EXPOSED II

Doppio album in vinile, edito dalla Epic Records (1981)
Doppio album con copertina apribile e lunghe schede (in qualche caso esagerate) su ogni singolo artista. Data la caratura generale degli artisti, non varrebbe la pena tradurre tutta la paccottiglia, ma da queste parti siamo masochisti. Non varrebbe la pena, scrivevo, anche perché, essendo una compilation di artisti di una singola casa discografica (e delle etichette sussidiarie) e avendo quest'ultima tutto l'interesse a spingere i propri pupilli, l'effetto meraviglioso, è uno dei più bei dischi dai tempi di, inarrivabile, in alcuni casi può essere davvero comico e allora, perché negarci il divertimento? La copertina non è firmata (guarda caso, sto scoprendo che le copertine non firmate sono anche le più orribili che si possano vedere). La compilation ha un sovratitolo: Uno sguardo conveniente alle provocazioni del nuovo rock attuale.
Cominciamo con l'introduzione, seguita dalle schede a cura della casa discografica e dalle mini-recensioni dei brani.
Se è vero che un quadro può dire più di mille parole, è anche vero che una canzone può esprimere molto di più di ciò che il linguaggio non riesca a spiegare. Per ogni canzone esistono il regno dell'immaginazione e dell'emozione che collegano l'artista all'ascoltatore. Exposed II è uno sforzo fatto per arricchire questo regno, presentando undici artisti affermati e non, della Columbia, Epic ed etichette associate alla CBS Records. In questa doppia compilation abbiamo gruppi autori di album che sono riusciti a definire come lo stato dell'arte si stia espandendo nell'universo della musica. Noi speriamo sia solo un aperitivo per farvi venire l'appetito.
Come avrete forse indovinato dal titolo, Exposed II è la seconda di una serie di raccolte musicali di artisti emergenti. Per quelli di voi che conoscono già il primo volume, grazie per le vostre lettere. Tornate a trovarci. Per coloro che scoprono Exposed per la prima volta, i vostri pensieri su Exposed II saranno i benvenuti.
Grazie a tutte le persone che hanno contribuito a questo progetto, soprattutto gli artisti e naturalmente, a Mike.
Il ridicolo si è già sfiorato in queste poche righe, ma lasciamo perdere. Passiamo alle schede dei gruppi.
Il 1981 potrebbe passare alla storia come l'anno dell'invasione canadese (1). E se i Loverboy di Vancouver sono stati LA band di successo della prima parte dell'anno (Turn me loose, The kid is hot tonite), gli Harlequin di Winnipeg sono i più accreditati a fargli da spalla, con il loro milione di copie vendute nella seconda parte dell'anno.
Lontani dall'essere dei senza volto mascherati dell'intrattenimento, cosa che il loro nome richiama esplicitamente, la reputazione degli Harlequin cresce senza sosta da almeno da tre anni a questa parte - dal periodo in cui si avventurarono per la prima volta verso est, a Toronto, dove 'scoprirono' in un club il produttore Jack Douglas (noto per il suo lavoro con Aerosmith, Cheap Trick, Joe Perry, Patti Smith e per Double fantasy di John & Yoko).
Ciò in cui Douglas incocciò fu una rombante, rumorosa sezione ritmica quale il bassista Ralph James, il batterista David Budzak e il tastierista Gary Golden; la bruciante chitarra solista di Glen Willows e l'affascinante presenza del cantante solista George Belanger.
Negli anni '79/'80 il gruppo visse praticamente on the road, lavorando con band quali Triumph, Cheap Trick, Chilliwack, Eddie Money, Max Webster e altre. I loro due primi successi canadesi (Survive e You are the light), spinsero l'album di debutto, Victim of a song, fino al disco d'oro in nemmeno quattro mesi; e ora è già di platino.
Love crimes, il loro secondo LP (e il primo per gli Stati Uniti), ha già ottenuto due successi da 45 giri, Innocence e Thinking of you (che fanno pensare a un doppio platino per l'album), entrambi fluiti dalle penne prolifiche di Belanger e Willows.
"Questa è la migliore band del paese!", ha detto qualcuno recentemente degli Harlequin. Chi è? Paul Dean, il chitarrista solista dei Loverboy, che dovrebbe sapere ciò che dice.
Qualunque commento alla scheda vergata qui sopra potrebbe essere superfluo, ma scriviamo qualcosa: gli Harlequin sono un gruppo tremendo, mentre i Loverboy venivano additati da molti come tra i responsabili dello svaccamento totale della musica da classifica statunitense d'inizio anni '80.
Le canzoni. Thinking of you sembra scritta da un bambino, dal riff al ritornello: come possa aver portato l'album a vendere un milione di copie è davvero un mistero, ma non fino in fondo. Rock radiofonico-chitarristico di valore nullo e quasi imbarazzante. Innocence è la stessa canzone precedente, ma ancor più deleteria, perché ascoltare due volte la stessa canzone tremenda non può che far rivoltare i neuroni. L'unica differenza: l'uso copioso di tastiere maleodoranti e vomitevoli. La non-musica rock.
Con l'uscita del suo album di debutto per la Epic Records, Is this a cool world or what?, Karla DeVito ha sicuramente ottenuto la celebrità. In giugno, Karla lasciò il ruolo della protagonista Mabel, come rimpiazzo di Linda Ronstadt, in una produzione di Broadway vincitrice dei Tony Award, The pirates of Penzance. Nel ruolò recitò accanto a personaggi come Rex Smith, Kevin Kline, George Rose e Estelle Parsons e ricevette entusiasmanti recensioni dalle più prestigiose pubblicazioni di tutto il paese.
In precedenza Karla era stata membro delle compagnie El Grande Coca Cola e Godspell e inoltre, alla fine degli anni '70, aveva fatto parte di un gruppo di avanguardia di Boston, Orchestra Luna. Fu proprio mentre militava nell'Orchestra Luna che Karla fu vinta dall'ammirazione per i famosi Meat Loaf e Jim Steinman. Il risultato dell'incontro si concretizzò in un invito a partecipare al tour mondiale di Bat out of hell, nel 1978. Karla conquistò il mondo durante quel tour, nel ruolo di cantante ospite, soprattutto con il grande scontro di voci con Meat Loaf nella canzone Paradise by the dashboard light.
Ma per la deliziosa Karla non era ancora abbastanza. Sin da allora, si rifugiò nella natìa Mokena, Illinois, fermamente convinta nel rock'n'roll solista e iniziò a lavorare ad un proprio album (non dovrei rivelarlo, ma si dice che quando aveva appena cinque anni, Karla scambiò due bamboline Barbie per una Leslie Gore, You don't own me) (2).
In Exposed II troverete due canzoni originali tratte dall'album di Karla DeVito e scritte da lei, Work e Cool world. Il resto del disco contiene altre due canzoni di Karla e interpretazioni di classici come Midnight confessions, Almost saturday night e una personale versione di una ballata di Jim Steinman, Heaven can wait.
Cos'altro c'è in pentola per questa signora prodigiosa? Bene, a breve un tour in proprio e poi, il lavoro che porterà a termine una produzione musicale dal titolo di Bloody Bess, dalla canzone omonima tratta dal suo album. Con tutto questo, come si sarebbe dovuto intitolare il suo album di debutto, se non Is this a cool world or what??? (3).
Da attrice di Broadway a corista del panzone Meat Loaf e ora (poco prima dell'uscita di questa raccolta), solista con un album in proprio. La scheda magnifica un'artista incontenibile, che può arrivare dove nessun'altra è mai arrivata; chiaro che così non è stato. Sarà anche una cantante passabile Karla DeVito, ma come autrice musicale meglio stendere il classico velo pietoso. In Cool world abbiamo un rock sintetico e stitico, condotto dalla vocetta tutt'altro che potente della nostra eroina. Work è ancor più prona della precedente verso le composizioni di Jim Steinman (a parte le lungaggini insopportabili: un grazie sentito per questo). Più rockata, più terra-terra, Work scivola via senza lasciare segno, esattamente come Cool world.
I Psychedelic Furs propongono un labirinto di suoni, un labirinto i cui muri sono coperti di uno spesso, coloratissimo strato di tappezzeria, oscurato, in alcuni punti, da porzioni sottili di fumo pungente. Una striscia argentea di melodia offerta dalla chitarra o dal sassofono, accompagnata da un'avvolgente ritmo di batteria che vi proietta in avanti. La vostra guida vi esorta raucamente, ma sempre nell'ambito della stanza successiva che vi descriverà, dovete sarete costretti a seguirla. I Furs vi invitano ad entrare, anche a rischio che vi possiate perdere.
Nel 1977, i membri originari dei Furs decisero di formare una band. Essi procedettero con precisione logica: ognuno prese uno strumento e poi imparò a suonarlo. Il suono altamente originale del gruppo non è una casualità. "Noi abbiamo cercato di essere differenti", raccontò a Rolling Stone il cantante e autore dei testi Richard Butler. Riuscirono nell'intento e a prezzo di lunghissime ore di prove di gruppo, arrivarono a quel suono che il gruppo ama chiamare "un bellissimo caos".
Il primo album, The Psychedelic Furs, fu un fallimento di critica e pubblico in Inghilterra. Le parole di qualche bocca spalancata e stupefatta attraversarono l'oceano e copie d'importazione dell'album cominciarono ad arrivare nei negozi di dischi underground e nelle città universitarie statunitensi. Imbarcatisi in un tour Americano, il gruppo cominciò a battere i locali rock, di quelli tipo "nessuna porta aperta fino a mezzanotte". La critica rock statunitense, in risposta al fenomeno, scrisse pagine e pagine sulla band e sul suo nome - imitazione? Uno sguardo indietro nel tempo? Un grande balzo in avanti? I promotori si affannavano per aggiungere date, ma il tour cresceva in maniera continua, ogni giorno. Finalmente tornati a casa, i Furs registrarono il loro secondo album, Talk Talk Talk. Come pochi riuscirono a fare, durante la corsa britannica alla nuova-band-da-un-minuto, il secondo album dei Furs mantenne viva la promessa del primo.
Dal primo album presentiamo la canzone Sister Europe e dal secondo album, Pretty in pink. Questa musica non è del tipo da due rime e via. Questo non è il tipo di musica che potete ascoltare su quelle stazioni radio che suonano rock con un interesse per nulla maggiore della musica da ascoltare mentre siete nella sala d'aspetto del vostro dentista (4). Questa è musica del tipo che vi potrebbe consigliare il vostro miglior amico.
Una bella scheda, anche se non si accenna per nulla ai problemi che afflissero il gruppo durante le registrazioni di Talk Talk Talk. Poche balle: Pretty in pink è un piccolo capolavoro di sintesi del miglior rock'n'roll filtrato da 25 anni di dischi e suoni (dal 1954 a quell'inizio di anni '80). Stupenda, da ascoltare sino allo sfinimento. Con Sister Europe si torna indietro nel tempo di un paio d'anni, al periodo del primo album senza titolo del gruppo di Richard Butler ed è ancora una meraviglia, in questo caso di stampo velvetiano. La voce splendida di Richard Butler (uno dei miei cantanti preferiti in assoluto), in tale frangente sembra avvicinarsi all'ugola d'oro di Peter Hammill. Al di là dei riferimenti, un'altra canzone indimenticabile. I migliori della raccolta complessivamente, con Tommy Tutone un gradino appena al di sotto, ma in un ambito musicale (rock) opposto.
The Hitmen
Quando gli Hitmen scalarono per la prima volta le classifiche inglesi, nel febbraio del 1980, con l'uscita del loro singolo di debutto indipendente She's all mine/Slay me with your 45, era possibile pensare a un doppio fraintendimento: ... 45?. Stanno parlando del calibro o dei giri per minuto? Gli Hitmen conservano dei proiettili per le classifiche - del tipo che potrebbero mandarli al numero uno? O del tipo "stiamo caricando i revolvers"? Revolvers? Stop.
Quando il fumo si fu diradato, dopo la loro prima visita negli Stati Uniti, gli Hitmen lasciarono una scia di fans devoti in ogni club in cui suonarono - Hurrah, The Mudd Club, The Diplomat, Rock Lounge e il Malibu Beach Club, tutti nei dintorni di New York; l'Emerald City, in New Jersey e il Paradise di Boston. Se alcuni di questi locali sono famosi da allora, resta un fatto che gli Hitmen sono ancora vivi e vegeti.
A comandare sono i tre membri originari fin dalla loro formazione, il cantante solista Ben Watkins, il batterista Mike Gaffey e il chitarrista Dr. Pete Glenister (che formò gli Hitmen dopo sei anni di rigida scuola di medicina e un anno come interno in un ospedale). La loro maniera di suonare come un'unità e la loro separata attività di compositori, è ciò che divide gli Hitmen in canzoni come Guess who (dal loro album del 1980, Aim for the feet) e la totalmente psicotica Bates Motel, dal loro nuovo e secondo album, Tom together, prodotto da Rhett Davies (famoso per il suo lavoro con B-52's e Roxy Music).
Gli Hitmen hanno percorso molta strada dai tempi del loro primo singolo demo-tape, registrato tra i rumori della stazione della metropolitana di Waterloo Station (potete sentire davvero i treni che rombano!), fino alla conquista del pubblico rock britannico e americano in appena due anni. Abbiamo detto abbastanza sul possibile fraintendimento - potete chiamarla attenzione verso un gruppo professionale e un'offerta di rock'n'roll che è meglio non respingere.
Omonimi del gruppo australiano di Johnny Kannis, gli inglesi Hitmen annoiano con una canzoncina irritante del calibro (basso, bassissimo) di Guess who (siamo ai limiti del fastidio vero e proprio), mentre con Bates Motel non fanno peggio, ma solo perché era difficile riuscirci dato il brano precedente. Rock del nulla.
(5) Quando aveva dieci anni, Holly Vincent insistette presso i genitori per farsi comprare una chitarra: "Un'altra ragazza della mia classe ne aveva una ed era diventata immediatamente popolare dopo averla portata a scuola, così ho pensato che anch'io sarei diventata popolare allo stesso modo", scherza Holly. Bene, se questa non è una storiella scherzosa, la popolarità di Holly è arrivata per la sua simpatia, per i suoi dischi e per i suoi concerti. Fortemente influenzata da rockers puri quali Creedence Clearwater Revival, Mott the Hoople e più recentemente dai Ramones, le canzoni di Holly e dei suoi Italiani, sono un frammento di pop music diretta e liriche intelligenti.
Pubblicato inizialmente in Gran Bretagna come singolo per un'etichetta indipendente, Tell that girl to shut up fu la canzone con la quale Holly and the Italians vinsero un contratto discografico con la Virgin Records britannica. Il tour britannico seguente - all'inizio come gruppo di spalla di nomi come The Clash, poi come band di punta in locali di prim'ordine - più l'eccitazione creata da canzoni come Rock against romance, attrassero un pubblico crescente e devoto per Holly and the Italians.
Il risultato fu che Holly and the Italians pubblicarono il loro primo album, The right to be italian, sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti. La scorsa primavera vide Holly and the Italians conquistare gli States, con il tour di The right to be italians, come apertura per i Ramones in molte città di tutto il paese. Il responso fu così schiacciante, che il gruppo ritornò in molte città già visitate come attrazione principale prima di tornare in Gran Bretagna.
Tell that girl to shut up e Rock against romance, sono solo due delle gemme presenti tra le dieci canzoni del loro album di debutto. Holly and the italians - The right to be italian - e il diritto di essere vostri.
Una delle notizie interessanti che si sarebbero potute leggere nella scheda, il significato del nome (come anche il titolo dell'album: Il diritto di essere italiano), brilla per la sua assenza. Tell that girl to shut up è un brano spumeggiante e dannatamente orecchiabile, uno dei migliori della raccolta dal punto di vista del puro piacere uditivo senza tante paturnie di mezzo. Peccato, però, che con il secondo brano, Rock against romance, la magia si sia già esaurita: un pezzo banale, quasi irritante in quanto a melodia, sommerso da archi e cori e che vede la nostra Holly scopiazzare lo stile vocale di Ellen Foley (che aveva già riscosso un discreto successo con il suo primo album, datato 1979). Un colpo e via, insomma. Adieu.
L'Australia dista novemila miglia dalla Giamaica. Diecimila da Detroit e undicimila da Londra (girando nella stessa direzione, ovviamente). Non dimenticate la geografia - è importante come parte dell'introduzione a Jo Jo Zep & the Falcons. La musica assorbita nel tempo da ogni punto al di fuori dell'Australia, la patria della band, sembra provenire deliziosamente dallo stesso luogo - lontanissimo. Non dovrebbe sorprendere, allora, che quando gli echi musicali ritornano, essi si riverberarono in una totale e originale sintesi di stili musicali: nel caso di Jo Jo, una mistura di I-ree e reggae giamaicano, rhythm'n'blues funky di Detroit, luccicante new-wave britannica e tutto il rock'n'roll possibile.
Il principale compositore e leader di Jo Jo Zep & the Falcons, è Jo Camilleri, che suona anche il sassofono, una chitarra da rock steady e canta. Il gruppo si formò nel 1976 e affinò il proprio suono in tour, girando da un bar turbolento all'altro. Fu con questa gavetta turbolenta che Jo padroneggiò il proprio stile - calcando furiosamente i palcoscenici e istigando il pubblico verso picchi di pazzia.
Il gruppo cominciò fin dall'iniziò a proporre proprie canzoni e come il repertorio crebbe, così anche la folla di seguaci. Alcune, poche registrazioni della band, furono spedite d'importazione a Londra. Elvis Costello ascoltò e ciò che sentì gli piacque (fino ad includere una canzone di Zep, "So young", nel proprio repertorio). Elvis interessò una casa discografica (che sarebbe la nostra) all'ascolto di quelle registrazioni e a noi piacque ciò che ascoltammo. E così, qui ci sono due canzoni per voi da ascoltare. La prima è Hit and run, dalla prima pubblicazione statunitense di Jo Jo Zep & the Falcons, Screaming targets. La seconda canzone è Honey sweet honey, dal loro nuovo album, Step lively. Per favore, ascoltate. Noi sappiamo già cosa succederà.
Hit and run, con le due canzoni di Tommy Tutone e i pezzi dei Psychedelic Furs, rappresenta il vertice di questa doppia compilation, ma a differenza di quelle, bazzica territori musicali giamaicani (chissà se i connazionali Men At Work faranno tesoro proprio di canzoni come Hit and run per il loro successo mondiale di quegli anni...). Una delizia di presa immediata che difficilmente potrà stancare, a differenza di Honey sweet honey, successiva di un paio d'anni e già nei territori della musica addomesticata e fastidiosamente pompata (la batteria è inascoltabile): nulla resta della delizia di Hit and run, né la voce, né la musica, alla ricerca del successo radiofonico di facile presa. Tremenda! Tra i nomi presenti nella raccolta, Jo Jo Zep & the Falcons svettano in quanto a valore differente tra i due pezzi proposti: vertice e fondo.
Gary Myrick & the Figures uscirono lo scorso anno dalla moribonda scena dei locali losangeleni, una scena sofferente di un nauseante nichilismo da pochi centesimi e da cloni alla nick-knack-paddy-wack-give-the-kids-a-bone (6). Guidati dal multitalentuoso Myrick (è la sua arte che riempie di grazia la copertina dell'album di debutto della band) (7), i Figures stesero al tappeto il pubblico del Whiskey e di altri noti locali losangeleni, con il loro rock dell'era spaziale di qualità e intelligente, tutto questo prima del contratto con la Epic.
Il loro album di debutto fu pubblicato nell'estate del 1980 e una di quelle canzoni, She talks in stereo, appare qui in tutta la sua gloria duofonica. Un video che illustra la coloratissima musica cinetica del brano, sta attualmente onorando le migliori video-tv via cavo e si vede ormai in ogni dove: se doveste incocciarlo, avrete un assaggio della figura aerodinamica di Gary Myrick sul palco. Dal suo nuovo album, Living in a movie, abbiamo scelto I'm not a number, uno sprint con partenza dai blocchi trattato con stravaganze da invasioni burocratiche (8). Come tutto il resto dell'album, l'autore è Gary. La luccicante produzione è dell'ex-Journey e giocherellatore con le manopole per i dischi di Tommy Tutone, Geoff Workman. Se vi piace I'm not a number, date un ascolto a Living in a movie. Le Figure non mentono!
Altra scheda che magnifica un artista immaginifico. She talks in stereo è una canzone dalla grande presa radiofonica, ma nulla di più, a differenza dei nichilisti da pochi soldi di cui si parla nella velina: di chi ci si ricorda dopo 25 anni, dei Germs o di Gary Myrick? I'm not a number non usufruisce nemmeno delle minime idee di She talks in stereo e conferma che il multiartista bla bla bla Gary Myrick, non è che uno dei milioni di belloni che c'hanno provato. Niente di male in questo.
Orchestral Manoeuvres in the Dark
Orchestral Manoeuvres In the Dark non è una campagna di manovre inscenata da militari camuffati. Il nome appartiene davvero a un paio di rockers britannici, Andy McCluskey e Paul Humphries (9). Ma con un grado così inusuale (10), ci si potrebbe aspettare un gruppo che suoni della musica tranquillamente fuori dall'ordinario. Ed è proprio così.
O.M.D., come li hanno ribattezzati i fans, suonano musica elettronica che lascia la mentalità della tecnologia-per-scopi-tecnologici anni-luce dietro di loro. Per O.M.D. i sintetizzatori sono il mezzo, non il fine. Un mezzo creativo fresco per creare canzoni intelligenti e melodiche e che attraversa e abbellisce tutta una serie di differenti stili musicali.
Il loro primo album statunitense, O.M.D., è una raccolta delle loro migliori canzoni delle due ultime pubblicazioni inglesi (11). Vi potrete trovare canzoni dagli umori più vari, dalla vivace canzoncina dal titolo Enola Gay, il nome dell'aeroplano che sganciò la bomba atomica su Hiroshima, alla lirica e misteriosa Almost. Noi abbiamo inserito due canzoni tratte da O.M.D. per voi, una doppia-esposizione se volete. I titoli sono Electricity e Messages. Furono entrambe pubblicate come singoli in Gran Bretagna ed entrambe raggiunsero la cima delle nostre classifiche dance d'importazione. In effetti, se frequentate locali rock/dance, c'è la possibilità che abbiate già assaggiato il sapore forte di O.M.D.
Se non vi è successo, date un ascolto a questi suoni. Vi daranno una buona idea di ciò che la pura elettronica rock ci riserva per il futuro.
Il duo scomparve dalle zone altissime delle classifiche dopo quell'esordio e il successo (anche italiano) di Enola Gay. Sulla futura musica rock elettronica, poco da dire: in un paio d'anni i gruppi con soli sintetizzatori, dopo aver fatto il pieno (con Human League, Heaven 17 e altri), abbandonarono la scena per affidarla ai suoni caraibici e alla musica cool inglese, la quale scomparve in breve tempo per lasciare il posto a... (ad libitum).
Messages è un brano che si dimentica delle chitarre a favore dell'elettronica, come normale per questo duo e per molta della musica inglese di successo che circolava allora. L'incipit ricorda i Kraftwerk, la voce sembra scimmiottare Brian Ferry e anche la melodia mi sembra già conosciuta (ma non ricordo... la vecchiaia). Electricity è una Enola Gay più veloce, dalla presa altrettanto immediata, con un ipnotico riff di tastiera e un lavoro al basso che sembra carpito di peso da un album dei Joy Division. In ogni caso, la si dimentica dopo un minuto.
Stimulation di Billy Thorpe sarà una sorta di shock futuro, per quanto familiare, viste le due precoci opere di space-rock dell'autore. Su questi album, il prodigioso multistrumentista di Down under era occupato con la visita di una razza aliena sulla Terra, la susseguente distruzione del pianeta e altri sconvolgimenti cosmici. La musica rifletteva similarmente tali pesanti scenari. Questo nuovo album, il primo per la Pasha Records, rappresenta una drammatica rottura con il passato. In questo caso, il giovane William Richard Thorpe si occupa di più, uh, dei propri temi personali: la vita sulla strada, le frustrazioni di un lavoro mediocre, la sturm and drang (12) della moderna intimità... cose del genere.
Le due canzoni inserite nella raccolta, Just the way I like it e Let me outta here, sono rock diretti che vedono Billy maneggiare quasi tutti gli strumenti, suonare con passione incomparabile e cantare con un'intensità che rimanda agli anni in cui era il principale ribelle australiano come leader degli Aztecs. "Noi eravamo un gruppo blues di bevitori, picchiatori incalliti, bestemmiatori e venivamo arrestati ogni notte", ricorda Billy appassionatamente. L'Australia non potè rinchiuderlo a lungo.
Billy arrivò qui per partecipare al primo American International Song Festival e decise di rimanere (in verità, egli era nato a Manchester, in Inghilterra e attualmente risiede a Los Angeles - una specie di giramondo?). Dopo il successo iniziale, egli andò in tour e riempì di folla qualunque locale e poi cominciò ad affinare il proprio vocabolario musicale - il frutto di tutto questo è il nuovo album Stimulation. Il titolo, va da sé, fu ispirato dal linguaggio tecnologico delle istruzioni per la batteria elettronica che Billy usa in questo album.
"Per me è stato un inizio... con questo album, sentivo di essere cresciuto come autore, cantante e musicista", dice Billy. Un ascolto dei due esempi audio dovrebbe convincervi.
Just the way I like it è un rock scatenato dal riff niente male e dal ritornello coinvolgente. Nulla di epocale, ma un piacere discreto all'ascolto, anche se l'amico esagera con gli effetti vocali. Let me outta here, il brano che chiude l'intera doppia compilation, è una specie di ballata veloce dal testo lunghissimo e molto meno immediata del pezzo precedente, ma che non dimentica la chitarra e il rock più genuino.
Tommy Tutone cominciò fuggendo dalle luci accecanti radical-chic della grande metropoli, in favore di un suono che tornasse alla concretezza suburbana e ai locali delle piccole città. L'eccitamento verso le radici dei suoni, fu così travolgente che tutte le case discografiche cittadine cominciarono a bussare alla loro porta con i contratti in mano. Beh, vincemmo noi. Ascoltate ciò che questa band può offrire e sarete d'accordo sul fatto che abbiamo il diritto di essere orgogliosi.
Tommy Tutone, il primo album della band, spinse Jim Carnes, del Sacramento Union, a dire, "Ciò che sento qui è il presente del rock'n'roll. Non dovrete aspettare per Tommy Tutone" (13). E Ken Tucker, scrivendo sul Los Angeles Herald Examiner, affermò: "Tommy Tutone è la migliore rock-pop band attualmente in circolazione". Per darvi un assaggio di ciò di cui stiamo parlando, abbiamo incluso Cheap date, la prima canzone al mondo ad ospitare un pezzo con una telefonata (14). Tommy chiamò dalla sua casa di Ukiah, in California (una piccola città nella zona del vino), come uno sprone per quel momento, idea suggerita dal produttore Ed E. Thacker.
Dopo aver aperto per Tom Petty in un tour di 70 date che ha coperto tutto il paese, essi si misero al lavoro per scrivere e registrare il secondo album, dal titolo (cos'altro?) Tommy Tutone 2. Da questa raccolta di pressanti e corrosivi pezzi rock, abbiamo scelto Which man are you, un tributo provocatorio ispirato a un vecchio numero di Life Magazine. "Che lo confessiamo o no", disse il chitarrista solista e fondatore della band, il newyorkese Jim Keller, "stiamo lavorando duro. E speriamo di aver fatto qualcosa che varrà a lungo. Penso sia la stessa cosa che lavorare assieme". Sì, ma non con tali, devastanti e originali risultati. Ascoltate. Vedrete.
Se tutto il doppio album fosse al livello delle due canzoni dei Tommy Tutone... Which man are you apre l'intera raccolta all'insegna di un rock secco, devoto verso Tom Petty (anche nell'uso della voce), senza orpelli e teso come un nervo scoperto. Davvero bella. Cheap date è addirittura migliore, sempre all'insegna di un rock teso e quasi sofferto, sferzante come una scudisciata, in un brano che sembra sempre sul punto di esplodere, ma che trattiene l'energia all'interno, come un'eiaculazione mancata. Bravi Tommy Tutone.
Quando un membro fondatore e chitarrista degli Aerosmith, decide di ritornare sulla piazza con una nuova band, questa è una notizia. Quando il suo cantante solista può vantare una militanza di prestavoce per quattro anni con la squadra di Ted Nugent, stai parlando di una notizia da prima pagina, sissignore.
"Mi piace pensare a questa band", disse Brad Whitford, "come all'incontro finale di due grandi città del rock'n'roll, Detroit e Boston". E mentre i legami musicali sono sempre stati forti tra queste due città fin dagli anni '60, vi sarà impossibile trovare un precedente per questa unione nella storia del rock'n'roll.
"Noi veniamo candidamente dai nostri stili", raccontò recentemente Derek St. Holmes all'agenzia di stampa Rock U.S.A. "Io penso che ogni musica ad alta energia dipenda da certi elementi chiave, come un buon riff di chitarra e un ritmo potente, così non posso affermare che noi suoniamo come qualche altra band in particolare. Naturalmente, noi potremmo ricordare gli Aerosmith in alcuni pezzi e il primo Ted Nugent in altri, ma questo perché entrambi siamo stati protagonisti della musica che quei gruppi hanno creato".
C'è una sottovalutazione in tutto questo. Alcune canzoni di Whitford sono tra le preferite del repertorio degli Aerosmith, come Kings and Queen, Last child e Nobody's fault. Lo stesso per St. Holmes, che suonò la chitarra ritmica e scrisse Hey baby su Ted Nugent, il primo album del chitarrista su Epic e Live it up da Cat scratch fever e prestò la propria voce a Stranglehold per il Double live Gonzo. In sostanza, il loro lavoro complessivo con Aerosmith e Ted Nugent, ha fruttato una vendita di 21 milioni di album.
Il lavoro di autore e la voce di Derek, sono le caratteristiche di Whiskey woman e Every morning, entrambe tratte dall'album di debutto Whitford/St. Holmes, prodotto da Tom Allom (noto per i lavori con Judas Priest, Pat Travers e Def Leppard). In conclusione, dobbiamo citare il bassista britannico Dave Hewitt (ex-Babe Ruth) e il fondatore degli Hydra, Steve Pace, alla batteria.
E il meglio deve ancora venire.
La notizia epocale, da prima pagina, della Whitford/St. Holmes Band on the road, non trova conferma con Whiskey woman, rockettino radiofonico dalla chitarra protagonista. Sarà per la prossima canzone, forse: Every morning è una canzone più secca, ma sempre all'insegna di un certo tipo di rock più o meno duro di stampo radiofonico. Insomma, nessuna notizia da prima pagina, nessun avvenimento epocale e il ritorno di Brad Whitford alla casa madre Aerosmith dopo questo tentativo di autonomia. In soldoni, il meglio che deve ancora venire di cui parla la scheda, non è mai arrivato.
NOTE
(1) Sublime!
(2) Cantante di successo degli anni '60: You don't own me raggiunse il numero due nella classifica statunitense.
(3) "Questo è un mondo cool o cosa?"; la traduzione di cool comporta sempre qualche problema, ma in questo caso, potremmo pensare a qualcosa come giusto, figo, al passo coi tempi.
(4) Senza nessun senso del ridicolo, il redattore sta descrivendo, con un senso dello schifo chiaramente percepibile, gran parte della musica di questo doppio album.
(5) Illuminante la motivazione che ha spinto Holly verso la musica.
(6) Ho lasciato la lista in inglese, anche perché il senso generale è traducibile, ma non in una frase: in sostanza, lo scrittore sembra scagliarsi contro la scena punk allora nascente in California e a Los Angeles in particolare, dove furono i Germs a smuovere le acque stagnanti; sull'affermazione di scena moribonda, salvata, secondo il parere dello scribacchino, da tizi insipidi come Gary Myrick, meglio stendere un velo pietoso.
(7) Un disegno in stile pop-art: altro velo pietoso.
(8) Spiace dirlo, ma è scritto proprio così.
(9) Come si possano definire rockers i due O.M.D. non lo so proprio.
(10) Penso ci si riferisca al grado militare.
(11) Ciò che fecero tempo dopo anche gli Stray Cats, trio di successo nella lontana terra britannica e sconosciuti nella patria statunitense; Built for speed mise le cose a posto, fiondando al primo posto della classifica USA un album che raccoglieva canzoni dai due primi lavori del gruppo.
(12) Tempesta e Impeto, una corrente letteraria tedesca del diciannovesimo secolo.
(13) Ok: la frase è una parafrasi della famosa sentenza del giornalista e produttore Jon Landau, scritta dopo aver visto Bruce Springsteen dal vivo - prima dell'esplosione di Born to run - frase che fece la fortuna del giornalista stesso - che diventò amico e produttore di Bruce - e forse anche di Bruce o quantomeno gli diede una buona mano.
(14) Non è vero: ho i brividi a ricordarlo, ma Claudia Mori raggiunse il primo posto nella classifica italiana dei 45 giri con una canzone di questo tipo, a metà degli anni '70 e chissà quante altre canzoni simili ci saranno state in giro per il mondo; bisognerebbe essere cauti con affermazioni del genere.