NUGGETS
Original artyfacts from the first psychedelic era 1965-1968

Doppio album in vinile, pubblicato nel 1972 dalla Elektra Records
Nuggets è un capolavoro, punto. Domanda: può essere considerato un capolavoro musicale una raccolta di gruppi vari (e i ventisette nomi di Nuggets sono tutti attribuibili a gruppi: non un solo artista solista, con l'eccezione, forse, di Mouse)? Quando una raccolta è confezionata con questa cura e con questa passione storica e quando la raccolta unisce all'aspetto storico, una qualità musicale di questo livello, sì, punto. Da dove partire per cercare di raccontare questo monumento mondiale alla compilation, oggetto spesso bistrattato (e spesso a ragione), al quale dovrebbe essere riconosciuta l'importanza che gli compete nel mondo del rock? Partiamo da colui che di questa raccolta fu l'ideatore e il compilatore: signore e signori, Lenny Kaye.
LENNY KAYE
Lenny Kaye, nato e cresciuto in data imprecisata a New Brunswick, nello stato del New Jersey (USA), cominciò la sua carriera discografica nel 1965, l'anno posto come primo paletto cronologico di Nuggets (sforato verso il basso dai Premiers, con un pezzo live registrato nel 1964: Kaye scrive nella scheda del gruppo di non dirlo a nessuno e io l'ho sempre seguito in questa sua confidenza...). Il suo esordio, come leader del gruppo Link Cromwell and the Zoo, fu un 45 giri dell'autunno 1965, Crazy like a fox/Shock me, ma l'attività che lo rese un nome ben conosciuto tra gli appassionati di musica, fu quella di giornalista (nel periodo, inizio anni '70, in cui lavorava in un negozio di dischi): leggendo un suo articolo pubblicato dalla rivista Jazz & Pop, Patti Smith volle conoscerlo e nel febbraio del 1971, gli chiese di accompagnarla con la chitarra durante le sue esibizioni poetiche. La raccolta Nuggets fu pubblicata nel 1972 e l'anno successivo, Kaye e Patti Smith decisero di trasformare i reading di poesia con accompagnamento chitarristico, in un gruppo musicale vero e proprio, il Patti Smith Group (importante nella decisione, se non fondamentale, anche il compagno di Patti dell'epoca, Allen Lanier dei Blue Öyster Cult).
Dopo quattro album e una fama mondiale straordinaria, il Patti Smith Group si sciolse nel 1979, con il ritiro a vita privata dell'artista e Lenny Kaye continuò come musicista solista, produttore e giornalista (tra i nomi, la sua presenza nella Jim Carroll Band, la produzione di dischi di Suzanne Vega, Kristin Hersh, Throwing Muses, Soul Asylum e il suo ritorno nel gruppo di Patti Smith, dopo la metà degli anni '90).
Continuiamo con una breve nota posta sul retro-copertina del doppio album.
Questo album è stato originariamente pubblicato su Elektra 7E-2006 ed è dedicato a tutti gli speranzosi fans e amici che hanno posto la questione capitale: Quando uscirà la prossima pepita (1)?. Con cognizione di causa, posso dire che la risposta è: più presto di quanto tu non immagini.
Proseguiamo con la traduzione (tutt'altro che semplice) del lungo pezzo di presentazione, firmato da Lenny Kaye e posto sul retro-copertina, non prima di aver dato conto di alcuni dettagli sulla copia in mio possesso. Il Nuggets arrivato a casa mia è marchiato Sire Records 1976 e riporta data ed etichetta discografica originali (Elektra Records 1972), con un errore di stampa: 1972 Electra Records, con una c in surplus e una kappa latitante. La foto di copertina della mia copia (visibile qui sopra), è di Roberta Bayley, la responsabile, qualche anno più tardi, di quello scatto epocale che ritraeva quattro finti fratellini portoricani in un vicolo newyorkese e che finì sulla copertina del primo album dei Ramones. Infine, i ringraziamenti di Lenny Kaye ad alcuni personaggi noti e meno noti (pochi questi ultimi, a dire la verità), che hanno contribuito alla realizzazione del doppio album: Michael Kapp e Julie Chapman, per l'aiuto indefesso nello scovare e nel mettere insieme le canzoni; Greg Shaw (storico del garage e fondatore della Bomp, magazine ed etichetta e della Voxx, etichetta), Vic Figlar e Richard Robinson (a quell'epoca, impegnato con il caratteraccio del primo Lou Reed solista), per i periodici raids nelle loro banche dati; le molte persone benedette che hanno contribuito alla riuscita dell'impresa con i loro suggerimenti e le loro proposte: Dave Marsh (giornalista e soprattutto, biografo di Bruce Springsteen), Lester Bangs (dovrebbe bastare il nome: il più grande giornalista musicale i cui articoli siano passati sotto gli occhi del sottoscritto), Jeanne Theis, Ed Ward e Ronnie Finklestein (per la scheda sui Vagrants), Bleecker Bob e Broadway Al. Via alla traduzione.
Questa è la storia di un periodo di transizione nel rock'n'roll Americano, di un'era di sfida che ebbe una svolta così repentina che nessuno poteva sapere quanto di ciò che si produceva sarebbe rimasto memorabile in retrospettiva, data la vastità delle innovazioni e la conseguente influenza sulle nuove generazioni; sia nel caso delle produzioni epocali che in quello dei lavori estemporanei, entrambe le vie musicali meritano un ascolto attento, per capire il modo in cui furono generate. Quando tutto iniziò, la forza centrifuga era la radio AM; entro i tre minuti di un singolo geniale/prevedibile (dipendeva da chi, cosa e dove), tutte le attenzioni erano concentrate verso le proposte di musica facilmente fruibili e accettate dal music-business. Con il tempo il fumo si diradò e circa quattro anni più tardi (2), le radio rock FM si orientarono verso le avanguardie, aprendo un nuovo mondo in quanto a contenuti stilistici, testi e modo di vivere. Così com'era nato, il rock and roll rinacque, rifilando una spallata a tutto ciò che di vecchio era rimasto sulla strada e aprendo la via a piccoli leader ripuliti e lisciati, combustibile esplosivo del nuovo.
Naturalmente, questa sorta di profondo cambiamento non è avvenuto in una notte, come non può essere ascritto a nessun fattore singolo o individuale; invece, sembra ora probabile che in qualunque modo sia stata distribuita l'energia decisiva, fu il progresso dell'intera tradizione rock and roll a dare la spinta. L'invasione inglese guidata da Beatles e Stones contribuì alla svolta, non solo reclutando musicisti americani con queste radici (blues, rock primordiale) che molti apparentemente avevano dimenticato, ma diventando dei modelli per un'intera generazione di nuove band, improvvisamente liberate dai gruppi strumentali alla Ventures, che sole, in precedenza, potevano rivendicare fama e successo. La situazione sociale seguiva un andamento molto simile, con l'apertura dei confini, una volta molto rigidi, dei singoli generi musicali - folk, jazz e altre forme esotiche - sfondando la porta di un mondo nel quale i sentimenti giovanili avevano troppo a lungo sofferto del buffetto sulla testa e del contemporaneo calcio nel culo.
Infine, musicisti e pubblico potevano confrontarsi, dopo essere stati nutriti a lungo con una dieta a base di rock insipido, come tutti potevano ricordare, con l'atavica sicurezza che un pezzo della torta plutoniana (3) poteva facilmente essere loro, semplicemente con un atto di fede come raccogliere una chitarra, oppure, annoiati dalle vecchie formule, cercandone una nuova che le potesse rimpiazzare.
Il risultato, abbastanza naturale, fu il tipo di musica che troverete qui, nel primo volume di ciò che spero continuerà ad essere uno scavo archeologico nello splendore bizzarro della metà degli anni '60, un periodo in cui nessuno sembrava sicuro di ciò che stava accadendo, ma mai ti sarebbe stato permesso di trovare la strada per arrivarci e di fruirne ludicamente nel modo migliore. Gran parte di quell'epoca faceva affidamento su vecchi modi di pensare - l'enfasi sui successi da produrre, altrimenti il gruppo saltava, per esempio, oppure il mondo dei rivenditori di strumenti che abbisognava di canzoni facili, facili - ma un'altra parte guardava chiaramente in avanti: il fascino dei feedback elettronici, i riferimenti espliciti alle esperienze allucinogene, con molte implicazioni mondiali e una sensazione che, in qualche modo, le cose sarebbero cambiate enormemente da quel momento in poi.
Inoltre, molti di questi gruppi (e questo era un periodo largamente dominato dai gruppi) erano giovani, indecisi professionalmente, più vicini ad assembramenti di ragazzini che suonano musica da ballare a casa loro, piuttosto che a una band che sta partendo per un tour nazionale. Il nome che è stato ufficiosamente coniato per loro - "punk-rock" (4) - sembra particolarmente adatto in questo caso, per il fatto che niente altro di essi esemplifica il piacere frenetico che provavano nell'essere oltraggiosi sul palco, l'implacabile middle-finger drive (5) e la determinazione offerta suonando il più genuino rock and roll. Molto spesso, visto che questi ragazzi avevano un successo molto limitato, circoscritto al loro quartiere o al massimo alla loro città, non ci si poneva la questione del tipo, "un successo locale poteva diventare un'attrazione universale?". Elvis ci aveva fatto vedere, per la prima volta, che la forza del grande rock ha sempre fatto da catalizzatore e con tutta una nuova generazione che aspettava di uscire allo scoperto, lì poteva insinuarsi il piccolo dubbio che qualcosa di grosso fosse pronto ad esplodere. Così avvenne il passaggio, come tutti noi ben sappiamo, con la conseguenza che solo ora gli iniziatori appaiono chiari e definibili, un chiaro segnale che forse è tempo di dare il via allo stesso vecchio rituale di cercare le radici ancora una volta.
Le note incluse intendono dare uno spaccato che permetta un approccio con queste canzoni raccattate con difficoltà e non hanno la pretesa di essere complete o totalmente veritiere. Principalmente, hanno il semplice scopo di collegare, di aiutare il fruitore con una mappa di nomi e luoghi, anche perché, pur provenendo da un'epoca cronologicamente vicinissima, essi sembrano arrivare da un altro mondo. Con lo stesso spirito di molte vecchie raccolte di successi, Nuggets è principalmente un album da ascoltare; e se voi voleste usarlo per ricordare dei momenti magici, come quando decideste di lasciarvi crescere i capelli/raccogliendo un segnale/e se vi meravigliate che un ricordo morto e passato possa ancora emozionarvi o se, semplicemente, vi sorprenderete nell'ascoltare questa musica memorabile, bene, questo è il vostro trip. Spero solo che il vostro divertimento si protragga per molto tempo, proprio come lo è stato il mio nel mettere insieme queste canzoni.
E arriviamo, finalmente, alle canzoni dopo questa analisi a dir poco lucida: il nome del gruppo, il titolo della canzone, la scheda di Lenny Kaye, il link per la biografia e la mini-recensione del sottoscritto.
I had too much to dream (Last night)
Originari di Seattle, i Prunes trovarono la loro strada con un numero 11 nelle classifiche nazionali, con questa piccola canzoncina, nel gennaio 1967. Il gruppo era composto da Jim Lowe (voce solista, autoharp, chitarra ritmica), Ken Williams (chitarra solista), Mark Tulin (basso e tastiere), Preston Ritter (batteria e percussioni) e Weasel (chitarra ritmica e cori). Una calcolata organizzazione commerciale, permise loro di ripetere il colpo qualche tempo dopo (Get me to the world on time), un successo radiofonico con pedali wah-wah e in seguito, pubblicarono il primo concept-album di musica rock d'ispirazione religiosa, l'eterno Mass in F minor (6). Il produttore Dave Hassinger era colui che meglio conosceva il loro potenziale: 'Sentirete ancora parlare degli Electric Prunes' scrisse sul retro del loro album di debutto, 'essi muoveranno dal relativo basso livello attuale e si avventureranno nel profondo...'.
La scelta di aprire la raccolta per eccellenza sul garage-punk degli anni '60, con questo pezzo degli Electric Prunes, merita un'ovazione a scena aperta. Garage-punk, psichedelia, suoni onirici (sin dal titolo del pezzo), rumori e fuzz a profusione: I had too much to dream (Last night) è un piccolo capolavoro proveniente da quell'epoca dimenticata e lontanissima e non solo a livello temporale.
Dirty water
Contrariamente alla credenza popolare, Boston non era la loro patria (venivano da Los Angeles), sebbene la città che vanta il Charles River e ritiene le donne frustrate, secondo informazioni ricevute, reputi superato il coprifuoco alla Boston University (7). Gli Standells avevano già una lunga e gloriosa carriera alle spalle verso la metà degli anni '60, con l'onore di una canzone censurata (Try it) e molti piccoli successi (Good guys don't wear white, Riot on Sunset Strip). Gli Standells iniziarono al P-J's di Hollywood, diventando il primo gruppo rock come attrazione principale all'Hilton Hotel di San Francisco; inoltre, avevano delle solide ramificazioni all'interno dello show-business: il leader Larry Tamblyn era il fratello dell'attore Russ Tamblyn, mentre Dick Dodd era stato uno dei fondatori dei Mousekeeters. Il bassista Gary Lane, che suona l'armonica in questo pezzo e il batterista Tony Valentino, completavano la sezione ritmica.
Mi aspettavo qualcosa di più dagli Standells, a dire il vero, soprattutto quando questa raccolta arrivò a rimpinguare la mia allora scarsa discoteca (una ventina di anni or sono, più o meno). Dirty water è un pezzo dal ritmo monolitico e dal ritornello, bisogna ammetterlo, appiccicoso e fornito di un unico assolo, di armonica. Da notare un errore nella scheda di Lenny Kaye: Tony Valentino, secondo tutte le fonti consultate, era il chitarrista e non il batterista della band. Il batterista e cantante (anche di questa Dirty water), era Dick Dodd.
Night time
Se credi a ogni cosa che leggi, gli Strangeloves (Miles, Niles e Giles) nacquero in un allevamento di pecore ad Armstrong, in Australia, dal signor Wilmot Strange e signora. All'età di sedici anni, Miles, "applicando le sue vaste conoscenze sugli incroci genetici", sviluppò una strana specie di pecora dal pelo lungo, meglio conosciuta come Gottehrer, brevettata con la Feldman-Goldstein Company Ltd e diventò ricco. Questo, naturalmente, diede ai fratelli molto tempo per dedicarsi al loro primo amore, la musica, come risultò dalla serie di successi che iniziò con Love love love su Swan Records, continuata subito dopo su etichetta Bang con I want Candy e Cara-Lin, nella metà del 1965 e culminati, nel gennaio 1966, nel pezzo qui presente, Night time. Se tu credi ad ogni cosa che leggi, questo è quanto. In realtà, gli Strangeloves erano un team produttivo di Brooklyn, che comprendeva Bob Feldman, Jerry Goldstein e Richard Gottehrer, che aveva precedentemente firmato un grande successo dei McCoys, Hang on sloopy. Comunque, ogni somiglianza con gli Strangeloves di Hide and seek su Sheep on Boom Records, è puramente intenzionale.
Il gruppo fittizio Strangeloves, formato da un team di futuri produttori di fama mondiale, accelera un giro blues del più classico e ne trae un pezzo contagioso per energia, velocità e qualità strumentale.
Lies
Conosciuti come Castle King quando registrarono per la Atco, i Knickerbockers furono il primo colpo magistrale fatto con rocker beatlesiani alla fine 1965/inizio 1966. Il loro nome deriva dalla Knickerbocker Ave. a Bergenfield, New Jersey, da dove il gruppo è stato originariamente lanciato. Il loro cantante, Jimmy Walker, si unì ai Righteous Brothers quando Bill Medley se ne andò, benché non sia chiaro cosa fece quando anche Bobby Hatfield lasciò pochi mesi più tardi.
Sono innamorato di questa beatlesiata sin dal primo ascolto e la passione non si è ancora spenta. Parafrasando colui di cui non ricordo il nome, potremmo definire Lies una delle più belle canzoni sfuggite alle penne di Paul McCartney e John Lennon e senza dimenticare la voce di Buddy Randell, che al Giovanni di Liverpool ruba letteralmente le corde vocali. Sterile esercizio di fotocopiatura? Chissenefrega: Lies è passione sin dal primo ascolto, un amore che non si è ancora spento e... Da notare un'altro conflitto tra la scheda e la maggior parte delle fonti: Jimmy Walker era il batterista del gruppo, mentre il cantante era Buddy Randell (al secolo William Crandall); è confermato che Walker sostituì Bill Medley nei Righteous Brothers, come cantante, quindi la voce ce l'aveva (scherzo: i Righteous Brothers erano un duo vocale e questo potrebbe aver tratto in inganno Lenny Kaye).
Respect
Una delle meraviglie di New York, i Vagrants cominciarono da quello che diventò il loro territorio, la Mecca di Long Island chiamata Action House e da lì costruirono un seguito da culto che raramente si è ripetuto nella storia dei cinque distretti della Grande Mela. Tutti i membri del gruppo provenivano da Forest Hills, ed erano guidati da Leslie Weinstein (più tardi la metà occidentale (8) dei Mountain) alla chitarra solista e il fratello Larry al basso, con Peter Sabatino alla voce solista e tamburello, Jerry Storch all'organo Hammond e il batterista Roger Monsour. Il clou delle performances dei Vagrants era costituito da un lungo assolo di chitarra di Leslie costruito sul pezzo Exodus e con questo, esordirono alla discoteca Rolling Stone di Scott Muni, per il primo di una serie di concerti epici: il successo nazionale sembrava proprio dietro l'angolo. Non arrivò mai, con la sola spiegazione che gli Young Rascals - con lo stesso profumo di anime soul - sembravano essere sempre nel posto giusto prima di loro. Respect è comunque un'altra delle loro storie fortunate, realizzata nel marzo del 1967, solo un mese prima che la versione di Aretha Franklin scalasse la cima delle classifiche.
Il classico di Otis Redding, scritto per il suo Otis Blue del 1965, viene strapazzato dal trattamento amfetaminico dei Vagrants di Leslie West, con la voce per niente fuori posto di Peter Sabatino, l'organo Hammond onnipresente di Jerry Storch e la mitraglia batteristica di Roger Monsour. È proprio la chitarra di Leslie West a brillare per timidezza, ma per lui (e lei o meglio, essa) ci sarà tutto il tempo.
A public execution
Alcuni dicono che questo capolavoro antecedente al 1966 e al Dylan di Highway 61, è migliore dello stesso Dylan e mentre io non vorrei andare troppo lontano con questo discorso, si può però ammettere che Ronny Weiss (vero nome di Mouse) non cercò di perpetrare un inganno. Da Austin, Texas, egli ha anche guidato un gruppo chiamato Mouse and the Traps, che ha pubblicato diversi singoli per la Fraternity come anche per la Bell più tardi dissolta. Recentemente, Weiss è tornato con un vecchio Traps, Dave Stanley, con una band apprezzabile di soft-country (per la RCA), chiamata Rio Grande.
Cercando e spulciando, per trovare qualche notizia in più su questo Mouse (al secolo Ronnie Weiss) e il suo gruppo texano, i Traps, si scoprono novità interessanti in merito alla presunta primogenitura di questo pezzo rispetto a Highway 61 revisited di Robert Bob Dylan Zimmerman. La stessa biografia vergata dal sottoscritto, parla di una formazione databile al 1965 e un'altra fonte specifica 'fine 1965': Highway 61 revisited fu pubblicato il 30 agosto 1965. Il caro Lenny, in poche parole, ha toppato: A public execution non è precedente lo storico album di Dylan. Sul fatto che sia migliore di quel Bob Dylan epocale, poi, io non sarei così drastico: superata la sorpresa della voce di Mouse, assolutamente uguale a quella di Bob Dylan, rimane una bella prestazione e una bella canzone, costruita proprio come avrebbe fatto lo stesso Bob, ma nulla che faccia gridare al miracolo.
No time like the right time
Sebbene avessero già accumulato un nutrito repertorio in brevissimo tempo, mai sentito da nessuno, comprendente un album e successi sotterranei, i leggendari Blues Project di New York cercavano un singolo da classifica. No time like the right time poteva essere il loro primo tentativo e il suo fallimento (presente le prime due settimane di aprile 1967 nelle classifiche di Billboard in 96° posizione), sembra in retrospettiva il segno che qualcosa si stava rompendo nello spirito del gruppo. Nessun problema: un bel pezzo di Al Kooper, una contenuta e ben eseguita performance della band e un piccolo e appropriato tocco psichedelico, fanno di questo uno dei loro migliori momenti.
Per chiudere la prima facciata di Nuggets, ecco i Blues Project di Danny Kalb, con il celebre Al Kooper in formazione, impegnati in un numero blues-beat-psichedelico che rimane il meno interessante dei sette pezzi raccolti sino ad ora. No time like the right time fu scritta da Al Kooper nel periodo dell'unico album di studio del Blues Project, Projections e poi, fu inserita in The Blues Project live at Town Hall.
Oh yeah
Gli Shadows erano quasi troppo validi per essere autentici. Provenienti da Chicago, nella primavera del 1966, con un remake di Gloria dei Them, diventarono un classico gruppo garage-punk, eseguendo il proprio materiale profondamente influenzato dal blues, proposto già da tempo nei locali e nelle discoteche della South Side. Formati dal cantante Jim Sohns, il bassista Warren Rogers, il batterista Tom Schiffour, il chitarrista ritmico Jerry McGeorge e il chitarrista solista Joe Kelley, avevano un'età compresa tra i 18 e i 20 anni ed erano descritti come "diplomati alla scuola superiore". Inoltre, leggo una misteriosa scritta sul loro primo album, "se t'invitassero fuori a cena, i tuoi genitori dovrebbero decidere, per prima cosa, se chiamare la polizia o correre dai vicini gridando. Se i tuoi genitori rimanessero con loro, li troverebbero gentili, tranquilli, premurosi e alla fine potrebbero anche piacergli". Sicuro... Oh yeah era il secondo singolo della band, estate del 1966, una versione diversa da quella presente nell'album, con l'aggiunta di un altro assolo di chitarra che racconta ancora meglio la loro storia.
Gli Shadows of Knight potrebbero essere accostati ai Blues Magoos per caratteristiche anagrafiche (giovanissimi, tra i diciotto e vent'anni) e musicali (esperti del suono blues più duro e nero, a differenza della stragrande maggioranza dei loro coetanei, più orientati verso i suoni 'neri' dei bianchi britannici). La loro versione di Oh yeah, dal repertorio dell'immenso Bo Diddley, è così ben suonata e congegnata da far quasi rabbia: i pallidi ragazzini statunitensi, solo l'avessero voluto, avrebbero potuto studiare le origini della loro musica preferita senza il bisogno dell'intermediazione di altri bianchi, per giunta europei, ma il discorso, a questo punto, si allunga e si complica e dunque, lo lasciamo cadere.
Pushin' too hard
Uno dei più importanti gruppi usciti dall'area di Los Angeles, i Seeds erano nella non invidiabile posizione di vedere la loro reputazione trasformarsi da un gruppo underground a qualcosa di simile a uno spauracchio per teen-agers, tutto per una serie di successi (dei quali Pushin' too hard resta il più grande e migliore) e nello stesso tempo, per il fatto di poter tornare a casa con seimila dollari a notte. Per di più, i Seeds rappresentavano per molti Angelinos la band primordiale e come successe a Bo Diddley, una volta inventata la loro formula, risultò ancora più naturale riconoscere di primo acchito il loro marchio di fabbrica. Il cantante solista, Sky Saxon, era probabilmente il più conosciuto della congrega (i suoi compagni erano Daryl Hopper alle tastiere, il chitarrista Jon Savage e il batterista Rick Andridge), ma molto del merito della loro notorietà va al manager Tim Hudson, che spinse il gruppo verso il flower-power e da lì, verso il successo nazionale.
Il grande classico dei Seeds di Sky Sunlight Saxon, Pushin' too hard, utilizza un sottofondo ritmico debitore verso il jungle-sound di Bo Diddley, ma è il suono teso e vibrante la carta vincente, unito alla voce stridente e particolare del leader e bassista. I Seeds vissero a lungo sulle note di questo classico, riciclato a più riprese in altri pezzi, ma nei loro primi due album (The seeds e A web of sound), è possibile trovare anche dell'altra carne sul fuoco.
Moulty
Onnipresenti allo Shindig, stelle del T.A.M.I. Show, i Barbarians sbucarono dal New England con Are you a boy or are you a girl, nell'autunno del 1965. Moulty era il loro batterista e la storia di come perse la sua mano, è la storia di questa canzone, la quale sola prova il vecchio adagio che la verità è più incredibile della fantasia. Sebbene non voglia riferire dei pettegolezzi, corrono delle voci che Levon e gli Hawks (meglio conosciuti come la Band) suonarono come Mr. M in questo pezzo. Dopo così tanto tempo, però, non ho motivo di supporre che nessuno ne avrebbe parlato.
Davvero singolare la storia di questa canzone, narrante la sfortunata condizione del batterista Victor 'Moulty' Moulton, senza una mano e con un uncino al posto dell'arto. Oltre alle caratteristiche particolari dietro alla composizione del pezzo, risalta la band che suonò nelle session, che poco aveva a che fare con gli stessi Barbarians, come spesso accadeva all'epoca (e non solo): era il 1966 e dietro agli strumenti pare proprio ci fosse un gruppo dal nome di Levon and the Hawks, nient'altro che la futura Band di dylaniana memoria (quella che per Lenny Kaye era solo un'ipotesi priva di fondamento, insomma, sembra proprio sia la realtà, questo secondo numerose fonti). La canzone è costruita come un momento musicale attorno a un falò: un'armonica gentile e leggera ad introdurre, accompagnata da una chitarra acustica, una voce narrante (dello stesso batterista) che racconta e un'esplosione corale nel ritornello. Un pezzo che definire particolare (per tutte le sue caratteristiche), è dire poco.
Don't look back
Ricorda i Remains a chiunque vivesse a Boston durante l'età d'oro del 1965/1966 e il risultato probabile sarà una serie di mugolii di piacere che soli possono descrivere la realtà. Guidati da Barry Tashian (che formò Barry and the Remains con alcuni compagni laureandi dell'Università di Boston, suonando sotto i bollenti riflettori di locali quali Ratskellar, the Banjo Room e Where It's At), coadiuvato dal bassista Vern Miller jr., da Billy Briggs alle tastiere e N.D. Smart II (che rimpiazzò il batterista originale Chip Damiani), il gruppo rappresentò l'incandescenza al suo meglio. Sfortunatamente e sono d'accordo con Jon Landau, la vera essenza della band non è mai stata registrata, anche se un live in studio era stato inciso, ma evidentemente, da allora è stato perso per sempre. Don't look back cattura la band come meglio non si potrebbe, tuttavia e come potreste intuirlo voi stessi, tutti i loro suoni rispecchiavano il fatto che aprirono i concerti dei Beatles nell'estate del 1966. I Remains tracciarono la strada ai favolosi Ronettes, ai Kangaroo, ai primi Flying Burrito Brothers e ai recenti Swallow, allievi che vantano questa band come ispiratrice, ma che si dicono migliori come risultati.
Arriviamo al capolavoro della raccolta? Siamo al climax, Lenny Kaye volente o nolente? Sarebbero arrivati più in alto dei Beatles? Sono un innamorato folle di questo gruppo bostoniano e Don't look back fornisce già qualche pezza di appoggio a questa passione che non accenna a diminuire. Un pezzo costruito con intelligenza sopraffina (ascoltate il bridge, dimostrazione di fantasia che nemmeno... non li nomino neppure), diretto, energico, con uno splendido ritornello e suonato da dio, il dio dei quattro quarti e... I Remains non moriranno mai, nonostante la loro brevissima vita artistica: tra queste quattro mura e nelle arterie del sottoscritto, il loro nome sarà eterno.
Invitation to cry
Un altro gruppo proveniente dalle rocce della costa est, i Magicians erano un'attrazione al Night Owl Cafe di New York, accanto ad alcune eteree combinazioni, quali Lovin' Spoonful, Strangers e Flying Machine (al tempo in cui James Taylor era il loro cantante solista). Più o meno, la sola rock band sconosciuta ad avere mezz'ora di speciale televisivo dedicato ad essa (chiamato Four to go!, trasmesso da L'occhio su New York, la WCBS-TV, nel febbraio del 1966); il gruppo sembrava sul punto di emergere. Non ci riuscirono mai, dopo tre singoli carini e un album mai realizzato e infine lo scioglimento, nell'autunno del 1966. Il chitarrista solista Allan Jacobs diventerà un Jake of Bunky e... ancora meglio, da solo con una band di supporto, i Family Jewels. John Townley, che suonava il basso, avrebbe fondato gli Apostolic Studios a New York; il chitarrista ritmico Gary Bonner avrebbe intrecciato, con il batterista Alan Gordon, un sodalizio di scrittori per altri, Koppelman-Rubin, portando nelle classifiche successi per i Turtles, come She'd rather be with me e Happy Together, per Petula Clark (Cat in the window) e molti altri ancora. Gordon si è ritirato da allora a Brooklyn, mentre Bonner sta lavorando ad un album solista.
Un pezzo psichedelico e avvolgente, che non risparmia l'affollamento sonoro e corale. I Magicians non registrarono molto altro, oltre a questo pezzo e a un paio di singoli, ma le carte per colpire gli ascoltatori più sognanti, non mancavano.
Liar, liar
La storia dei Castways è così frequente nelle complesse vicende delle band rock'n'roll americane di successo, che sembra quasi troppo perfetta per essere vera. Nativi di Minneapolis, iniziarono presumibilmente come gruppo d'intrattenimento per le fraterniti e per divertire sé stessi. Improvvisamente, si ritrovarono con un successo nazionale - Liar, liar salì al numero dodici nell'estate del 1965 - ed erano immediati come mai si era sentito. Le sole cose che ci abbiano lasciato, in effetti, sono i loro nomi: Roy Hensley, 19 anni, chitarra ritmica; il leader e chitarrista solista, il diciottenne Bob Folschow; il batterista Denny 'Ludwig' Craswell, 18 anni; e Jim Donna, 20 anni, "il Castaways prediletto, suonatore di piano elettrico e organo", che, incidentalmente, scrisse sia le parole che la musica di questa canzone delle canzoni.
Tralasciando la triste condizione dei Castaways attuali (feste e matrimoni, contattare Jim Donna, unico membro originale), il pezzo proposto da Kaye, uno dei brani di maggior successo tra quelli raccolti in questo doppio album (numero 12 di Billboard), non è mai riuscito a colpire l'appassionato di garage-sixties che alberga nel sottoscritto. Liar, liar è dominata dall'organo e dalla voce in falsetto di non si sa chi: la canzone è cantata da una doppia voce, con brevi interventi del falsetto di cui si diceva. Pezzo curioso, appunto, ma più di questo...
You're gonna miss me
Gli Elevators uscirono dal Texas tramite l'etichetta International Artist, alla fine dell'estate 1966, sebbene spesso si pensi a loro come a un gruppo di San Francisco, per tutto il tempo che la band suonò all'Avalon durante il periodo di fulgore. Rappresentavano in pieno il nutrito gruppo di rock bands concorrenti del Texas, come Moving Sidewalk e Clique e sembravano centrare in pieno le esperienze psichedeliche in un modo mai affrontato in precedenza e neanche nel futuro. Le note presenti sul loro primo album sono un classico, se riuscite a trovarne una copia da qualche parte. You're gonna miss me, per esempio, parla dell'abbandono di "... queste persone che per salvare le apparenze accettano l'aspetto superficiale dell'ospite...". Cos'è questo ospite? Bene, è una di quelle cose che non puoi descrivere a parole, ma se guardi da vicino la zolletta di zucchero che sto stringendo nella mia mano...
Il vero e proprio classico di Nuggets che ha sfidato le leggi del tempo e ha influenzato torme di seguaci nei decenni successivi. Musicalmente, il pezzo è dominato da un riff a là Gloria dei Them e dall'electric-jug di Tommy Hall, strumento quasi onnipresente tra le canzoni dei 13th Floor Elevators; ma è soprattutto la voce di Roky Erickson a colpire per la sua forza e l'armonica finale è un tocco geniale nell'economia del pezzo. Da notare i dubbi di Lenny Kaye sulla reperibilità dell'album d'esordio, la conferma di quanto fossero stati dimenticati questi nomi nel 1972: il primo album della band (in cd) si trova tranquillamente in qualsiasi negozio, oggi che i dischi non li compra più nessuno.
Psychotic reaction
La risposta di San José agli Yardbirds di I'm a man, i Count Five hanno la reputazione di aver perso un milione di dollari di valore in contratti solo per aver continuato gli studi scolastici. Io non lo credo, ma tutto è possibile con un gruppo che ha aggredito le classifiche dei primi dieci nell'autunno del 1966, rimanendoci per dodici settimane e senza mai muoversi di un pollice da San José in tutto quel periodo. In realtà, probabilmente fecero la cosa migliore a non muoversi; come racconta l'editore della Bomp, Greg Shaw, a San José si era sviluppata al meglio una piccola scena negli anni psichedelici, con regolari battaglie di bands (9), durante le quali i Count Five si scontravano regolarmente con contendenti tipo gli E-Types, gli Stained Glass, i Jaguars e una combinazione di elementi chiamata Golliwogs, meglio conosciuta, in seguito, come Creedence Clearwater Revival.
Psychotic reaction è uno dei capolavori del garage-punk anni '60, un riff prototipo uscito come da una fonderia, contornato dal fuzz della chitarra, dai rumori estranei e da un intermezzo da incubo: un classico, giustamente riconosciuto come tale. L'unico album dei Count Five, Psychotic reaction, è sin imbarazzante se confrontato con il loro pezzo principale, ma perché volergliene per questo?
Hey Joe
Potrebbe un qualunque album antologico dei mid-sixties essere completo senza una versione di Hey Joe? Io penso di no e per le mie tasche, quella dei Leaves è una delle migliori - e potrei aggiungere, una delle prime. I Leaves venivano dall'area di Los Angeles e decisero il loro nome guardando degli alberi di eucalipto e sicomoro in un cortile ("Cosa succede?" disse uno di loro. "Le foglie (10) stanno succedendo" disse un altro) e si mossero in grande stile nella tarda primavera del 1966. I Leaves erano formati da Robert Lee Reiner, Jim Pons, Tom 'Ambrose' Ray, John Beck e Bobby Arlin, il quale Arlin (che era stato membro dei Flamingo Express Royaltones), sarebbe entrato negli Hook, con Pons promosso nei Turtles e più tardi, nelle Mothers.
La presente versione di Hey Joe, una delle più famose e migliori di un pezzo ripreso da cani e porci (secondo qualcuno, è la canzone che vanta il maggior numero d'interpretazioni in assoluto), è la terza registrata dai Leaves: la prima è datata novembre 1965, la seconda e terza 1966. Questa Hey Joe fu registrata con la chitarra di Bobby Arlin, non presente nelle due precedenti (Arlin sostituì Bill Rinehart) e fu questo, secondo alcuni, a dare il tocco giusto e garage-punk al pezzo. D'accordo, la chitarra fuzz di Arlin è straordinaria, ma cosa dire del basso di Jim Pons, vero e proprio protagonista di questa versione tellurica, veloce, grintosa, senza un secondo di pausa? Un piccolo capolavoro.
Just like Romeo and Juliet
Michael and the Messengers rappresentano un caso a parte in questa compilation, visto che raramente, se non mai, ebbero del materiale originale o materiale che non fosse già stato un successo di una major per qualcun altro. Il loro maggior successo, che agganciò le classifiche per un buon numero di settimane, era un remake di In the midnight hour, mentre in questa raccolta sono presenti con un successo locale di Chicago dell'estate del 1967, una buona versione di Just like Romeo and Juliet dei Reflections. Michael and the Messengers sono stati inclusi non tanto per il loro suono inimitabile, ma piuttosto per il contrario: erano una club band, pura e semplice e se avessero registrato cose come questa, il loro periodo sarebbe continuato sicuramente. L'organo dal suono trascinante è fortemente debitore della scuola di arrangiatori di Long Island, ma questo lo dovreste sapere.
Organo a mille e un gusto beat sporcato dal garage per questi Michael and the Messengers: scorrono via velocemente, come un treno nella notte, sferragliante.
Sugar and spice
Ancora un gruppo di Chicago, con un fan club attestato a Hinsdale, Illinois. In realtà, devono essere stati per un buon numero di anni in giro per il midwest, con le band che già li copiavano, come i Buckinghams e i New Colony Six - senza menzionare Mauds and the American Breeds - cosa che ebbe un rilievo nazionale in quel periodo. All'inizio accasati con un'etichetta locale (la Destination), gli Shames furono ingaggiati dalla Columbia quando Sugar and spice (una versione americanizzata di un vecchio successo dei Searchers) irruppe nell'estate del 1966. Il gruppo avrebbe passato il resto della carriera in casa, senza incontrare altri successi. Tom Doody (Toad) guidava il gruppo come cantante solista, Jim J.C. Hooke maneggiava le percussioni, Dennis Conroy suonava la batteria e completavano la formazione, il chitarrista ritmico Jerry Stone, il chitarrista solista Jim Fairs e il bassista e organista Dave Purple (Grape).
Anche nei momenti più pacati, come questa Sugar and spice, una ballata segnata da una chitarra squillante e più leggera del tono garage di molti altri pezzi, la raccolta non tradisce l'alto tasso qualitativo generale e si lascia ascoltare piacevolmente.
Baby please don't go
Guidati dal coraggioso e selvaggio chitarrista Ted Nugent, gli Amboy Dukes erano uno dei più ipnotici gruppi usciti da Detroit, città meglio conosciuta per i suoi MSC. Sembrarono antiquati (dopo molti cambiamenti di formazione) quando ebbero un successo con Journey to the center of the mind, ma Baby please don't go - che riesce a rendere al meglio l'atmosfera infuocata dei loro concerti - mi è sempre sembrato catturare i Dukes migliori, con John Drake innalzato alla voce, il bassista Bill White che pompa, la batteria micidiale di Dave Palmer (ora ingegnere degli Electric Lady Studios), Rick (Nervous Ned) Lober all'organo e Steve Farmer alla chitarra ritmica; fu realizzata nel 1967, prima dell'esordio su album dei Dukes.
Con gli Amboy Dukes di Detroit (la questione geografica non è così semplice, leggi la biografia) e del troglodita della chitarra, Ted Nugent, si sprofonda in un territorio di nessuno ambito da blues-rock, garage-punk anni '60 e da un hard-rock ancora in fasce o non ancora nato. Baby please don't go è una cavalcata ritmica e chitarristica estenuante e bene ha fatto Lenny Kaye ad inserirla in questo contesto: dai suoni del garage usciranno numerosi combi devoti supinamente alle chitarre elettriche hard.
Tobacco Road
Furono scoperti da Art Polhemus come Bloos Magoos mentre suonavano al Cafe Wha in MacDougal Street, verso la metà del 1966. Polhemus fu colui che cambiò il nome di questi musicisti generati dal Bronx nel più concreto Blues e li spedì dalle stalle alle stelle. E che stelle! Al loro apice i Magoos - Ralph, Ronnie, Peppy, Mike e Geoff - non solo incisero i loro dovuti successi su singolo (We ain't got nothin' yet, There's a chance we can make it) e album, ma erano anche soliti presentarsi sul palco vestiti con gli abiti elettrici della stilista Diana Dew, con i quali potevano illuminare la tensione crescente. Tobacco Road era l'ultima genialità del loro repertorio, estratta dall'album Psychedelic lollipop e io penso spesso alla meraviglia che avrà provato John Loudermilk quando l'ascoltò per la prima volta.
I newyorkesi Blues Magoos, pur giovanissimi, non si lasciano sorprendere o intimidire e pur alle prese con un classico sempiterno come Tobacco Road, sfornano una prestazione da brividi: devota all'antico, forse, ma infarcita di tutti i possibili elementi di "sfregio" garage e con un intermezzo rumoristico frastornante. Straordinari!
Let's talk about girl
Ci sono così tanti ringraziamenti sul retro di ogni album della Chocolate Watch Band, che potresti leggere per una dozzina di anni; ovviamente, avevano un sacco di amici. Il gruppo proveniva da San José, rivestito di quell'aura quasi (11) mistica simile ai Thirteenth Floor Elevators, ed erano prodotti da Ed Cobb, che curava anche gli Standells, come si ricorderà tornando all'inizio della prima facciata. La Chocolate Watch Band fu immortalata in uno dei migliori film giovanili dei '60, Riot on Sunset Strip (divertente come questi pezzi combacino, no?), mentre la canzone qui presente è tratta dal loro primo album su Tower Records, No way out.
Pezzo dinamitardo questo della Chocolate Watch Band del primo album, No way out, cover di un brano oscuro dei texani Tongues of Truth: energia a mille, velocità e un'esecuzione eccellente, ma... Parlando della vicenda particolare della Chocolate Watch Band, il ma è quasi obbligatorio. Il gruppo aveva una storia fatta di concerti a decine, di band di provenienza e quant'altro, ma quando si tratta delle loro registrazioni, il discorso si complica quasi sempre. Let's talk about girl fu registrata dalla band vera e propria, ma in seguito, il dittatore Ed Cobb eliminò parte degli strumenti, sovraincidendone altri con musicisti di studio e la voce, in particolare, non è quella del cantante titolare Dave Aguilar, ma di un pupillo del produttore, il nero Don Bennett, tra le altre cose, co-autore del brano più famoso della band, Are you gonna be there (At the love-in)?. Insomma, un casino, ma se teniamo conto che nel secondo album del gruppo, The inner mystique, il gruppo stesso era già sciolto e quasi assente tra i solchi...
Sit down I think I love you
I Mojo Men iniziarono su Autumn Records, da San Francisco, ed erano conosciuti, fate attenzione, come Sly and the Mojo Men, ospitando il vero Mr. Stone, quello che una volta vi faceva impazzire. Sotto la protezione di Sly e di Tom Donahue (sebbene Sly non appaia nel disco), essi misero insieme un buon numero di pezzi validi, dei quali solo Dance with me non era speciale. Quando la Warner Bros. acquistò la Autumn, i Mojo Men furono ingaggiati (con i Beau Brummels e i Vejtables) e con Van Dyke Parks e Lenny Waronker, produssero una session di Sit down I think I love you di Steve Stills, che arrivò nelle prime quaranta posizioni nel febbraio del 1967. Durante questo periodo, era difficile chiamarli Mojo Men (12), in quanto avevano una batterista di nome Jan Errico, in passato nei New Tikis.
I Mojo Men, come scritto anche da Lenny Kaye, fanno parte dell'apprendistato di Sly Stone e questo potrebbe stupire, data la natura del gruppo (ma il nostro era un onnivoro musicale). Sit down I think I love you, un pezzo tratto dal primo album dei Buffalo Springfield e firmato da Stephen Stills, mischia folk e beat in maniera gradevole e per qualche minuto di melodie gentili, è l'ideale.
Run run run
Ad Artie Resnick piaceva raccontare la storia di come aveva scritto il successo per gli Young Rascals, Good lovin', in venti minuti. Qui, con la moglie e Joey Levine, arrivò in uno studio e inventò un gruppo chiamato The Third Rail, scrivendo un successo, intitolato Run run run, che abbandona il significato sociale sulla strada di una buona ironia. Un vincitore dell'estate del 1967; a quando, ditemelo, vi prego, il seguito?
Un gruppo creato sulla carta e autore di un successo forse sorprendente: Run run run è un pezzo leggero leggero, con momenti corali e una parte parlata. Ben altro ha saputo regalarci quella stagione...
My world fell down
Gary Usher, un produttore con una buona reputazione, comprendente Chad and Jeremy, Byrds, Gene Clark, i Millenuim e i Peanut Butter Conspiracy e di album su surf e automobili pubblicati da Capitol, tramite la Super Stocks, decise che era il tempo di muoversi in proprio. Con l'aiuto dell'arrangiatore Curt Boettcher, supportato all'inizio da Terry Melcher e Bruce Johnston (all'epoca entrambi stavano diventando produttori e il secondo anche un futuro Beach Boy), mise insieme una serie di canzoni che si facevano notare per l'alto grado di orchestrazione e di pulizia. Realizzato nel giugno del 1967, My world fell down diventò immediatamente uno dei pezzi favoriti dello show di musica rock della radio WOR-FM a New York, anche se all'inizio il disco non andò oltre la settantesima posizione in classifica e restò un avamposto solitario delle programmazioni creative.
Sagittarius è un altro gruppo parto dell'attività di produttori, come nel caso dei Third Rail e degli Strangeloves. My world fell down tradisce la sua vicinanza con la psichedelia di marca inglese, sognante, aerea e leggera, meno corposa di quella classica d'oltreoceano. Chissà cosa sto scrivendo...
Open my eyes
Todd Rundgren guidava questo esempio primordiale del suono di Philadelphia della fine del 1968 e come Lilian Raxon nota succintamente nella Rock Encyclopedia, "... presentava uno tra i pochi gruppi giovani con l'enfasi e la freschezza dei primi Beatles, combinata con la visione ingenua della scena floreale di San Francisco". Questo era niente comparato al modo di suonare dei Nazz, maturato dal suono inglese, come fossero nati e cresciuti a Knightsbridge. Con Todd Rundgren alla chitarra, c'erano Robert 'Stewkey' Antoni all'organo, piano e voce solista, Carson van Osten al basso e il batterista Thom Mooney. Il pezzo presentato è tratto dalla side b del solo piccolo successo del gruppo, Hello its' me, realizzato alla fine del 1968 e rimasto sul fondo delle classifiche per sette settimane all'inizio del 1969. La loro produzione sofisticata e la sicura padronanza musicale, li pone quasi fuori tempo massimo, ai confini della compilation e ciò significa che la nuova età a lungo minacciata, era ora saldamente nelle loro mani.
Un piccolo gioiellino di rock energico, veloce e suonato come Todd Rundgren comanda. La delusione per l'andamento della vicenda Nazz, portò il lungagnone verso l'abbandono totale della musica, poi rientrato. È incredibile come Open my eyes porti già il marchio inconfondibile delle opere successive di Rundgren, ma già allora la condotta del nostro Todd tendeva al totalitarismo.
Farmer John
Dal vivo, dal Rhythm Room di Fullerton, California, arrivano i Premiers: Lawrence 'Boy' Perez, chitarra solista, George Delgado, chitarra ritmica, Frank Zuniga, basso elettrico, Philip Ruiz, sax tenore, Joe Urzua, sax baritono e 'Farmer' John Perez alla batteria. San Gabriel può vantare la primogenitura per questa combinazione di elementi, una delle tempestose miscele di artisti messicani e americani che affondano le loro radici nel lontano 1964, con i Cannibal, gli Headhunters e i Midnighters. I Premiers suonavano tutti Fender, vestivano allo stesso modo e in questa particolare nottata, registrata il 29 febbraio 1964, erano aiutati dal Chevelles Car Club di East Los Angeles e dal Crystal di San Gabriel. Ancora una volta siamo giusto un pelo al di là delle barriere temporali che mi sono auto-imposto, ma se voi non lo direte a nessuno, non lo farò nemmeno io.
In questo caso, Lenny Kaye ha forse esagerato, allettato, chissà, dalla particolarità della registrazione, del gruppo, dell'avvenimento. Come avveniva normalmente con gli impianti di registrazione dell'epoca (siamo all'inizio del 1964), il suono e la voce dei Premiers sono quasi sommersi dalle grida del pubblico e tutto sommato, i nostri non sembrano dei fulmini di guerra, tutt'altro. Più una curiosità che altro.
It's-a-happening
E per finire, un pezzo che racconta di tutto. "Gli oceani chiamano. Il mondo... sta girando... e girando...". Parla di rivelazione. I Magic Mushrooms, in realtà, abbordarono le classifiche con questo pezzo - numero 93 nella settimana del 12 novembre 1966 - e torna ad onore del gruppo di essere stato il primo con base hard rock a firmare per la A&M, con la possibile eccezione delle prime scorrerie di Captain Beefheart. Poco da dire, la A&M - che all'epoca era specializzata nel soft-rock a la Sandpipers - non li ha mai spinti più di tanto. I Magic continuarono con un paio di singoli su East Coast e Philips e furono visti l'ultima volta lavorare insieme facendo candele per un head shop di Pittsfield, Ohio, l'equivalente nei '60 del proverbiale lavaggio macchine perennemente vuoto (13).
Psichedelia al cento per cento, fuzz a quintali, farfisa, echi e intermezzi onirici, per una valida testimonianza di un'epoca. Come chiusura di Nuggets, mi sembra a dir poco perfetta.
NOTE
(1) Nugget.
(2) Kaye non parla di date all'inizio e poi se ne viene fuori con "circa quattro anni più tardi...".
(3) Plutonian pie; questa espressione non l'ho proprio capita, ma potrebbe riferirsi al dio degli inferi Plutone e a una specie di patto col diavolo, ma è solo un'ipotesi.
(4) Siamo nel 1972, ricordiamocelo.
(5) Espressione che non conosco e mi è impossibile tradurre, ma immagino ci si riferisca al nostro fare il dito.
(6) Registrato, in verità, da un gruppo quasi totalmente diverso da questi Electric Prunes.
(7) A prima vista incomprensibile questa frase, me ne rendo conto: gli Standells suonarono un solo concerto a Boston, nel 1967, come spalla dei Rolling Stones, ma ciò di cui parla Kaye, il Charles River - il fiume di Boston - e le donne frustrate, sono citazioni dal testo della canzone, come anche il coprifuoco che le stesse donne - frustrate per questo - devono rispettare, entro mezzanotte: "oh, questa è proprio una vergogna".
(8) Riferimento, presumo, al futuro nome d'arte di Leslie Weinstein, West.
(9) Battle of the bands: Greg Shaw, nove anni più tardi, intitolerà Battle of the garages la sua prima compilation sulla rinata scena garage statunitense.
(10) The Leaves.
(11) Letterale, in italiano.
(12) Uomini Mojo.
(13) E terminiamo con una citazione incomprensibile, sia per il senso che per il riferimento. Head shop dovrebbe essere un negozio specializzato in attrezzatura per il fumo e in particolar modo, per un certo tipo di fumo; così si dovrebbe spiegare il riferimento alle candele, ma per quanto riguarda il lavaggio, nulla da fare.