BIOGRAFIE

Chi


CHICAGO

Dove nacquero i Chicago se non a Chicago, la metropoli dell'Illinois (Stati Uniti)? Dal 1967 di quell'evento, la storia del gruppo è un susseguirsi di successi e dischi venduti, per cui, questa biografia cercherà di concentrarsi anche sui dati nudi e crudi e dunque, partiamo subito con il primo: i Chicago possono essere considerati il principale gruppo statunitense degli anni '70, per quanto riguarda i dati di vendita dei 45 giri e questo lo dice Billboard, la bibbia della più grande industria discografica nazionale del mondo. La storia comincia con il sassofonista Walter Parazaider (Chicago, 14 marzo 1945), un ragazzo che, a differenza della maggior parte dei musicisti di quella generazione, che in seguito avrebbe dominato le classifiche anglosassoni degli anni '60/'70, non fu fulminato dall'apparizione di Elvis Presley all'Ed Sullivan Show, ma da quella di Benny Goodman (allo stesso programma televisivo). Il musicista, supportato in maniera entusiasta dai genitori, diventò clarinettista della Chicago Symphony, prima di scoprire il sassofono e capire che, con quello strumento e suonando rock'n'roll, avrebbe avuto la possibilità di conoscere delle ragazze (eventualità molto più difficile tra i seriosi maestri di un'orchestra sinfonica).

Iscrittosi alla DePaul University, Parazaider conobbe James William Guercio (classe 1945, di Chicago), col quale suonò in diversi gruppi rock'n'roll dell'area. Continuando con gli studi, ma pensando sempre di più alla musica, Parazaider cercò di arrivare all'idea che gli frullava in testa: un gruppo rock'n'roll con una sezione fiati, in un periodo dominato dall'immagine classica del quartetto alla Beatles (con il sassofono sempre meno usato rispetto agli anni '50, a parte i gruppi rhythm'n'blues e soul). Nel 1966, quando uscì Revolver (che conteneva una sezione fiati nella canzone Got to get you into my life), Parazaider militava nei Missing Links, dove incontrò un bassista di nome Terry Kath (Chicago, 31 gennaio 1946), già da anni amico suo e di Guercio (Kath passerà alla chitarra in seguito). Il batterista dei Missing Links era Danny Seraphine (Chicago, 28 agosto 1948, cresciuto nella Little Italy della metropoli), il trombettista Lee Loughnane (altro studente della DePaul, nato a Chicago il 21 ottobre 1946, figlio di un trombettista e orientato verso una carriera di musicista professionista dal giorno in cui si diplomò all'high school, nel 1964).

Loughnane cominciò a suonare in gruppi locali come la Shannon Show Band, un ensemble irlandese con una sezione fiati simile a quella che contraddistinguerà i Chicago (tromba, trombone e sassofono tenore). Con quel gruppo, specializzato in riproposizioni di classici, Loughnane convinse anche con la sua voce e in futuro, sarebbe diventato uno dei cantanti dei Chicago. In quel periodo d'inizio seconda metà degli anni '60, Loughnane militò anche nei Ross and the Majestics e dopo aver preso la decisione di andare a vivere da solo, incontrò Terry Kath e gli altri componenti dei Missing Links. Cercando di sviluppare la propria idea di una band rock'n'roll con fiati, Parazaider cercò un trombonista e lo trovò in un altro studente della DePaul, James Pankow (nato a St. Louis, Missouri, il 20 agosto 1947). Pankow seguì lo stesso ruolino di marcia dei suoi futuri compagni di gruppo, sentendosi sempre meno coinvolto verso gli studi canonici e sempre più intenzionato a diventare un musicista professionista. Nel tentativo di completare il gruppo, Pankow incontrò il leader di Bobby Charles and the Wanderers, all'anagrafe Robert Lamm, pianista nato a Brooklyn, New York, il 13 ottobre 1944.

Lamm, trasferitosi con la madre e il suo nuovo marito a Chicago, all'età di quindici anni, venerava Ray Charles come un idolo. Il 15 febbraio 1967, i sei musicisti s'incontrarono nell'appartamento di Parazaider per mettere le basi della loro band. Il nome, Big Thing, fu un'idea di un amico italiano del sassofonista. Il gruppo suonò il primo concerto al Gigi A Go-Go di Lyons, Illinois, nel marzo del 1967 e continuò ad esibirsi in locali di molte città sino all'inizio di settembre di quell'anno, quando arrivò al Shula's Club di Niles, Michigan. Fu a Niles che Parazaider incontrò il suo vecchio amico James William Guercio, diventato, nel frattempo, produttore dell'etichetta CBS. Incoraggiati dalla reazione entusiasta di Guercio di fronte alla loro esibizione, i Big Thing cominciarono a scrivere materiale originale, soprattutto per mano di Pankow e Lamm, con la collaborazione di Kath. All'inizio di dicembre del 1967, i Big Thing aprirono il concerto di una celebrità locale, il gruppo Exceptions: i Big Thing restarono a bocca aperta nel vedere il gruppo principale, dopo aver finito il proprio set, ma un membro degli Exceptions, Peter Cetera, restò a sua volta colpito dai suoi giovani colleghi (e quasi coetanei).

Peter Cetera, nato a Chicago il 13 settembre 1944, cominciò come fisarmonicista all'età di dieci anni, senza sapere nemmeno il perché: potendo scegliere tra la chitarra e la fisarmonica, il giovane Peter scelse quest'ultima, forse (rimuginò in seguito lo stesso Cetera), per le sue origini polacche e la conseguente tradizione musicale segnata dalla polka. Cetera prese in mano la prima chitarra durante la scuola superiore, cominciò a cantare e in seguito, passò al basso. Entrato negli Exceptions, Cetera vi rimase per più di un lustro. I Big Thing supplivano ai suoni di basso con i pedali dell'organo, ma sentivano il bisogno di un bassista in carne e ossa. Cetera, per di più, era un cantante dalla voce tenorile da affiancare ai due baritoni (Lamm e Kath). Al concerto del 6 marzo 1968, al Barnaby's di Chicago, James William Guercio vide i Big Thing per la seconda volta e alla fine del set, disse ai ragazzi di preparare le valigie per trasferirsi a Los Angeles. Il produttore trovò anche un nuovo nome alla band, Chicago Transit Authority, la linea di bus che usava ogni mattina per andare a scuola. Il gruppo si esibì in numerosi locali della zona di Los Angeles, guadagnando estimatori e qualche soldo e tra quegli estimatori, ci fu un ragazzo di sedici anni di nome Tris Imboden, che ventidue anni più tardi sarebbe diventato il batterista dei Chicago.

Pur nella sua posizione all'interno della CBS, Guercio non riuscì a far incontrare il gruppo e i responsabili dell'etichetta e alla fine, escogitò uno stratagemma. Dovendo lavorare al secondo album dei Blood, Sweat & Tears, il produttore pensò di usare i soldi guadagnati per registrare un demo dei Chicago Transit Authority (essendo falliti i primi due tentativi di presentare il gruppo direttamente alla CBS). Il presidente della CBS, Clive Davis, ritornò sulla decisione dei suoi sottoposti californiani e fece firmare un contratto al gruppo, tramite la Columbia Records. La band volò a New York per cominciare le session dell'esordio, con due problemi da risolvere. L'album appena prodotto da Guercio per i Blood, Sweat & Tears, musicalmente vicino alle cose dei Chicago Transit Authority (non è proprio così, ma semplifichiamo), si stava rivelando un fallimento commerciale (situazione che sarebbe cambiata con il tempo, trasformando quel disco in un successo sensazionale), circostanza che creò degli intoppi in merito al lavoro dei sette esordienti. La CBS, nell'intento di perdere meno tempo e meno soldi possibile, concesse al gruppo cinque giorni per le registrazioni base e altri cinque per la rifinitura e le sovraincisioni: piccolo dettaglio, i Chicago non erano mai stati in uno studio d'incisione prima di allora.

Il secondo problema fu dovuto alla massa di materiale da incidere, impossibile da pigiare nei 35-40 minuti di un album in vinile. In quel periodo di fine anni '60, i doppi album di studio non erano ancora una consuetudine, anche se i tempi erano cambiati da quando Bob Dylan (Blonde on blonde) e le Mothers of Invention (Freak out!) avevano aperto la strada. La CBS informò i Chicago Transit Authority che avrebbero potuto realizzare un doppio album, a patto che accettassero di decurtare la loro percentuale sui profitti: il gruppo accettò.

Chicago Transit Authority

Chicago Transit Authority fu pubblicato l'8 aprile del 1969. Le voci soliste furono divise tra Lamm, Kath e Cetera, mentre lo stesso Terry Kath attirò su di sé l'attenzione, con il suo chitarrismo, anche di un personaggio come Jimi Hendrix. Il lavoro, prodotto da James William Guercio, iniziò il lungo e proficuo rapporto della band con le classifiche: numero 17 di Billboard, numero 9 in UK. Il doppio album, trascinato anche dai lavori successivi, passò 171 settimane nella classifica di Billboard dei 200 dischi più venduti (la più lunga permanenza di un gruppo rock in classifica sino a quel momento) e a tutt'oggi (22 giugno 2007), è stato venduto in più di due milioni di copie. Cinque i singoli tratti dall'album. Questions 67 and 68 (luglio 1969, #71) fu ripubblicato nel settembre del 1971 in una versione più corta e radiofonica (e con I'm a man come lato B al posto di Listen e in quel caso, raggiunse il numero 24 di Billboard e il 28 in UK) e con le facciate A e B invertite (lo stesso giorno: numero 49). Beginnings (ottobre 1969) arrivò al numero 7, come il successivo Does anybody really know what time it is?.

Durante il tour di supporto, la Chicago Transit Authority, l'azienda di trasporto municipale della metropoli, costrinse il gruppo, con un'azione legale, a cambiare nome (anche se una mia fonte cartacea dice che fu un suggerimento di David Geffen): i Chicago Transit Authority diventarono semplicemente Chicago. Il gruppo partì per un tour europeo di quattordici date e nonostante il successo riscontrato in patria, il gruppo si sentì pienamente compreso solo durante quei concerti.

Chicago II

Il secondo lavoro, Chicago (gennaio 1970, prodotto da James William Guercio), conosciuto anche come Chicago II (anche se fu il primo come Chicago, dopo l'accorciamento del nome), fu ancora un doppio album: il disco scalò la classifica USA sino al numero 4 e quella UK sino alla casella 6. Due i singoli tratti dal lavoro: Make me smile (marzo 1970, #9) e 25 or 6 to 4 (giugno 1970, #4 in USA e #7 in UK). Jul. '71 (giugno 1971, #7) fu pubblicato l'anno successivo, con due canzoni sul lato B tratte dal primo e secondo album. L'album ha venduto più di un milione di copie. Il disco, su direttiva di Robert Lamm (che scrisse le note), fu dedicato 'ai rivoluzionari e alla rivoluzione in tutte le sue formeì, una direzione politica influenzata dal movimento hippy e dalle proteste contro la guerra in Vietnam. Con i due album pubblicati, i Chicago inaugurarono una lunghissima serie di copertine e di titoli caratterizzati dal logo del gruppo (ideato da Nick Fasciano); raramente gli album del gruppo hanno avuto un titolo o una foto dei componenti in copertina.

Chicago III

Il terzo album, come noto, nel mondo del rock è una sorta di prova del fuoco: dopo l'eccitazione e la novità dell'esordio e la lunga scia sulla quale nasce il seguito, il terzo lavoro (soprattutto nei casi di successo, come questo) pone l'artista sotto il fuoco incrociato dell'attesa, delle possibili critiche e dell'ansia da ripetizione. Pubblicato l'11 gennaio del 1971, prodotto dal solito James William Guercio, Chicago III, bando ai malaugurii, rappresentò invece il vero e proprio inizio della straordinaria storia commerciale del gruppo di Parazaiden (anche alla luce del discorso iniziale): Chicago III (l'ennesimo doppio album) salì sino al numero 2 di Billboard (con 63 settimane di permanenza in classifica) e 9 in UK e produsse i singoli Free (febbraio 1971, #20) e Lowdown (aprile 1971, #35). Fu durante il 1971 che la Columbia, sull'onda del successo del terzo album e sulle vendite ancora in corso dei primi, pubblicò i singoli Beginnings (dal primo album, giugno 1971, #7) e Question 67 and 68 (dal primo album, settembre 1971, #24 USA e #28 UK).

Chicago at carnegie hall

Per nulla intimorita dalla quantità di vinile già immessa sul mercato in poco più di due anni, il 25 ottobre 1971 la Columbia Records spedì nei negozi un quadruplo album dal vivo, registrato alla Carnegie Hall di New York nell'aprile precedente: due ore e cinquanta di musica, per intenderci (aumentate a tre ore e quarantacinque nell'edizione rimasterizzata del 2005, edita da Rhino Records). O meglio, la Columbia un po' di timore lo provò, tanto che come successe con il primo doppio album, accettò il formato quadruplo in cambio di una diminuzione dei profitti da parte della band: ma cosa non si fa per amore della musica... Il box raggiunse il numero 3 di Billboard (e 46 settimane di presenza), ma gli albionici, in questo caso, non si lasciarono tentare e lasciarono i pacchi di vinile nei negozi. La critica, dal canto suo, ritenne eccessivo il formato e all'interno della band, qualcuno fu d'accordo con gli scribacchini. Ancora oggi, è il quadruplo album più venduto di sempre negli Stati Uniti, mentre a livello di formati mostruosi in vinile, è stato battuto solamente dal quintuplo Live 1975-1985 di Bruce e accoliti.

Nessun singolo, stranamente, fu tratto dal box. Pur essendo una sala da concerti, la Carnegie Hall non fu costruita per la musica amplificata e il risultato finale (prodotto dal solito Guercio) non fu particolarmente brillante. I Chicago, in ogni caso, furono il primo gruppo rock a riempire la sala per una settimana consecutiva (dal 5 al 10 aprile 1971): secondo Parazaider, il quadruplo fu una pietra miliare nella storia della band. Nel febbraio del 1972, il gruppo intraprese il primo tour mondiale della sua storia, visitando sedici nazioni in venti giorni. Durante i concerti giapponesi di Osaka, fu registrato un album pubblicato come Chicago live in Japan (quando non si sa), solo per il mercato del paese del Sol Levante.

Chicago V

Dopo tre doppi album e un box quadruplo, i Chicago ridimensionarono il loro formato da negozio e pubblicarono il primo album singolo in vinile. Chicago V (produzione James William Guercio), pubblicato il 10 luglio 1972, fu il primo numero 1 della band, con una permanenza in vetta di nove settimane (e #24 in UK), contornato da due 45 giri, Dialogue (part I & II) (ottobre 1972, #24) e Saturday in the park (luglio 1972, #3, primo singolo d'oro del gruppo). Il disco capeggiò anche la classifica jazz di Billboard, salì sino al numero 33 in quella black e da allora, ha venduto più di due milioni di copie. Un diversivo, in attesa dell'album successivo, fu la lavorazione al film Electra glide in blue, scritto e diretto da James William Guercio e che tra gli interpreti annoverava anche Peter Cetera, Terry Kath, Lee Loughnane e Walter Parazaider. La colonna sonora della pellicola, scritta dallo stesso Guercio, fu eseguita da un gruppo di session-men comprendente anche Kath, Parazaider, Pankow e Loughnane.

Chicago VI

Stanchi delle registrazioni newyorkesi, dove il gruppo doveva vivere in hotel, i Chicago e Guercio (produttore, come sempre) comprarono un ranch in Colorado, a Nederland, sulle Montagne Rocciose (a più di 2500 metri di altitudine), a qualche ora di auto da Boulder, lo dotarono di una sala di registrazione e lo battezzarono Caribou Ranch. Chicago VI (che presenta in copertina, sopra il solito logo, una piccola immagine dei sette), pubblicato nel giugno del 1973, conquistò la vetta di Billboard, con i singoli Feelin' stronger every day (giugno 1973) al numero 10 e Just you 'n' me al numero 4. Il disco, venduto a tutt'oggi (23 giugno 2007) in più di due milioni di copie (con 73 settimane di permanenza in classifica), fu il primo di una serie a non attecchire presso gli appassionati britannici.

Chicago VII

Con Chicago VII il gruppo di Cetera e Parazaider tornò al formato doppio album, abbandonato (per quanto riguarda i dischi di studio) dopo Chicago III. Pubblicato l'11 marzo 1974, prodotto da James William Guercio (diventato in quel periodo anche il manager del gruppo), il disco conquistò il 'solito' numero 1 di Billboard e generò tre 45 giri: (I've been) Searchin' so long (febbraio 1974, #9), Call on me (giugno 1974, #6) e Wishing you were here (ottobre 1974, #11). Esaudendo uno dei suoi due più grandi desideri (essere un Beatle e essere un Beach Boy), Peter Cetera riuscì ad imbastire una session con Carl Wilson, Dennis Wilson e Alan Jardine, per i cori di Wishing you were here. I due gruppi girarono gli Stati Uniti in tour durante l'estate del 1974, ottenendo un tale successo, racconta il sito ufficiale, che rischiò di eclissare l'attenzione verso il contemporaneo tour dei Rolling Stones. Nel 1974 i Chicago aggiunsero un ottavo elemento alla band, il percussionista brasiliano Laudir DeOliveira (ufficialmente in formazione dall'album successivo). Chicago VII ha venduto più di un milione di copie (nonostante le sue atmosfere molto vicine al jazz strumentale, scrive Wikipedia).

Chicago VIII

Chicago VIII (pubblicato il 24 marzo 1975, prodotto da Guercio), nonostante il consueto numero uno di Billboard, dalla critica fu ritenuto, già allora, il peggior prodotto della ditta commerciale nata nell'Illinois. Quasi a conferma dell'affermazione (come se fosse possibile collegare la qualità artistica con le settimane di permanenza in classifica), il disco uscì dai primi 200 di Billboard dopo ventinove settimane, una tenuta drasticamente inferiore rispetto al solito. Al di là di questo, l'album fu il quarto numero uno consecutivo dei Chicago. Ancora tre i 45 giri estratti dal disco: Harry Truman (febbraio 1975, #13), Old days (aprile 1975, #5) e Brand new love affair (part I & II) (agosto 1975, #61).

Chicago X

Archiviato il nono album come Chicago greatest hits (novembre 1975), prima antologia della band (ed ennesimo numero uno di Billboard, con una permanenza in classifica di 72 settimane), la band arrivò a Chicago X (giugno 1976), produzione di Guercio e ritorno in auge presso il pubblico britannico, ma per ironia della sorte, proprio con il disco che mise fine alla serie continua di numeri uno negli Stati Uniti: numero 3 di Billboard, numero 21 in UK e tre 45 giri da aggiungere al lotto. Il primo (Another rainy day in New York City, giugno 1977, #32) e il terzo singolo (You are on my mind, marzo 1977, #49), ottennero risultati normali, ma fu con il secondo che i Chicago centrarono il più grande successo su 45 giri della loro storia: If you leave me now (luglio 1976), autore Peter Cetera, salì sino al numero 1 in USA, in UK, in Australia e in molti altri paesi, vendendo negli Stati Uniti, un milione di copie nelle prime tre settimane. Lentone furbo e stancante dopo qualche ascolto (parere personale), If you leave me on è stato ripreso in oltre cento versioni e portato al numero uno della classifica britannica, nel 1981, nella cover di Elkie Brooks (un milione e mezzo di copie, uno dei singoli albionici più venduti di sempre).

Tra le curiosità, If you leave me on è stata ripresa anche da Khalid Fong, un artista di Hong Kong, in lingua mandarina e inoltre, nel periodo in cui il singolo arrivò al numero uno (estate 1976), morì il sindaco di Chicago che aveva intrapreso l'azione legale per impedire al gruppo l'uso del nome Chicago Transit Authority. Nel 1976, anno di un tour mondiale intensissimo, i Chicago vinsero tre Grammy Award.

Chicago XI

Chicago XI (prodotto da James William Guercio e pubblicato il 12 settembre 1977), non fece che confermare la caduta libera della band: nonostante lo straordinario successo di If you leave me now (o forse anche a causa di quello...), i Chicago continuarono la china discendente, in un periodo turbolento che vide l'esplosione del punk e l'etichetta di dinosauri appiccicata a chiunque facesse già parte del business miliardario (e i Chicago facevano parte di quel mondo da anni e senza contare l'aspetto musicale, bersagliato anche dai critici). L'album salì sino al numero 6 di Billboard e si fermò, mentre in Gran Bretagna non comparve nemmeno in classifica. Il 45 giri che cercò di replicare il successo di If you leave me now, autore lo stesso Peter Cetera, fu Baby, what a big surprise, numero 4 di Billboard (e numero 41 in UK; settembre 1977), seguito da Little one (gennaio 1978, #44) e Take me back to Chicago (maggio 1978, #63).

L'album segnò anche la fine del rapporto decennale tra la band e il produttore e manager James William Guercio, un cambiamento non di poco conto nell'economia del gruppo (che decise di continuare in maniera autonoma). Sembra che Guercio volesse concentrare sempre più nelle proprie mani i destini degli otto membri, sino al punto (durante le registrazioni di Chicago X) si rifiutò d'insegnare loro alcune tecniche d'incisione, cominciò a lavorare ai brani senza alcun componente presente e cosette simili. Fu un'altra, però, la tragedia, vera e propria, che segnò i Chicago in quel periodo. Il 23 gennaio del 1978, durante una festa, il chitarrista Terry Kath (ubriaco secondo alcune versioni, sobrio per altri), amante delle armi da fuoco, per sorprendere gli altri presenti si puntò contro una pistola per dimostrare che la stessa era scarica: il proiettile, forse l'unico presente nel caricatore, lo uccise. Il gruppo, scioccato e devastato da un simile evento, considerò l'opportunità di sciogliersi. Dopo qualche settimana, i sette superstiti decisero di continuare e scelsero, come sostituto di Kath, il chitarrista e cantante Donnie Dacus (nato a Galena Park, Texas, il 12 ottobre del 1951), già session-man di Crosby, Stills & Nash.

Hot streets

Il primo album della nuova era dei Chicago, significativamente, fu pubblicato con un titolo vero e proprio (il 2 ottobre 1978) e prodotto dal gruppo con l'assistenza di Phil Ramone. Il disco salì sino al numero 12 di Billboard e generò tre singoli: Alive again (ottobre 1978, #14), No tell lover (dicembre 1978, #14) e Gone long gone (marzo 1979, #73). Era dai tempi dell'esordio dei Chicago Transit Authority, che un album della band non saliva sino ai primi dieci di Billboard.

Chicago 13

Il ritorno agli album senza titolo, fu segnato dalla novità della numerazione araba in luogo di quella romana: non proprio eccitante come buona nuova. Produzione di Phil Ramone e Chicago, pubblicazione datata 13 agosto 1979 e gruppo in continua discesa commerciale: picco di Billboard, numero 21, ma soprattutto, due singoli dal successo risibile rispetto alle abitudini del gruppo (Must have been crazy, agosto 1979, si fermò al numero 83, mentre Street player non entrò nemmeno in classifica: non succedeva dall'ottobre 1969, con il secondo 45 giri in assoluto della band, Beginnings). Altro dato significativo, il disco totalizzò dieci settimane di presenze nella classifica di Billboard e poi, scomparve. All Music Guide, al di là delle vendite, assegna al disco una stelletta delle cinque disponibili (come dire, pessimo). Nonostante tutto questo, il gruppo rinnovò il contratto con la Columbia Records per un ammontare di svariati milioni di dollari.

Chicago XIV

Altro ritorno, in questo caso, al titolo con numerazione romana e disco che rappresenta uno dei più grandi flop commerciali dei Chicago. Pubblicato il 21 luglio 1980 e prodotto da Tom Dowd (decine e decine i nomi prodotti da Dowd, ma per ricordarne solo alcuni, Allman Brothers Band, Lynyrd Skynyrd, Eric Clapton, J. Geils Band e qui mi fermo), il disco non usufruì della usuale promozione della Columbia e (forse non solo per questo) non salì al di là della settantunesima (71) posizione di Billboard, per poi scomparire rapidamente. Segno dei tempi grami, nessun dei tre 45 giri estratti dalle canzoni dell'album, fece ricordare i bei tempi: Song for you, luglio 1980, ripubblicata in settembre con un diverso lato B (accanimento inutile), non entrò nemmeno in classifica (in entrambi i casi), mentre Thunder and lightning (agosto 1980), si fermò al numero 56. La Columbia si pentì del recente rinnovo del contratto e lo sciolse (pagando una penale, presumo). Infine, Laudir DeOliveira se ne andò verso altri lidi, seguito dopo poco tempo, dall'ultimo arrivato, il chitarrista Donnie Dacus.

Greatest hits, volume II

Il secondo capitolo dei grandi successi della band, non fu altro che il tentativo della Columbia Records di monetizzare sui trascorsi del gruppo, uscito dai ranghi della sua scuderia (oltre agli ultimi obblighi contrattuali): pubblicata nel novembre del 1981, l'antologia fu un completo disastro, arrivando al numero 171 di Billboard e scomparendo in breve tempo dalla classifica (cinque settimane). Sembrava davvero finita la stagione dei Chicago e invece...

Chicago 16

Numerazione araba per l'album pubblicato il 7 giugno 1982 e a sorpresa, ritorno ad un ben più che consistente successo mondiale, grazie al 45 giri arraffatutto Hard to say I'm sorry (maggio 1982), numero 1 negli Stati Uniti, numero 4 in Gran Bretagna e successo da primi posti in molti altri paesi (Italia compresa: non ricordo se raggiunse il numero 1 o poco meno, ma il pezzo fu un tormentone per mesi e mesi). Grazie all'apripista più congeniale che si potesse immaginare, l'album (pubblicato dalla nuova etichetta dei nostri, la Full Moon Records, distribuita dalla Warner Bros. e prodotto da David Foster) scalò la classifica di Billboard sino al numero nove (fermandosi al 44 in UK). Partito Donnie Dacus, il gruppo si avvalse di tre chitarristi session-men, Chris Pinnick, Steve Lukather (Toto) e Michael Landau, anche se un chitarrista, pianista e tastierista, come membro effettivo, in effetti, arrivò: Bill Champlin, nato il 21 maggio 1947 a Oakland, sulla Baia di San Francisco, in California, vantava un passato quasi esclusivamente da session-man. Altri due i singoli tratti dall'album: Love me tomorrow (settembre 1982, #22) e What you're missing (gennaio 1983, #81).

Chicago 17

Siamo al numero diciassette: Chicago 17, prodotto ancora da David Foster, fu pubblicato il 14 maggio 1984 e dopo una lunga rincorsa, raggiunse il numero 4 di Billboard nel gennaio del 1985 (numero 24 in UK). Alla fin fine, Chicago 17 rimane uno dei dischi più popolari della band, venduto a tutt'oggi in più di sei milioni di copie e fucina inesauribile di singoli di successo (ok, sono quattro): Stay the night (aprile 1984, #16), Hard habit to break (luglio 1984, #3 in USA e #8 in UK), You're the inspiration (novembre 1984, #3 in USA e #14 in UK) e Along comes a woman (#14 in USA e #96 in UK). Questo fu l'ultimo album dei Chicago con Peter Cetera, già da molti anni sul piede di partenza e arrivato alla decisione definitiva sul finire del 1985. Sembra che uno dei motivi che causarono l'allontanamento definitivo di Cetera, sia da ricondurre alle sue ballate, un'interferenza inconciliabile sulla strada sonora della band; dimenticandosi (lo sapevano, invece, eccome) che i successi milionari su 45 giri dei Chicago, sono firmati prevalentemente Peter Cetera. Contenti loro...

Chicago 18

Il nuovo bassista e cantante dei Chicago, fu trovato nella persona di Jason Randolph Scheff, nato il 16 aprile 1962 a San Diego, California, figlio di un bassista a lungo in tour con Elvis Presley e componente dei Keane di Los Angeles. Chicago 18, prodotto da David Foster, fu pubblicato nel settembre del 1986 e raggiunse il numero 35 di Billboard (con 45 settimane di presenza), generando quattro singoli: un remix della vecchia 25 or 6 to 4, firmato dal nuovo arrivato Scheff (agosto 1986, #48), Will you still love me? (ottobre 1986, #3), If she would have been faithful... (marzo 1987, #17) e Niagara Falls (giugno 1987, #91).

Chicago 19

Cambio della guardia alla produzione per Chicago 19, pubblicato nel giugno del 1988: a David Foster subentrarono Ron Nevison e Chas Sandford. Il disco arrivò al milione di copie necessarie per l'album di platino, raggiungendo il numero 37 di Billboard, ma furono i singoli a continuare la saga dei successi dei Chicago: alla fine furono ben cinque! I don't wanna live without your love (maggio 1988, #3), un nuovo numero 1 con Look away (settembre 1988, #77 in UK), You're not alone (gennaio 1989, #10), We can last forever (aprile 1989, #55) e What kind of man would I be? (novembre 1989, #5). Il disco fu l'ultimo dei Chicago con il batterista Danny Seraphine, sostituito da Tris Imboden, nato il 27 luglio del 1951 non si sa dove (dovrebbe essere californiano), già session-man per numerosi artisti solisti.

Greatest hits 1982-1989

Il terzo greatest hits dei Chicago (novembre 1989), a differenza del predecessore, fu uno dei più grandi successi su album del gruppo: numero 37 di Billboard (con venticinque settimane di presenza), il disco ebbe una lenta maturazione e a tutt'oggi, negli Stati Uniti, è stato venduto in più di sei milioni di copie. Il singolo What kind of man would I be? (novembre 1989, #5), canzone tratta dall'ultimo album del gruppo, Chicago 19, fu pubblicato in concomitanza con l'uscita dell'antologia. La raccolta ha riscosso un lusinghiero successo in Gran Bretagna, dove ha raggiunto il numero 6 della classifica.

Twenty 1

Ventunesimo album dei Chicago, Twenty 1, pubblicato nel gennaio del 1991 e prodotto da Ron Nevison (a parte una canzone, opera di Humberto Gatica). Il disco raggiunse come picco la posizione numero 66 di Billboard (con undici settimane di presenza) e generò due 45 giri: Chasin' the wind (gennaio 1991, #39) e You come to my senses (giugno 1991, nessuna posizione in classifica). Nel luglio del 1990, la DGC, la sussidiaria della Geffen Records orientata verso i nuovi virgulti della musica statunitense, pubblicò il singolo Hearts in trouble (#75 di Billboard), pensando, chissà, che i Chicago fossero esordienti...

Night and day band

Il titolo numero ventidue, pubblicato nel maggio del 1995, secondo Wikipedia segna l'abbandono del classico sound da classifica dei Chicago, a favore di un profumo di vecchie big-band e di musica swing (il titolo parla chiaro). Prodotto da Bruce Fairbairn e pubblicato da Giant Records, il disco fu rifiutato dalla Reprise (sussidiaria della Warner Bros. che, evidentemente, si era presa in carico il gruppo dopo la scomparsa della Full Moon Records, nel 1992). Aggiungiamo un po' di casino: dopo il rifiuto della Reprise, i Chicago crearono una loro etichetta, dal nome fantasioso di Chicago Records, ma il disco fu affidato alla Giant, sussidiaria, tenetevi forte, della Warner Music! L'album presentò la novità di un nuovo chitarrista, Bruce Gaitsch, una presenza breve, giusto un annetto. Dati commerciali: numero 90 di Billboard, fine.

The heart of Chicago 1967-1997

Quando le idee scarseggiano e i soldi pure, perché non rivolgersi a una bella antologia? The heart of Chicago 1967-1997 intenderebbe celebrare i trent'anni di vita della band e così è: pubblicata nell'aprile del 1997, la raccolta raggiunse il numero 55 negli USA (con 27 settimane di presenza) e il numero 21 in UK. I due nuovi pezzi, inseriti per invogliare anche i vecchi fans, furono pubblicati anche su 45 giri (Here in my heart e The only one, dischi che, o non entrarono in classifica, o sui quali mancano i dati, come tutti i successivi singoli).

The heart of chicago 1967-1998 volume ii

Quando le idee scarseggiano e forse, i soldi pure, perché non pubblicare due antologie nel giro di un annetto e prendere pure per il culo i vecchi fans, inserendo altre due, misere canzoni nuove? All roads lead to you e Show me a sign, furono pubblicate su 45 giri e tanto basta. L'antologia uscì nel maggio del 1998 (pubblicata da Reprise Records) e fortunatamente, non superò la posizione numero 154 di Billboard, per scomparire in capo a due settimane: così si fà...

chicago xxv - the christmas album" E "what's it gonna be, santa?

Agosto 1998, Chicago XXV - The Christmas album, interpretazione dei nostri dei più famosi classici natalizi, disco prodotto da nientepopodimenochè Roy Bittan, pianista storico della E-Street Band di Bruce Springsteen: l'album raggiunse il numero 47 di Billboard. Con il passaggio alla Rhino Records, datato 2002, il disco fu ripubblicato (ottobre 2003) con sei 'nuovi' classici prodotti da Phil Ramone (e reintitolato What's it gonna be, Santa?, numero 102 di Billboard). Il disco del 1998 vide l'ingresso nella band di un nuovo chitarrista e cantante (portando il totale a otto), Keith Howland, nato il 14 agosto 1964 a Silver Spring, in Maryland; tra i suoi lavori come musicista accompagnatore, un tour del 1993 con Rick Springfield e ho detto tutto.

chicago xxvi - live in concert

Incapaci di scrivere nuove canzoni, i Chicago continuarono con le riedizioni, originali e non, dei vecchi successi. Chicago XXVI - Live in concert, registrato nel luglio del 1999 e pubblicato nell'ottobre successivo, fu l'ennesimo capitolo dell'accanimento sonoro dei Chicago e segnò pure un piccolo record: fu il primo album della band a non entrare nella classifica di Billboard. Sono soddisfazioni... A poco valsero i soliti pezzuoli di nuova composizione, tre in questo caso, offerti come chiusura di studio alla fine dell'esibizione live (prodotti da Roy Bittan e Mervin Warren).

The very best of: only the beginning e love songs

Lo stillicidio continua, in questo caso, con l'antologia di maggior successo mai pubblicata dai Chicago. Pubblicata nel luglio del 2002 dalla specializzata Rhino Records, la raccolta raggiunse il numero 38 di Billboard (con più di due milioni di copie vendute e 25 settimane di presenza) e il numero 11 in Gran Bretagna, il più grande successo albionico dal 1970. Particolare non trascurabile, l'antologia (pubblicata in doppio cd, per più di due ore e mezza di musica), non contiene inediti. La successiva Love songs, è l'ennesima antologia-marmellata di vecchi successi, questa volta concentrata sulle canzoni d'amore e sulle ballate. Pubblicata nel gennaio del 2005, la raccolta ha raggiunto il numero 57 di Billboard, con tre settimane di presenza.

chicago xxx

E dopo quindici anni, i Chicago arrivano a un nuovo album di studio. Chicago XXX, prodotto da Jay DeMarcus e pubblicato il 21 marzo 2006, è a tutt'oggi (23 giugno 2007), l'ultimo prodotto della band. Il disco ha raggiunto il numero 41 di Billboard e con questa bella notizia, chiudiamo le trasmissioni.

I Chicago fanno parte della raccolta The sixties to seventies in search of space, volume secondo.

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CHILLIWACK

I canadesi Chilliwack vivono da sempre sul nome del loro fondatore e membro fisso, Bill Henderson, nativo di Vancouver. Un Bill Henderson ancora studente formò nel 1964 i Classics e dopo due anni, i Collectors, coi quali firmò un contratto discografico. Due album e un discreto successo raccolto con alcuni 45 giri e con la morte dei Collectors nacquero i Chilliwack. Oltre a Bill Henderson (voce e chitarra), la prima formazione comprendeva Ross Turney (batteria), Clair Lawrence (sassofono) e Glenn Miller (basso), in pratica, i Classics e i Collectors meno la voce di Howie Vickers. L'esordio eponimo fu pubblicato nel 1970 dall'indipendente Parrot Records, seguito ancora da un album senza titolo (in questo caso, doppio) nel 1971, con il quartetto diventato un terzetto per l'uscita di Glenn Miller (non si sa chi si sia occupato del basso, ma sopravviveremo). Con All over you (1972) ci fu il ritorno di Miller e con Riding high (1974, Goldfish Records) il terzetto tornò ad essere un quartetto, pur con la partenza di Clair Lawrence, per l'arrivo di Howard Froese (chitarra).

Altri cambi di etichetta per i successivi Rockerbox (Casino Records, 1975) e Dreams dreams dreams (Mushroom Records, 1976). Nel 1977 Froese lasciò la band e fu sostituito da Brian Too Loud MacLeod, già presente in Lights from the valley (1978). Con Breakdown in paradise (1979) la sezione ritmica fu rivoluzionata: Ab Bryant sostituì Miller al basso e lo stesso fece Rick Taylor con Ross Turney e inoltre, arrivò la nuova chitarra di John Roles. Con la partenza di Roles e Taylor, i Chilliwack tornarono ad essere un terzetto per Wanna be a star (Solid Records, 1981) e ancora, vien da chiedersi chi si occupò della batteria, ma resisteremo alla curiosità anche in questo caso. A seguire: Opus X (1982) e Look in look out (1984), l'ultimo album dei Chilliwack. Il gruppo compare nella raccolta Here comes summer.


CHILLS

Gruppo neozelandese di Dunedin, guidato e dominato dal talento di Martin Phillipps, chitarrista, cantante e fondatore dei Chills nel 1980, a soli 18 anni. Phillipps iniziò la sua carriera di musicista all'età di 15 anni, quandò formò gli Enemy con Jeff Batts (voce) e Craig Easton (chitarra). Ai tre, in seguito, si unirono Paul Baird (batteria) e Gaynor Propsting (basso) e il gruppo cambiò nome in Same. Con la partenza di Batts, Martin Phillipps si occupò anche della voce, oltre a suonare la chitarra e a ricoprire il ruolo di compositore. Dopo il passaggio di un paio di personaggi di cui si conoscono soltanto i nomi (Alistair Dunn e Monica Hales), i Same si sciolsero nel 1980 con questa formazione: Martin Phillipps (chitarra e voce), Paul Baird (batteria), Jane Dodd (basso) e Rachel Phillipps, sorella di Martin (chitarra). Dopo aver conosciuto il chitarrista Peter Gutteridge, Martin Phillipps imbastì un nuovo progetto con le 'vecchie' compagne Rachel e Jane Dodd e il nuovo batterista Alan Haig: il 15 novembre 1980 i Chills, il nome della nuova band, suonarono il loro primo concerto a Dunedin.

Gutteridge e Phillipps ebbero divergenze musicali sin dagli esordi del gruppo, tanto che il primo se ne andò alla fine del 1980. Nel 1981 mollarono anche le due ragazze e i Chills furono messi in attesa da Phillipps, che se ne andò in tour a suonare le tastiere con i Clean dell'ex-socio Peter Gutteridge (Phillipps suonò pure nell'esordio su 45 giri del gruppo, Tally-Ho, 1981). Tornato ai propri Chills, Martin Phillipps mise in piedi una formazione composta dall'unico superstite, Alan Haig, e da Fraser Batts (tastiere e chitarra) e Terry Moore (basso). Contattati dalla Flying Nun Records, i Chills parteciparono a una compilation ospitante quattro gruppi, Dunedin double EP (1982). Ancor prima dell'uscita dell'EP Haig lasciò il gruppo per unirsi ai Verlaines (fu rimpiazzato da Martyn Bull) e poco dopo, anche Fraser Batts lasciò i compagni. Martin reclutò in fretta e furia la sorella Rachel per un tour con i Clean, ma la ragazza abbandonò il gruppo ancor prima del termine delle date e i Chills chiusero i concerti come trio. L'esordio su 45 giri fu Rolling Moon (Flying Nun 1982). Martyn Bull, ammalatosi di leucemia, fu costretto ad abbandonare il gruppo, sostituito dal vecchio socio Alan Haig.

Per quanto riguarda le prove, in quel periodo fu reclutato il tastierista Peter Allison. Martyn Bull morì il 18 luglio 1983, all'età di 22 anni: Phillipps e compagni ne furono devastati, tanto che i Chills smisero la loro attività per diversi mesi, con il solo leader che si esibì saltuariamente in solitario. Alla fine del 1983 i Chills rinacquero con l'inamovibile Martin Phillipps, Alan Haig, Peter Allison e con Martin Kean a sostituire Terry Moore. La nuova formazione cercò inizialmente di lasciarsi alle spalle i Chills e il dramma vissuto e debuttò come A Wrinkle In Time, ma in breve tornarono alla vecchia ragione sociale. Già durante un tour con altri gruppi della Flying Nun, nei Chills si crearono tensioni tra Phillipps e il resto della formazione, che si sentiva semplicemente la backing-band del leader. Il secondo singolo dei Chills, Pink frost (1984), registrato due anni prima, fu dedicato a Martyn Bull, presente alla registrazione. Dopo il terzo singolo, Doledrums (1984), nel 1985 il gruppo pubblicò The lost EP (come sempre per la Flying Nun), un disco licenziato dalla Normal in Germania nel 1987 e dalla Homestead negli Stati Uniti nel 1988.

Dopo aver supportato gli Split Enz, un gruppo neozelandese piuttosto noto a livello internazionale, i Chills si trasferirono ad Auckland, la metropoli per così dire...) neozelandese. In quel periodo Phillipps chiese a Kean di andarsene e a Terry Moore di tornare. Nel 1985 i Chills s'imbarcarono per il loro primo tour al di fuori della Nuova Zelanda, in Gran Bretagna, alla fine del quale Haig e Allison decisero di lasciare Phillipps al suo destino. Nel periodo londinese John Peel non si fece sfuggire l'opportunità e i Chills registrarono le canoniche quattro canzoni per una session di Radio One. Un paio di versioni di Oncoming day, inizialmente previste per un doppio 45 giri, furono invece pubblicate nel 1987 su un flexi-disc allegato alla rivista Bucketfull of Brains (con un'altra canzone registrata da Phillipps e Moore nel 1986). Alla fine del 1985 i due superstiti del gruppo tornarono in Nuova Zelanda, con il cruccio rappresentato dalla realtà di una band disfatta in contrasto con le buone recensioni della stampa inglese; non bastasse, Moore abbandonò il compagno a metà del 1986.

Nel marzo precedente la Flying Nun aveva pubblicato una raccolta su mini-LP, Kaleidoscope world, che comprendeva otto canzoni della storia dei Chills. Il disco fu pubblicato in UK dalla Creation (1986), in Germania dalla Normal (1987) e in USA dalla Homestead (1989; la versione cd della raccolta aggiungeva altre undici canzoni). Nell'ottobre del 1986 Phillipps riesumò i Chills con una formazione nuova di zecca: Andrew Todd (tastiere), Justin Harwood (basso) e Caroline Easther (batteria, già nei Verlaines e in altri gruppi). I love my leather jacket, il singolo pubblicato nel dicembre del 1986, raggiunse il numero 4 della classifica neozelandese. La nuova formazione partì all'inizio del 1987 per un tour europeo, che toccò Belgio, Olanda, Svezia, Grecia, Norvegia, Germania Ovest e naturalmente, Inghilterra. Dopo altri due singoli (I'll only see you alone again e House with a hundred rooms), i Chills arrivarono finalmente all'album di debutto, Brave words, prodotto da Mayo Thompson.

La band di Phillipps arrivò per la prima volta negli Stati Uniti, per partecipare al New Music Seminar e per alcuni concerti, poi tornò a Londra, dove registrò un'altra John Peel session e in seguito ripartì per un altro tour europeo, toccando Svizzera, Italia, Olanda, Germania Ovest e, motivo di orgoglio per i ragazzi, Germania Est, dove i Chills furono la terza band occidentale a suonare in concerto. Per problemi di udito, Caroline Easther abbandonò i Chills e alla fine di 25 audizioni, il nuovo batterista fu il 17enne James Stephenson, mentre il gruppo firmò un contratto statunitense con la Slash (distribuita dalla Warner Brothers). Con la loro base ormai fissata a Londra, i Chills iniziarono le registrazioni del nuovo album, con la produzione di Gary Smith (il manager delle Throwing Muses che fu, in pratica, colui che fece arrivare i Pixies alla 4AD; il suo nome si trova come produttore dell'esordio del gruppo di Boston, Come on pilgrim). Dopo i singoli Wet blanket (1988), Heavenly pop hit (1990) e Part past part fiction (1990), il gruppo arrivò al secondo album, Submarine bells (1990). Il tour statunitense successivo e la pubblicazione dell'album, portarono i Chills in testa alla classifica relativa alle radio dei college, un termometro importante per un certo tipo di musica.

Il ritorno in Nuova Zelanda fu un trionfo per i Chills, salutati come eroi dalla loro città e accolti addirittura dal sindaco. Il tour nazionale fu un susseguirsi di tutto esaurito, mentre l'album conquistava il numero uno della classifica nazionale. Andrew Todd e Justin Harwood abbandonarono i Chills al termine del tour, lasciando Phillipps, come dice una fonte, "con la fama, ma senza gruppo". Al leader e al giovane Stephenson si unì ancora una volta Terry Moore, al suo terzo ingresso nei Chills. Dopo alcuni tentativi di registrare un album in Nuova Zelanda, con sé stesso come produttore, Phillipps decise di trasferirsi a Burbank, in California e di affidarsi alle mani di Gavin MacKillop, già responsabile di lavori di Church, Shriekback e altri. La ricerca di un tastierista che suonasse nel nuovo lavoro, si concluse con l'arrivo di Peter Holsapple, il già quinto REM, ma l'esperto musicista entrò sin da subito in conflitto con Stephenson, che abbandonò i Chills. Phillipps e Moore crearono una nuova formazione, composta da Peter Holsapple (tastiere e chitarre), Mauro Ruby (batteria), Lisa Mednick (tastiere) e Steven Schayer (cori) e registrarono il terzo album della band, Soft bomb (1992).

Dalla band di studio si formò la nuova line-up dei Chills, con Phillips, Moore, Mednick, Schayer (in questo caso alla chitarra) e il batterista Earl Robertson. Dal luglio al Natale del 1992, i Chills inanellarono oltre 100 concerti di un tour mondiale che partì dalla Nuova Zelanda. Robertson fu escluso da Phillipps durante la prima fase del tour e sostituito da Craig Mason, già responsabile delle luci durante i concerti passati della band. La fredda accoglienza del pubblico statunitense e i concerti affollati meno del previsto, crearono tensioni nel gruppo e con la Warner Brothers, che decise di non promozionare l'album uscito da poco (a questo si aggiunse la decisione della Slash di togliere dal catalogo il secondo album, Submarine bells e della London Records, rappresentante europea della stessa Slash, di non supportare finanziariamente un tour del gruppo neozelandese nel vecchio continente). Alla fine del tour statunitense, Phillipps annunciò che i Chills avrebbero suonato l'ultimo, definitivo concerto. Il ritorno a Dunedin di Martin Phillips fu occupato dagli strascichi legali della situazione contrattuale con la Slash e dei debiti inerenti, ma grazie ai suoi avvocati l'artista riuscì a cavarsela.

Nel periodo successivo Phillipps si unì prima a un gruppo che si esibiva con cover degli anni '60, i Pop Art Toasters e poi agli Snapper e nel 1995 si riunì ai vecchi Clean, mentre la Slash cercò di monetizzare dal proprio catalogo pubblicando l'antologia Heavenly pop hits - The best of Chills. Phillipps si spostò ad Auckland e mise insieme una formazione comprendente Dominic Blazer (tastiere), Steven Shaw (basso) e Jonathan Armstrong (batteria) e la chiamò Martin Phillipps and the Chills. Il leader volò poi a Londra, per iniziare le registrazioni di un nuovo album, ma il gruppo, che lo seguì nel giro di qualche giorno, fu bloccato all'aeroporto per problemi di visto e dopo qualche ora di discussioni, i tre furono costretti a ritornare in Nuova Zelanda. Il nuovo album, Sunburnt (1996), prodotto da Craig Leon (gli esordi epocali di Ramones e Suicide, i Beat Farmers di "Van go" e Willie Alexander tra i suoi lavori),  fu registrato con Dave Mattacks (batteria), musicista che ha militato in un numero incalcolabile di gruppi e ha suonato in un numero altrettanto indefinibile di session (esagero, ma è per rendere l'idea) e Dave Gregory, il genialoide degli XTC (al basso, anche se Gregory è un polistrumentista).

Dopo anni di silenzio, interrotti dalle raccolte di demo, rarità e inediti Sketch book volume one - Home demos e work in progress 1988-1995 (Flying Nun 1999) e The secret box - The Chills rarities 1980-2000, i Chills si sono riformati nel 2003 con questa formazione: Martin Phillipps, Todd Knudson (batteria), Rodney Haworth (basso) e James Dickson (tastiere). Il risultato della nuova esperienza Chills è un mini-album, Stand by (2004); e con questo è tutto, almeno per oggi (26 novembre 2006). I Chills compaiono nella raccolta Time between - A Tribute to the Byrds.


ALEX CHILTON

William Alexander Chilton nasce a Memphis, Tennessee, alla fine del 1950. La sua carriera sembra un infinito percorso a ostacoli, che questa scheda non avrà la pretesa di ripercorrere in tutta la sua completezza (ci mancherebbe). Nondimeno, il personaggio è di quelli basilari per il rock degli ultimi quarant'anni, anche se, a parte un caso, è sempre rimasto ai margini della grande notorietà. Partiamo da quel caso di cui si diceva, risalente agli inizi della carriera di Alex Chilton. Cresciuto in una famiglia musicale (il padre era un musicista jazz) e circondato dall'atmosfera di Memphis, Chilton non ebbe problemi ad intraprendere una carriera come musicista e compositore. All'età di sedici anni il giovane Alex partecipò a un concorso di talenti della sua città e in seguito si unì ai Devilles, più tardi rinominati Box Tops. Reclutati dal produttore Dan Penn, i Box Tops registrarono, ai celeberrimi Muscle Shoals Studios, un brano che sarebbe diventato un successo internazionale, The letter, seguito a breve distanza da altri due hits, Cry like a baby e Soul deep.

I Box Tops registrarono i seguenti album: The letter/Neon rainbow (1967, pubblicato dalla Bell, come i successivi), Cry like a baby (1968), Non stop (1968) e Dimensions (1969). Il gruppo si sciolse nel 1970 e i vari membri intrapresero carriere soliste o all'interno di altre band. Chilton cominciò ad esibirsi come artista solitario, registrando, nel frattempo, materiale che sarebbe rimasto inedito sino alla pubblicazione di Lost Decade (1985, New Rose) e 1970 (1996, Ardent). Dopo aver passato un periodo a New York, nel 1971 Alex Chilton ritornò a Memphis dove, assieme a Chris Bell (cantante, chitarrista e compositore), formò gli straordinari Big Star. Il gruppo ebbe un'esistenza a dir poco travagliata, ma registrò alcuni album fondamentali per la musica a venire: #1 record (Ardent 1972), Radio City (1974), Sister lovers o 3rd o Big Star 3 o altro ancora (1978), uscito dopo lo scioglimento del gruppo (anche se una discografia lo cita come pubblicato nel 1975).

Dopo il tramonto definitivo dei Big Star, Alex Chilton si trasferì ancora una volta a New York, da dove cominciò la carriera solista (con l'EP The singer not the song, 1977 e il singolo Bangkok, 1978), anche se il primo album non arrivò prima del 1979 (Like flies on Sherbert, raccolta di cover dalle fonti più disparate e brani originali). Nel 1978, in Giappone, era stato pubblicato un album comprendente le session registrate con Jon Tiven e alcuni brani dal vivo (One day in New York) e anche Bach's bottom, del 1981, è una raccolta di vecchie registrazioni. In quel periodo newyorkese Chilton scoprì i Cramps, dei quali produsse il capolavoro d'esordio, Songs the Lord taught us (1980) e il primo mini-LP, Gravest hits (1979). Dal 1979 partecipò ai progetti e alle idee (principalmente sue, dicono molti) di Tav Falco and the Panther Burns, di cui fu chitarrista, produttore e scopritore. Dopo essere emigrato a New Orleans nel 1980, Chilton continuò con l'attività concertistica, come membro dei Panther Burns e come solista (in quest'ultima veste, rimane il documento del 1982, Live in London).

Dopo aver lavorato a "Sugar ditch revisited" dei Panther Burns (1984), Chilton riprese in mano la carriera solista e registrò l'EP Feudalist tarts (New Rose 1985). In quel periodo ebbe anche a che fare anche con i Replacements di Paul Westerberg. Si sono tralasciati i problemi di Chilton con l'alcool e con la vita in genere, giusto per non annoiare. Dopo una splendida antologia della New Rose (Lost Decade, 1985), un doppio album che raccoglie brani di Chilton e di artisti da lui prodotti, nel 1987 il musicista di Memphis pubblicò High priest, seguito dal mini-LP Black list (1990). Gli ultimi titoli di cui si sia a conoscenza: A man called destruction (1995), Cubist blues (1997, con Ben Vaughn e Alan Vega), Acoustic by candlelight (1997, live acustico registrato a New York) e Loose shoes and tight pussy (o Set, 1999/2000). Alex Chilton è tra gli artisti delle raccolte I was a teenage zombie (colonna sonora dell'omonimo film) e Play New Rose for me - Rose 100.

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CHIMERA

Duo femminile composto da Francesca Garnett e Lisa Bankoff, accompagnate, nelle loro poche session, da diversi musicisti. Da quelle registrazioni del 1969/1970 scaturì un album, S/T, secondo una fonte, nient'altro che la masterizzazione diretta di tutto ciò che uscì da quello studio e poi pigiato nello stesso supporto in vinile. Dalle sessions sarebbe dovuto uscire un album canonico, progetto in seguito abbandonato. La produzione di tutte le canzoni è attribuita a Nick Mason, il batterista dei Pink Floyd e alle stesse session intervenne pure Richard Wright (tastierista dei Pink Floyd). Il duo è presente nella compilation The best of & the rest of British Psychedelia.


Riepilogo biografie della e nella pagina

Willie Alexander


Ray Charles

Chicago - Chilliwack - Chills - Alex Chilton - Chimera

Church


Cramps


Jimi Hendrix


Pink Floyd - Pixies


Ramones


Shriekback - Bruce Springsteen


Tav Falco and the Panther Burns - Throwing Muses


Ben Vaughn


XTC

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