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ALLMAN BROTHERS BAND

Biografia Allman Brothers Band


"The Allman Brothers Band at Fillmore East"

[cd]

Gli Allman dal vivo al Fillmore East: è uno dei momenti magici nell'intera storia della nostra musica, un disco osannato e amato nelle ultime decadi da milioni di rockofili di tutto il mondo. Nonostante questo, non riesco ad entusiasmarmi fino in fondo con una simile proposta musicale, anche se la chitarra del povero Duane sa regalare emozioni genuinamente blues.

"Statesboro Blues" (di Blind Willie McTell) è un rock-blues canonico suonato con buona lena e vetrina già perfetta per la chitarra di Duane Allman, come la successiva "Done somebody wrong" (altra cover), giocata su una ritmica nervosa. La nota "Stormy Monday", di T-Bone Walker, regala il primo momento di pausa all'insegna di un blues lento e malinconico farcito di lunghi assoli. "You don't love me" (Willie Cobbs) è la prima maratona del disco (quasi venti minuti): un riff di organo ipnotico, qualche strofa e via libera all'orgia di assoli su un ritmo veloce.

"Hot 'Lanta" è il primo brano originale del lavoro, firmato dal bassista Berry Oakley, morto nel 1972 per un incidente motociclistico a poche centinaia di metri da dove, solo l'anno prima, aveva trovato la morte Duane Allman (pure lui in sella ad una moto). "Hot 'Lanta" è un bollente pezzo strumentale che prepara ai due titoli più famosi degli Allman dal Fillmore East. "In memory of Elizabeth Reed" (firmato dal chitarrista Dickie Betts) mette in fila tredici minuti strumentali caratterizzati da un riff "romantico" e dai soliti interminabili assoli; a differenza di altri momenti del genere (vedi la recensione di "Win, lose or draw"), in questo caso tutto funziona al meglio e il coinvolgimento del sottoscritto, anche se non totale, non manca. A concludere questo storico doppio album dal vivo (a casa mia con la versione cd e questo mi spiace non poco), "Whipping Post", parto della penna di Gregg Allman, tastierista, fratello di Duane, ventitrè minuti di estenuanti rincorse tra voci, chitarre, tastiere e una sezione ritmica mai doma: una jam-session che rappresenta alla perfezione l'album.

Un grande album dal vivo, ostico per coloro che non amano le lunghissime tirate strumentali, che dovranno necessariamente non esagerare con le dosi: preso a piccole porzioni periodiche, "At Fillmore East" può diventare altamente godibile.

CURIOSITÀ

Sul retro-copertina, con la stessa scenografia della copertina (l'armamentario di cassoni per amplificatori e strumenti vari), al posto della band ci sono i roadies.


"Win, lose or draw"

[vinile]

Questo disco fa pena, più lo ascolto e più fa schifo. "Win, lose or draw" è la dimostrazione che una formula musicale può anche rimanere la stessa che un tempo ha dato risultati eccellenti, ma quando manca la benchè minima ispirazione compositiva e ci si lascia andare ai semplici luoghi comuni a sette note, si arriva alla pubblicazione di autentiche iatture di questo tipo.

La prima facciata è introdotta da "Can't lose what you never had", un classico di Muddy Waters, uno dei momenti meno imbarazzanti dell'album, ma solo perché gli Allman riproducono diligentemente la loro solita formula: una versione che si dimentica all'istante, alle prime note melassose di "Just another love song", canzonetta countrycheggiante e irritante. "Nevertheless" sembra scritta con i piedi, "Win, lose or draw", ballata sonnolenta, con una parte che non nomino. "Lousiana Lou and Three Card Monty John" è uno dei grandi momenti di questo disco: conclude la prima facciata e questa non è cosa da poco. Dal punto di vista musicale, poco da dire: trattasi di brano honky-tonkeggiante, fine.

I cinque brani del primo lato vengono sostituiti dai due del secondo e il motivo è chiaro a chiunque conosca l'Allman Brothers Band: poteva mancare la lunghissima jam-session alla "Whipping Post"? La jam del 1975 s'intitola "High falls" e dura poco meno di un quarto d'ora: il riff è sempre il solito, idee manco una e tra uno sbadiglio e l'altro è difficile resistere alla tentazione di alzarsi e spaccare una volta per tutte il vinile, ma solo perché come cura contro l'insonnia questo disco è eccellente (basta non ascoltare con troppa attenzione, altrimenti la reazione è uguale, ma contraria). Con "Sweet mama" si conclude finalmente questa iattura, una cover come il brano iniziale e come quello, tra le cose meno peggio, non fosse per il tono annoiato della voce che sembra cantare "Non vedo l'ora di farla finita co 'sta lagna".

Molto meglio ricordarsi e riascoltarsi l'Allman Brothers Band di Duane Allman e far scivolare questa nel dimenticatoio.


[cd]

"Dreams"

Chilometrica antologia riguardante uno dei miti del southern-rock, l'Allman Brothers Band e dintorni.

Il primo dei quattro cd è sicuramente il più interessante dal punto di vista storico, riguardando esso, in buona parte, l'archeologia dell'Allman Brothers Band. Si comincia con tre cover riprese dagli Allman Joys: non molto interessante "Shapes of things" degli Yardbirds (moscia), bella la versione di "Spoonful" di Willie Dixon e nella media la milionesima reinterpretazione obbligatoria di "Crossroads" di Robert Johnson. Con gli Hour Glass, altro gruppo pre-Allman Brothers Band, i fratelli Gregg e Duane si orientarono verso il beat di marca inglese (gli Yardbirds più leggeri tra le influenze, ma non solo): tre canzoni interessanti per la loro natura e un bel medley che riprende classici di B.B. King. Altri due gruppi preistorici: i 31th February del classico "Morning dew" e dell'autografa "God rest his soul", non dicono molto (indecisi come sono tra le tentazioni poppeggianti e il rock-blues), mentre i Second Coming scimmiottano i Cream nella cover di "I feel free" e i Jefferson Airplane nella rilettura della loro "She has funny cars" (trattasi, in entrambi i casi, più che di cover, di brutte fotocopiature). Con "Goin' down slow" del solo Duane Allman si abbandonano i gruppi e gli stili pre-Allman Brothers Band, con un prologo costituito da questo bluesaccio grezzo e contraddistinto da un'eccellente chitarra solista. Rimangono quattro canzoni: una cover di Muddy Waters ("Trouble no more"), uno strumentale dello Spencer Davis Group (che ricorda molto dei Booker T. & the MG's un po' più duri) e due originali (di "Dreams", la canzone, ci sono due versioni), tutte tratte dal primo album del gruppo, datato 1969.

L'Allman Brothers Band migliore e più sanguigna apre il secondo cd, con esaltanti versioni di "Statesboro blues", "Hoochie Coochie man" (fenomenale), "Dimples" (dal vivo, favolosa) e l'ennesimo blues scarnificato di "I'm gonna move to the outskirts of town" (versione live di nove minuti). È la parte migliore dell'intero box. Altri pezzi dei primissimi Allman di studio (come la corale "Revival") e live (come la solita, lunghissima "Whipping Post", tratta forse da "The Fillmore concerts") e a concludere una versione live di "In memory of Elizabeth Reed" (un brano strumentale che caratterizza l'Allman Brothers Band più conosciuta, con il suo incedere tra prodromi di fusion e gli assoli di Duane) e di "Drunken hearted boy" di Elvin Bishop, tratta "The Fillmore concerts".

Il box continua con un'altra trentina di canzoni, tra incursioni nei lavori solisti di Gregg Allman e Dickey Betts e il repertorio canonico e live del gruppo principale, ma il meglio è sicuramente racchiuso nei primi due cd: l'infanzia musicale dei fratelli Allman del primo cd e la migliore versione della band, quella che incise i primi due album e il live al Fillmore, del secondo cd. Già con brani alla "Melissa" (terzo cd, tratta da "Eat a peach", 1972) siamo in territori mielosi e country, poco a che fare con le devastanti riletture blues degli esordi (e d'altronde, il caro Duane era morto l'anno prima) e con i lavori solisti di Dickey Betts e Gregg Allman le cose non vanno meglio, tutt'altro (con un "plauso" particolare a "Bougainvillea" di Dickey Betts, più di sette minuti di due palle così...). Quattro cd, cinque ore di musica, forse troppe, forse no...

Per leggere l'elenco completo delle canzoni, cliccare sul pulsante.

"Dreams"


DISCOGRAFIA

Allman Brothers Band (1969)

Idlewild south (1970)

The Allman Brothers Band at Fillmore East (1971)

Eat a peach (1972)

Beginnings (1973)

Brothers and sisters (1973)

Win, lose or draw (1975)

The road goes on forever (1975)

Wipe the windows, check the oil, dollar gas (1976)

Enlightened rogues (1979)

Reach for the sky (1980)

Brothers of the road (1981)

Dreams (1989)

Seven turns (1990)

Shades of two worlds (1991)

An evening with the Allman Brothers Band: first set (1992)

Live unplugged Los Angeles 6-11-92 (1992)

Where it all begins (1994)

An evening with the Allman Brothers Band: second set (1995)

At Fillmore East: february 1970 (1997)

Peakin' at the beacon (2000)

Hittin' the note (2003)

One way out (2004)

The essentials Allman Brothers Band: the Epic years (2004)

Gold (2005)


R.I.P.

Duane Allman, chitarrista, è morto il 29 ottobre 1971, a 24 anni, in seguito a un incidente motociclistico.

Berry Oakley, bassista, è morto l'11 novembre 1972, a 24 anni, in seguito a un incidente motociclistico, a poca distanza dal punto in cui aveva trovato la morte Duane Allman.


LINK

Allman Brothers Band

Sito ufficiale della band, un po' difficoltoso come lettura e non divertente. [Inglese]


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Il southern rock ha offerto qualche gruppo da consegnare alla storia della nostra musica, ma in definitiva si è sgonfiato in poco tempo, lasciando pochi nomi davvero indimenticabili. La lista comprende nomi che hanno fatto la storia del southern rock, altri che hanno vissuto ai margini del movimento, ma sono stati importanti e alcuni figli legittimi e illegittimi.

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