riduttivo, ma è per farmi capire), mentre il doppio bianco sfodera una tale gamma di generi e stili da lasciare sbalorditi.

Le tensioni all'interno del gruppo aumentavano di giorno in giorno, tanto che Ringo Starr, secondo una fonte, lasciò i tre compagni d'avventura, per poi ritornare all'ovile una volta resosi conto che la lavorazione del doppio vinile continuava tranquillamente anche senza il suo contributo. The Beatles, nel suo continuo rincorrersi di stili e atmosfere differenti, sembra rappresentare alla perfezione l'inizio della fine del gruppo di Liverpool; che la fine possa essere rappresentata da un'esplosione simile di creatività, può sembrare stridente, ma quando si parla di tali grandezze artistiche, le contraddizioni sono all'ordine del giorno.

Detto di Ringo Starr, il membro più mugugnante era senz'altro George Harrison, il chitarrista che si vedeva sempre più messo da parte dalla strabordante forza creativa e dittatoriale della coppia Lennon/McCartney. La presenza di Yoko Ono, l'influenza degli yogi indiani e dei viaggi orientali, la morte di Brian Epstein (risalente all'agosto 1967), l'autonomia creativa (ogni Beatles presenziava ai missaggi delle proprie canzoni, senza alcun intervento degli altri): l'unità del quartetto era ormai scritta solo sulla carta.

Trenta canzoni, quattro facciate di vinile zeppe di tutta la musica di questo mondo: elenco, autori ufficiali e non, curiosità e quant'altro.

(e ora, siore e siori, in rigoroso ordine alfabetico)

BACK IN THE U.S.S.R.

(Lennon/McCartney)

(Paul McCartney)

Fu durante le session di questa canzone che Ringo Starr abbandonò i Beatles (secondo la fonte, l'intenzione del batterista era definitiva). Alla batteria si sedette Paul McCartney (l'autore del pezzo) e la canzone fu comunque completata. Dopo il suo ritorno, Ringo Starr suonò le session di Helter skelter: una fonte accredita la famosa frase "Ho le vesciche alle dita!" (udibile alla fine di Helter skelter) alle session di Back in the USSR (altre fonti confermano la mitologia riguardante Helter skelter). Le fonti più accreditate forniscono due sorgenti ispirative per Back in the USSR: Back in the USA di Chuck Berry (dal titolo allo scimmiottamento scherzoso delle località geografiche del testo) e California girls dei Beach Boys (il riferimento alle ragazze uscraine e moscovite nominate). Il racconto comincia con il sibilo di un aereo e poi, con le parole di un viaggiatore già arrivato a New York, viene descritta l'Unione Sovietica dall'alto. Esilarante il riferimento alla Georgia on my mind di Ray Charles (un gioco che riuscì facilmente: Stati Uniti e URSS avevano entrambe uno stato di nome Georgia).

Riferimenti, fonti rock'n'roll antiche o contemporanee, litigi: Back in the USSR è un'imperdibile scossa rock'n'roll, intelligente, dura, chitarristica, ironica e via all'infinito con gli aggettivi. Fossero sempre di questo livello gli omaggi musicali.

BIRTHDAY

(Lennon/McCartney)

(Paul McCartney)

L'intenzione di Paul McCartney, compositore principale della canzone (con interventi di John Lennon), era di sostituire il tradizionale Happy birthday to you con un buon compleanno a ritmo di rock.

Voglio che al mio compleanno si suoni Birthday!

BLACKBIRD

(Lennon/McCartney)

(Paul McCartney)

Una delle canzoni più famose di Paul McCartney, secondo molti, riferita al movimento statunitense del Black Power (tesi sconfessata dall'autore: la canzone fu scritta in un periodo di forti scontri razziali nel sud degli Stati Uniti). Il testo, splendido esempio di poesia musicata, al sottoscritto ha ricordato Giovanni Pascoli e chiudo lo sforzo mentale senza andare oltre. Sembra che il merlo del titolo cantasse tutte le mattine alle sei durante una permanenza del Beatle in India. Il tema musicale, secondo una fonte, sarebbe stato ispirato da un brano di Bach che George Harrison e Paul McCartney erano soliti suonare da bambini. In un gioco di rimandi e di collegamenti, è da notare come bird fosse un termine usato per designare una ragazza, circostanza confermata dallo stesso McCartney e che la parola, unita al nero, riconduca alla tesi riportata all'inizio.

Musica minimale e un testo stupendo per questa che rimane una canzone che identifica ancora oggi il suo autore.

CRY BABY CRY

(Lennon/McCartney)

(John Lennon)

Canzone che Lennon odiava, a differenza di molti fans e critici. Opera del solo John Lennon, il pezzo si conclude con una parte inutilizzata di I will (di McCartney) e nacque sui ricordi dei racconti di fiabe della sua giovinezza.

Una ballata nervosa ritmicamente, dominata dalle tastiere e dalla voce di John Lennon dalle strane inflessioni soul. Alla fine della canzone, è inserito un pezzettino di pochi secondi di I will, non utilizzato nella versione presente nell'album.

DEAR PRUDENCE

(Lennon/McCartney)

(John Lennon)

La Cara Prudence del titolo è Prudence Farrow, sorella dell'attrice Mia, che John Lennon aveva conosciuto durante un viaggio dei Beatles in India (una visita allo yogi Maharishi Mahesh). Prudence Farrow preoccupò il gruppo di persone che stava condividendo l'esperienza indiana: spinta dal guru, la donna si isolò completamente per tre settimane e fu convinta da John Lennon a interrompere una meditazione trascendentale così lunga (e pericolosa, da quanto dicono alcune fonti). La dedica musicale di John Lennon, può rientrare tranquillamente tra i capolavori dell'artista. Questa canzone fu registrata nel periodo in cui Ringo Starr si allontanò dal gruppo e fu Paul McCartney ad occuparsi della batteria. Dopo il suo ritorno, come segno tangibile di bentornato, Ringo Starr trovò dei fiori sulla sua batteria.

Una meraviglia assoluta questa delicata dedica a Prudence Farrow, una canzone che nell'autonomia del doppio album, anticipa in qualche modo i sentimenti di John Lennon verso quel viaggio in India.

DON'T PASS ME BY

(Ringo Starr)

Don't pass me by è la prima canzone completamente attribuita (e attribuibile, parlando dei Beatles) a Ringo Starr. Il batterista scrisse la canzone addirittura nel 1963, anche se non arrivò in sala di registrazione prima del 1968.

Pezzo ubriaco e con un casino di rumori sul fondo, che non si spiega del tutto (un piano che sembra stonato, un violino country da falò...) e la voce di Ringo Starr, già non bella di per sé, che tenta di fare qualcosa di più, fallendo l'obiettivo.

EVERYBODY'S GOT SOMETHING TO HIDE EXCEPT FOR ME AND MY MONKEY

(Lennon/McCartney)

(John Lennon)

È la canzone che può vantare il titolo più lungo dell'intera produzione Beatles, nata dall'accoglienza riservata a Yoko Ono dalla stampa inglese. John Lennon fu molto seccato dai commenti del tipo, 'Cosa ci fa lei agli studi di registrazione?', oppure, 'Perché c'è quella lì con lui?'. A Lennon sembrò che tutto il mondo fosse preso da una sorta di paranoia, eccettuati sé stesso e Yoko Ono, immersi nel fuoco incandescente dell'amore (monkey, secondo il mio dizionario slang statunitense, vorrebbe dire secondo fidanzato/a, ma nello slang londinese c'è un unico significato attribuibile: 500 sterline).

Rock duro, cantato con enfasi eccitata da John Lennon e riempito di rumori di fondo, voci, stacchi improvvisi. Canzone splendida.

GLASS ONION

(Lennon/McCartney)

(John Lennon)

Una canzone di John Lennon costruita come un collage, zeppa di riferimenti a precedenti brani dei Beatles (in particolare, quelli che avevano suscitato interpretazioni allucinogene), frasi ermetiche ed espressioni a prima vista misteriose. Le canzoni dei Beatles citate: I am the walrus, Strawberry fields forever, Lady Madonna, Fixing a hole, The fool on the hill, There's a place, Within you without you e I'm looking through you.

Un robusto brano rock sostenuto da una sezione di archi e dalla voce magnifica di John Lennon. Il finale orchestrale fu letteralmente rubato dagli XTC di Skylarking (l'album del 1986).

GOOD NIGHT

(Lennon/McCartney)

(John Lennon)

Ninnananna scritta da John Lennon per il figlio Julian e che l'artista cercò di adattare allo stile compositivo di McCartney. L'unico Beatle presente nella registrazione è il cantante Ringo Starr, accompagnato da un'orchestra arrangiata da George Martin. È la canzone che chiude il doppio album.

Una semplice ninnananna orchestrale e angelica, cantata dalla voce di Ringo Starr. Un Buonanotte e addio da parte dei migliori Beatles di sempre, i Beatles divisi e in lite perenne, che hanno sfornato uno dei capolavori di tutti i tempi della nostra musica.

HAPPINESS IS A WARM GUN

(Lennon/McCartney)

(John Lennon)

Una canzone che avrebbe fatto la felicità dei beatlesologi dopo la morte di John Lennon: gli esperti vi lessero tutte le premonizioni possibili sul futuro assassinio di cui restò vittima l'ormai ex-Beatles. Canzone composta da più strati, Happiness is a warm gun è un esempio sublime di poetica contorta, ma questo è un mio parere personale. I riferimenti di cui si diceva, mancano spesso l'obiettivo ('Lei non è una ragazza che manca spesso il bersaglio': a uccidere Lennon è stato un uomo) e a volte sono del tutto assurdi ('Felicità è una pistola calda, mamma', dove mamma è il nomignolo con cui Lennon chiamava in privato Yoko Ono). Molto più interessante l'atmosfera pregna di erotismo, con tutti i doppi sensi sesso/armi ('Quando ti tengo tra le braccia/e sento il mio dito sul tuo grilletto'). Una serie di versi misteriosi sono stati spiegati da Derek Taylor (capo-ufficio stampa dei Beatles), che assistette Lennon durante la stesura del testo. L'uomo con gli scarponi chiodati che si aggira tra la folla, farebbe riferimento a un tizio (presumibilmente arrestato, dato che la notizia comparve sui quotidiani) che si aggirava per gli stadi con degli specchi sulla punta degli scarponi, per poter sbirciare sotto le gonne. '... mentre le mani sono intente a fare gli straordinari', dunque, acquista un ben preciso significato dopo questa rivelazione...

La canzone comincia con un'andatura da ballata delicata e cambia umore con l'entrata di una chitarra elettrica dal suono inquietante: il tono della voce di Lennon si abbassa per diventare un monolite durante la ripetizione robotica della riga 'Madre Superiora parti prima del colpo' (anche se la traduzione non mi sembra centrata, ma potrei sbagliarmi: 'Mother Superior jump the gun', dove jump potrebbe essere un'espressione slang per indicare l'atto sessuale e mother, come abbiamo già visto, si potrebbe riferire a Yoko Ono). Il ritornello, che conclude il brano, sembra uscire da Freak out! delle Mothers of Invention di Frank Zappa, con un coro beffardo che canta il titolo come una parodia dei rock melodici anni '50, mentre Lennon canta tra gli spazi (e sull'altro canale) i restanti versi, con una voce dal tono disperato o da bluesman ubriaco. Cosa posso dire? A me sembra un capolavoro.

HELTER SKELTER

(Lennon/McCartney)

(Paul McCartney)

Celeberrima e maledetta canzone, capolavoro scritto da Paul McCartney e ispirazione principale per gli assassini della Family di Charles Manson per il massacro di Bel Air, durante il quale furono uccisi la moglie del regista Roman Polanski, l'attrice Sharon Tate (incinta di otto mesi) e altre quattro persone. Manson dichiarò che i Beatles erano i Quattro Angeli dell'Apocalisse e che alcune canzoni del doppio album bianco, che il pazzo credeva espressamente indirizzate a lui, rappresentavano il segnale per dare il via alla "guerra della razza".

L'ispirazione principale di Paul McCartney sembra sia stata una recensione del nuovo singolo degli Who, I can see for miles. La descrizione della musica di quella canzone - "durissima", "la più selvaggia canzone mai incisa", "chitarre distorte", "urla" - spinse McCartney verso la sfida: registrare la canzone più dura e violenta che fosse mai stata incisa sino a quel momento. Della canzone furono eseguite diciotto prove durante le sessions e la buona fu l'ultima, quella dove, alla fine del brano, si sente Ringo Starr gridare "Ho le vesciche alle dita!".

Sono un appassionato del rock duro e distorto, di qualunque provenienza, una passione che rasenta la mania: non ho alcuna remora nel dire che Helter skelter, oltre ad essere un capolavoro in anticipo sui tempi, è anche la canzone che identifica la grandezza dei Beatles che guardavano avanti (e che forse, dico forse, si sono invece fermati in questo 1968, ma non voglio sviluppare questo discorso).

Qualcun altro aveva già provato ad andare oltre in termini di durezza e distorsione, dagli stessi Who che provocarono la canzone, a Jimi Hendrix, sino ad alcuni dei garagers statunitensi più dotati (impossibile non citare Litter e Remains che nel 1966, o giù di lì, ripresero entrambi I'm a man di Bo Diddley per trasformarla in una giungla di distorsione e velocità i primi e in punk da pub i secondi), senza dimenticare i prìncipi degli amplificatori e degli otorini, i californiani Blue Cheer (lista che non vuol essere completa, ci mancherebbe).

Helter skelter prende avvio su una chitarra già al di fuori degli schemi e sulla voce stridula di McCartney e continua su un tappeto rock-blues spazzato da feedback e riff di chitarra. Straordinari i momenti in cui il brano corre su un binario basso/chitarra elettrica, frastornante il finale (Ringo Starr disse di non capire nulla di ciò che stava succedendo, sommerso com'era dai suoni), con la famosa frase gridata dal batterista ("Ho le vesciche alle dita!") e l'andirivieni del suono, da un canale all'altro. Eccezionale, immenso, imperdibile. Con la speranza che le distorsioni abbiano affollato gli incubi di Charles Manson e della sua manica di assassini (per non dire di peggio, ma sono un non-violento).

Tra le versioni conosciute, buona quella di Siouxsie & the Banshees, deprimente quella dal vivo degli U2.

HONEY PIE

(Lennon/McCartney)

(Paul McCartney)

Paul McCartney disse che l'ispiratore di questa canzone, molto anni '30, fu Fred Astaire e costruì il brano su un impianto da music-hall, sulla falsariga di ciò che solitamente suonava il padre (e che a Paul era sempre piaciuto). Il testo di Honey Pie è un invito a ritornare in Inghilterra alla futura moglie Linda Eastman (Torta di Miele, per il suo carattere), fotografa newyorkese, che in quel periodo lavorava con successo negli Stati Uniti ('Ora ha raggiunto il successo negli USA... Attraversa l'Atlantico... Torta di Miele torna da me'). Conosciutisi nel 1967, Paul e Linda si sposeranno nel 1969. Honey Pie fu una delle canzoni che Charles Manson credette indirizzate a lui e per cui organizzò il massacro di Bel Air.

Un brano vaudeville, antico nella struttura e nell'arrangiamento strumentale e come al solito, piacevolmente orecchiabile.

I'M SO TIRED

(Lennon/McCartney)

(John Lennon)

Altra canzone indiana di John Lennon, nata dalla mancanza di Yoko Ono dopo tre settimane intense di meditazione e di letture. I dietrologi si sono accaniti sulle frasi, apparentemente incomprensibili, che si ascoltano alla fine della canzone: ascoltate all'incontrario, le parole formerebbero la frase 'Paul is dead, man, miss him, miss him' ('Paul è morto, amico, rimpiangilo, rimpiangilo'). Un classico esempio di presunta lettura subliminale, perfetta per chi crede che Satana s'interessi di rock (o in questo caso, semplice veicolo di un messaggio volto a confermare la leggenda della morte di Paul McCartney).

Una bella canzone e una volta tanto, musicalmente in linea con il testo: i primi secondi sembrano cantati da qualcuno mezzo addormentato. Il brano poi s'indurisce e termina improvvisamente per lasciare spazio a Blackbird.

I WILL

(Lennon/McCartney)

(Paul McCartney)

Ballata d'amore di Paul McCartney dedicata alla compagna e futura moglie Linda Eastman. Nient'altro da dire, se non che la mania perfezionista che stava prendendo i Beatles, spinse McCartney a registrare 67 (sessantasette!) prove della canzone prima di scegliere la versione soddisfacente.

Delicata (e bella) canzone d'amore di McCartney, curiosa per il tappeto percussivo.

JULIA

(Lennon/McCartney)

(John Lennon)

Una semplice ballata per voce e chitarra acustica dedicata da John Lennon alla madre, Julia Stanley, morta quando l'artista aveva diciassette anni (investita e uccisa da un poliziotto ubriaco). È l'unica canzone dei Beatles in cui compare il solo John Lennon, dalla composizione all'esecuzione. Nel testo, anche un riferimento a Yoko Ono: Figlia dell'Oceano sarebbe la traduzione letterale del nome giapponese Yoko.

Una meraviglia composta e suonata in punta di piedi da un Lennon dolcissimo.

LONG LONG LONG

(George Harrison)

Una canzone del chitarrista dedicata e indirizzata a dio e alla moglie Pattie Boyd. Secondo un critico, Long long long è una delle dozzine di canzoni d'amore di George Harrison ambigue per quanto riguarda il testo (il pronome è riferito a dio o a una donna?). Un'altra fonte dice che la parte dedicata alla moglie rifletterebbe i problemi coniugali che Harrison e consorte stavano affrontando in quel periodo. La canzone fu scritta in India.

Dopo la tempesta devastante di Helter skelter, a chiudere il terzo lato, una delicata canzone d'amore di George Harrison, quasi inudibile dopo i tornadi elettrici che la precedono.

MARTHA MY DEAR

(Lennon/McCartney)

(Paul McCartney)

Paul McCartney aveva un cane di nome Martha, anche se è difficile pensare che all'animale sia stata dedicata questa canzone d'amore. Una fonte parla di Martha come della vocina personale che nella testa di McCartney aveva la funzione di musa ispiratrice, un'altra ancora riporta il tutto alla solita, vecchia storia d'amore di McCartney con l'attrice Jane Asher ('Marta mia cara, sei sempre stata la mia ispirazione... non dimenticarmi, Marta mia cara').

Ballata nervosa e ritmica, cantata da McCartney in un tono simile al falsetto in più di qualche passaggio. Dominata dal piano, Martha my dear ha influenzato non poco un certo modo di costruire canzoni.

MOTHER NATURE'S SON

(Lennon/McCartney)

(Paul McCartney)

Altra canzone nata dall'esperienza indiana dei Beatles, in questo caso, opera di Paul McCartney. Il pezzo fu ispirato da una conferenza sulla natura dello yogi Maharishi. Anche Lennon scrisse un pezzo sullo stesso tema (Child of nature), mai inciso, ma ripreso nel 1971, per quanto riguarda la parte musicale, per Jealous guy.

Una breve canzone per voce e chitarra acustica (e qualche altro timido intervento strumentale), completamente attribuibile a Paul McCartney.

OB-LA-DÌ, OB-LA-DÀ

(Lennon/McCartney)

(Paul McCartney)

Canzone di Paul McCartney, poco amata da John Lennon e George Harrison. Secondo il batterista dei Police, Stewart Copeland, Ob-la-dì, ob-la-dà è il primo esempio vero e proprio di reggae bianco. Il ritornello 'Ob-la-dì, ob-la-dà life goes on', fu rubato letteralmente a un artista nigeriano attivo a Londra in quel periodo, Jimmy Anonmuogharan Scott Emuakpor, percussionista del gruppo Bad Manners; la circostanza fu ammessa dallo stesso Paul McCartney molti anni dopo, ma le proteste di Scott Emuakpor, all'epoca della pubblicazione di The Beatles, non ebbero alcun effetto (dopo l'assicurazione da parte di McCartney che il contributo sarebbe stato onorato monetariamente, il nigeriano fu incarcerato per problemi di alimenti non corrisposti alla moglie e dopo altre vicissitudini, i due si rappacificarono e rimasero in buoni rapporti sino alla morte di Scott Emuakpor, nel 1986). Dopo il rifiuto degli altri tre Beatles di farne un singolo (come voleva McCartney), la canzone fu pubblicata da un gruppo scozzese, i Marmalade e raggiunse il numero uno in classifica. La storia di Desmond e Molly, raccontata nella canzone, subisce un'impennata imprevista verso il finale: il verso 'Molly sta a casa e si trucca il bel visino', diventa 'Desmond sta a casa e si trucca il bel visino', per una distrazione di McCartney. Accortisi dell'errore riascoltando la prova, al bassista e agli altri tre Beatles piacque l'aria ambigua assunta dal finale, al punto da meritare la pubblicazione.

Una classica (e geniale) filastrocca beatlesiana, un valzerino accelerato inquinato da quegli elementi reggae che, secondo Stewart Copeland, ne fanno il primo esempio di reggae bianco rintracciabile nella musica occidentale (anche se, a onor del vero, il reggae, ufficialmente, doveva ancora nascere, ma lasciamo perdere questo aspetto, che aprirebbe un ginepraio difficilmente controllabile). Allegra e contagiosa, Ob-la-dì, ob-la-dà è una canzone rigenerante.

PIGGIES

(George Harrison)

Piggies, come tutte le canzoni di George Harrison, si dovrebbe attribuire unicamente al suo autore, ma anni dopo, John Lennon dichiarò di aver scritto la parte finale del testo (la migliore della canzone, di gran lunga); Harrison sconfessò la tesi dell'ex-compagno, attribuendo l'unico intervento esterno alla madre, per la frase 'Ciò di cui hanno bisogno è una sacrosanta sculacciata' (Harrison cercava una rima che si adattasse a backing e lacking e fu la madre a risolvere con whaking). Harrison, inoltre, smentì che i piggies del titolo fossero i porci (pigs), i poliziotti con termine slang statunitense. La canzone fu tristemente adottata come pretesto per la strage di Bel Air da Charles Manson e compagni, con Helter skelter, Honey pie e Revolution 9 (sui muri, dopo la strage, tra le altre frasi gli assassini scrissero pig and piggy).

Canzone dominata da un clavicembalo, è interessante per la sua struttura: clavicembalo e sezioni d'archi inizialmente e in seguito, la voce filtrata di Harrison, un coro di sapore marziale, un accenno di rock-blues... Sembra un guazzabuglio, ma tutto funziona sorprendentemente bene.

REVOLUTION #1

(Lennon/McCartney)

(John Lennon)

La prima Revolution a comparire sul mercato, fu il lato B del singolo Hey Jude, pubblicato nel settembre del 1968, una versione elettrica che ospita il tastierista Nicky Hopkins. Revolution 1, la versione che comparirà nel doppio album bianco (ma registrata prima della precedente), è più lenta e meno enfatica per quanto riguarda la durezza elettrica. Le due versioni differiscono anche per quanto riguarda il testo. Durante i moti giovanili del 1968, Lennon, nel marzo di quell'anno, vide migliaia di persone marciare verso l'ambasciata USA di Londra. La visione lennoniana, pur ambigua, soprattutto confrontando le variazioni del testo tra Revolution e Revolution 1, auspicava una rivoluzione spirituale e non violenta; nonostante questo, l'artista fu contattato da numerosi gruppi trotzkisti, maoisti e leninisti, per ricevere supporto morale e finanziario.

L'ultimo lato del doppio album bianco, si apre con la prima rivoluzione lennoniana, una versione che mantiene un riff durissimo di chitarra all'inizio, ma che poi stempera la durezza e si rivela per quello che è: un piccolo capolavoro pop, degno dei migliori Beatles orecchiabili, ma speziato con la frenesia sperimentale di quel 1968.

REVOLUTION 9

(Lennon/McCartney)

(John Lennon)

Revolution 9 nacque da una coda superiore ai dieci minuti a Revolution 1. È un esperimento sonoro composto di spezzoni, rumori, effetti loop, nastri registrati all'incontrario, sovraincisioni, parole incomprensibili (a parte il titolo, ripetuto più volte e alcuni rights pronunciati da Lennon verso la fine) e fu opera di John Lennon e Yoko Ono. Il brano inizia da una piccola porzione della canzone I will che non fu utilizzata (che può essere vista anche come coda della precedente Cry baby cry) e poi continua nella maniera descritta per complessivi otto minuti e diciassette secondi. Sia McCartney che il produttore George Martin, odiavano Revolution 9, ma alla fine, non si sa come, fu John Lennon a vincere e il pezzo finì nel doppio album, come penultimo titolo.

Non so in quanti si cimentassero all'epoca (o prima) in esperimenti simili, ma so quanti sample del genere ho ascoltato da venticinque anni a questa parte, tutti ricalcati su questa struttura apparentemente disordinata di rumori, voci, campionamenti e quant'altro e ancora di più. Non voglio attribuire a Lennon l'invenzione di una pratica che verrà usata a piene mani dagli anni '80 (è la mia ignoranza che parla), ma Revolution 9 è pazzesca, punto.

ROCKY RACCOON

(Lennon/McCartney)

(Paul McCartney)

Sorta di sceneggiatura musicata, Rocky Raccoon è cantata da un Paul McCartney che tenta di imitare un accento del sud degli Stati Uniti (l'ambiente è quello tipico del far-west). Il pianoforte da saloon è suonato dal produttore George Martin. Il nome del protagonista fu cambiato dall'originale Sassoon a Raccoon, perché il suono si adattava meglio a un cow-boy.

Altra canzone che si fa un baffo delle regole canoniche e strutturali. Il brano inizia con il tentativo di Paul McCartney di farsi passare per un cow-boy dall'accento del sud degli Stati Uniti e continua con il racconto cantato, strofa dopo strofa, con un accompagnamento minimo (a un certo punto entra in campo anche un'armonica). Con 'Rocky crollò nell'angolo', la batteria lancia la band per qualche secondo su un ritmo country. Bella, come quasi tutte le canzoni del doppio bianco e interessante come tutte le canzoni del doppio bianco.

SAVOY TRUFFLE

(George Harrison)

Una canzone di George Harrison, ispirata dalla vera e propria dipendenza al cioccolato dell'amico Eric Clapton. John Lennon, come regola con le canzoni di Harrison, non compare nelle registrazioni. I componenti della sezione fiati (sei sassofonisti, due baritoni e quattro tenori), restarono sconcertati quando sentirono la versione finale del loro intervento: il produttore George Martin decise di distorcere i loro suoni. Una fonte riferisce come la canzone sia nata per un dispetto verso Lennon e McCartney: vedendosi limitato come compositore, il chitarrista avrebbe scritto questa "canzone ridicola" che parla di una scatola di cioccolatini. Può darsi, ma alla luce della tossicodipendenza dell'ispiratore principale, Eric Clapton, il testo, in forma di metafora, assume connotati tutt'altro che ridicoli ('Potresti non sentirlo ora/ma quando il dolore ti trafiggerà/lo sentirai eccome').

Un robusto brano dalle cadenze rhythm'n'blues e fornito di una nutrita sezione fiati, Savoy truffle restituisce una buona dose di sana energia rock.

SEXY SADIE

(Lennon/McCartney)

(John Lennon)

È il pezzo conclusivo sull'esperienza indiana di John Lennon e sulla conseguente delusione nei confronti del Maharishi Mahesh Yogi (secondo una fonte, il meditabondo uomo indiano, tra le altre cose, ci provò con la sorella di Mia Farrow, la Prudence di Dear Prudence; un'altra fonte parla non di corteggiamento, ma di un tentativo di stupro). La primitiva stesura del pezzo conteneva nomi, riferimenti espliciti (e anche parole forti) e un titolo originale come Maharishi, ben poco misterioso rispetto al definitivo Sexy Sadie. Una riga del testo originale raccontata dallo stesso Lennon: 'Maharishi, cos'hai fatto, tu sei un imbroglione'; e una riga dello stesso testo originale riferita da Mark Lewisohn: 'Maharishi, sei un fottuto bastardo/Chi cazzo pensi di essere?'. Il testo fu modificato da Lennon, comprensibilmente, per il timore di essere portato in tribunale dal sant'uomo.

Canzone melodica intrisa di un sardonico umorismo (il coro è esilarante). L'attacco al Maharishi, stemperato nelle parole e nei nomi rispetto alle intenzioni, non è meno forte ('... avrai quel che ti meriti alla fine'; 'Ha coperto tutti di ridicolo').

THE CONTINUING STORY OF BUNGALOW BILL

(Lennon/McCartney)

(John Lennon)

Un'altra canzone ispirata dal viaggio indiano di John Lennon e dalle meditazioni del folto gruppo di persone con cui ebbe a che fare nel paese asiatico; una di queste, tra una meditazione e l'altra, si allontanò per una partita di caccia, durante la quale uccise due tigri. Non è l'unica canzone del doppio album bianco che disegna un quadro tutt'altro che positivo del viaggio indiano di John Lennon. Il nome del personaggio principale è un gioco di parole (che Lennon amava fare, vedi anche il nome del gruppo) tra Jungle Jim (personaggio dei fumetti degli anni '30, disegnato da Alex Raymond) e Buffalo Bill. Il coro che si sente all'inizio, dopo quella che sembra una chitarra flamenco (in realtà, sembra, creata da un mellotron), è composto dai quattro Beatles, un gruppo di bambini, la futura moglie di Ringo Starr, Maureen e Yoko Ono. Bungalow Bill, in seguito alla canzone di Lennon, diventò un termine slang abituale per designare una persona stupida.

Canzone divisa nettamente tra un coro affollato e le strofe di sapore psichedelico, contagiosa sin dal primo ascolto. Godibile l'atmosfera incasinata e le voci che sembrano uscire da tutte le parti, compresa quella che dovrebbe essere la voce di Yoko Ono, che canta 'Non quando lui aveva un'aria così feroce' (a seguire la riga 'I bambini gli chiesero se uccidere non fosse peccato'); la voce della Ono viene sormontata in maniera quasi violenta da Lennon, che canta 'Si intromise sua mamma'. Come noto, nell'intimità il nomignolo con cui Lennon chiamava Yoko Ono era Mother (Mamma). Non so come commentare adeguatamente questi giochetti geniali con le parole e le persone.

WHILE MY GUITAR GENTLY WEEPS

(George Harrison)

Un capolavoro di George Harrison, influenzato, a livello lirico, dalla lettura dell'I Ching e "dalle teorie orientali sulla interrelazione degli accadimenti"; in base a questo, Harrison decise di scrivere una canzone partendo dalle prime parole che avrebbe letto aprendo un libro qualsiasi e le parole furono gently e weeps. La versione originale del brano, acustica, non comprendeva la straordinaria chitarra elettrica di Eric Clapton (non accreditata tra le note, per quale motivo non ricordo e le fonti non aiutano in questo senso). In linea con il generale andamento dei rapporti tra i quattro Beatles, la canzone non suscitò molto interesse all'interno del gruppo e per questo Harrison chiamò l'amico Eric Clapton per le session di registrazione. Alcune voci e alcuni 'si dice che', affermano che l'assolo di Eric Clapton fu tagliato in sede di missaggio (e sostituito con uno di Harrison), circostanza smentita dallo stesso Harrison. Il suono della chitarra elettrica durante l'assolo, che sembra stonare in maniera incomprensibile, fu un accorgimento adottato dopo un commento dello stesso Clapton durante l'ascolto della session: "Ah, qui c'è un problema, questa chitarra non è abbastanza beatlesiana". Con una tecnica di studio (l'automatic double-track), l'assolo fu fornito del tremolio (o sfarfallamento, chiamiamolo in qualche modo) che si può ascoltare.

Un capolavoro, in nessun'altra maniera si può giudicare questa straordinaria composizione di George Harrison. Una ballata lenta, malsana, elettrica, glassata da alcuni tocchi di piano e ornata da un assolo di chitarra, dell'amico Eric Clapton, che costituisce una delle cose migliori in assoluto dell'allora chitarrista dei Cream.

WILD HONEY PIE

(Lennon/McCartney)

(Paul McCartney)

Wild honey pie è un pezzo brevissimo (53 secondi) composto e suonato da Paul McCartney, l'unico Beatle presente; il suo inserimento nella scaletta fu dovuto all'entusiasmo suscitato in Pattie Boyd/Harrison. Il frammento è una specie di esperimento sulle registrazioni a più piste (McCartney canta e suona chitarra acustica, elettrica e batteria).

Poco altro da dire: frammento sperimentale dovuto al solo Paul McCartney.

WHY DON'T WE DO IT IN THE ROAD?

(Lennon/McCartney)

(Paul McCartney)

Esperimento musicale di McCartney, al quale partecipò, tra gli altri Beatles, il solo Ringo Starr. Secondo una fonte, John Lennon fu infastidito dal fatto che McCartney avesse portato a termine un pezzo simile (molto vicino allo stile lennoniano, come ammise lo stesso bassista) senza il suo aiuto, al punto che sarebbe stata questa la scintilla che lo portò a registrare Revolution 9 con Yoko Ono.

Rock-blues basato unicamente sul titolo e su un'altra sola frase ('Nessuno ci starà a guardare'): voce annerita, pianoforte, batteria e una chitarra bluesata in sottofondo.

YER BLUES

(Lennon/McCartney)

(John Lennon)

Secondo l'autore, John Lennon, Yer blues non voleva essere un tentativo di farsi passare per un bluesman con tutti i canoni; e infatti, molti videro nel testo una parodia ironica dei pallidi inglesi che in quegli anni si cimentavano con la musica nera di Chicago e del Mississippi. Il pezzo fu scritto da John Lennon in India, in un momento di totale disperazione, cosa che giustificherebbe le pulsioni suicide delle liriche e sconfesserebbe l'ipotesi della parodia, ma la verità, probabilmente, sta nel mezzo. Tra le righe (oltre a una frase come 'Odio perfino il mio rock and roll'), la citazione letterale di un noto personaggio musicale, il Mister Jones di Ballad of a thin line man, da Highway 61 revisited di Bob Dylan.

Un bluesaccio cantato dalla voce di John Lennon, non proprio perfetta per il genere, ma non bisogna dimenticare l'ironia (anche macabra) che permea il tutto. Tra una strofa e l'altra, anche gli echi vocali tipici del rock'n'roll primordiale. Divertente.

Torna alla "prima pagina" musicale