BIOGRAFIE
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Da quel che si può capire, i Blackberry Jug non registrarono altro che alcuni demotape, oltre ad esibirsi dal vivo. Originari di Bamberg, Germania (allora) Federale, i Blackberry Jug si sciolsero ancor prima di vedere il loro nome tra i partecipanti alla raccolta Declaration of fuzz, pubblicata dalla Glitterhouse nel 1986. Parte dei Blackberry Jug si ricicleranno come Broken Jug, già presenti, infatti, nella compilation citata. La formazione completa non è rintracciabile nemmeno tra le note di Declaration of fuzz, dove vengono citati i tre che formeranno i Broken Jug, Christine (organo), Jimmy (basso) e Blacky (batteria), mentre alla chitarra c'era Peter (e forse è la formazione completa, chi lo sa?).
I Black Crowes iniziarono la loro storia nel 1985 ad Atlanta, Georgia, con un gruppo chiamato Mr. Crowes Garden, dalla formazione estremamente ballerina e instabile, ma con due punti fermi, i fratelli Chris e Rich Robinson (voce e chitarra, rispettivamente). Con un demo spedito alla Def American di Rick Rubin, nel 1989, i Black Crowes si trovarono un contratto tra le mani e la formazione (i fratelli Robinson più Johnny Colt, basso, Jeff Cease, chitarra e Steve Gorman, batteria) registrò un paio di singoli di lancio, l'esordio di Jealous again e la cover di Hard to handle (Otis Redding), che salì sino alle prime trenta posizioni di Billboard. Il primo album, in ogni caso, il plurimilionario Shake your money maker (1990), sorprese un po' tutti, critica (generalmente positiva, quando non entusiasta) e pubblico, che premiò il gruppo con tre milioni di copie vendute (diventate cinque milioni nel 1995). Il bis del 1992, The Southern Harmony and Musical Companion, entrò direttamente al numero uno della classifica statunitense, anche senza singoli di successo a fare da traino e in quello stesso anno, il tastierista Eddie Harsch si unì al gruppo come membro stabile e il chitarrista Marc Ford sostituì Jeff Cease.
Dopo un album registrato e mai pubblicato (Tall), il terzo lavoro, Amorica (American 1995), fece il suo ingresso nei primi dieci della classifica, ma ne uscì in breve tempo e complessivamente, non ebbe il successo dei primi due album. La sorte toccata al quarto album, Three snakes and one charm (American 1996), fu ancora peggiore, nonostante la qualità mai meno che alta della musica dei Black Crowes: ingresso nei primi quindici e uscita in breve tempo dai primi cinquanta. Il quinto album fu registrato nel 1997, ma ancora una volta buttato in un cassetto, prima del licenziamento di Marc Ford e dell'abbandono di Johnny Colt. Con il nuovo bassista Sven Pipien i Black Crowes pubblicarono By your side (1999), per poi andarsene in tour con Jimmy Page, col quale registrarono l'album dal vivo Live at the Greek (Musicmaker.com, 2000). L'ultimo album di studio è datato 2001, Lions (V2). Durante il tour promozionale, nel 2002, i Black Crowes annunciarono che il gruppo si sarebbe preso una pausa indefinita e subito dopo, Steve Gorman fu licenziato. I due fratelli Robinson imbastirono alcuni progetti solisti e di gruppo.
Nel 2005 i fratelli Robinson, Harsch, Pipien, il redivivo Marc Ford e il nuovo batterista Bill Dobrow, tornarono per alcuni concerti come Mr. Crowes Garden. Qualche mese dopo, riesumato il vecchio batterista Steve Gorman, il gruppo è tornato per una serie di concerti a San Francisco e per un tour con Tom Petty and the Heartbreakers. In questo 2006 (oggi: 6 agosto 2006) la band è in tournée statunitense. I Black Crowes compaiono in due raccolte della Def American, Till Def us do part e Till Def us do part II.
Nato come Panic nel 1976, ad opera del chitarrista Greg Ginn, il gruppo si plasmò nel corso degli anni e debuttò dal vivo nel dicembre del 1977, con una formazione che comprendeva i restanti Chuck Dukowski, bassista proveniente dagli Würm, il cantante Keith Morris e il batterista Brian Migdol. I Panic nacquero dalla passione smisurata di Greg Ginn nei confronti del debutto dei Ramones: con Greg Ginn alla chitarra, c'erano il fratello Raymond Pettibon al basso e i già conosciuti Brian Migdol e Keith Morris, il tutto supervisionato dal tecnico di un piccolo studio di registrazione di Hermosa Beach, Glen SPOT Lockett. Ginn comprò un amplificatore dal bassista degli Würm, Gary McDaniel e quando Pettibon lasciò i Panic, fu proprio McDaniel a sostituirlo, diventando il più noto Chuck Dukowski (in onore di Charles Bukowski). Saputo di un altro gruppo a nome Panic, alla fine del 1978 i ragazzi cambiarono il proprio in Black Flag, Bandiera Nera, simbolo anarchico, ma anche potente insetticida (e riferimento, secondo una fonte, a un nome storico dell'heavy-rock, i Black Sabbath).
Con una scena punk californiana ancora in crescita, i Black Flag provarono sulla propria pelle le difficoltà dovute alla propria musica e gli incidenti che cominciarono a susseguirsi concerto dopo concerto, ne sono la prova. Keith Morris lasciò il gruppo nel 1979 (fonderà i Circle Jerks) e il suo posto fu preso per qualche mese da Chavo Pederast (al secolo Ron Reyes, in seguito nei Red Cross - prima del cambio di nome in Redd Kross - nei Circle Jerks e nei Bad Religion) e poi da Dez Cadena. Nel 1981, a causa dell'impegno al microfono, Cadena si ritrovò senza voce e preferì occuparsi unicamente della chitarra elettrica. Un fan dei Black Flag (come lo erano stati i due precedenti cantanti, Pederast e Cadena), proveniente da Washington DC (e già componente del gruppo State of Alert, all'attivo un EP pubblicato nel 1981, No policy), diventò l'ennesimo frontman del gruppo e diede inizio alla fase memorabile del quartetto: Henry Garfield (in seguito noto come Henry Rollins) si unì ai Black Flag nel 1981, giusto per rimpinguare la discografia, già comprendente EP e singoli, con la partecipazione alla fondamentale compilation Let them eat Jellybeans!, prodotta da Jello Biafra per la propria etichetta Alternative Tentacles.
Accanto alla storia del gruppo, nel frattempo, proseguiva parallelamente l'attività della SST Records, l'etichetta fondata da Greg Ginn. La SST (Solid State Tuners) Electronics, creata da Ginn ai tempi della high-school, si occupava di componenti elettronici per radioamatori e fu trasformata in etichetta discografica nel 1978, in occasione del debutto su vinile dei Black Flag, l'EP Nervous breakdown. La SST, che coinvolgerà anche il bassista Chuck Dukowski, diventerà una tra le più importanti etichette discografiche indipendenti degli anni '80. Il gruppo firmò un contratto con la canadese Unicorn, ma per contrasti di varia natura l'esordio su album, Damaged, fu pubblicato dalla SST, circostanza che costò una causa legale a Ginn e Dukowski, che per questo assaggiarono le patrie galere e dovettero interrompere per diverso tempo sia l'attività del gruppo, che le pubblicazioni dell'etichetta. Damaged fu registrato con un nuovo batterista, dopo la dipartita di Brian Migdol (il nuovo picchiatore di pelli si chiama ROBO - al secolo Roberto Valverde - colombiano che entrerà a far parte dei Misfits di Glenn Danzig) e la produzione del già noto SPOT (responsabile, tra i tanti, anche del capolavoro Zen arcade degli Hüsker Dü), che nelle prime fasi dei Panic svolse anche il ruolo di bassista e in seguito, diventò il produttore principe dei prodotti SST.
Dopo i problemi giudiziari della SST e in seguito alla bancarotta della Unicorn (la casa discografica canadese che bloccò l'attività dell'etichetta di Ginn e Dukowski), i Black Flag tornarono inondando il mercato di pubblicazioni: due raccolte (Everything went back, 1982 e The first four years, 1983) e un album canonico (My war) nel 1983, tre album nel 1984, tra i quali un live (Family man, Slip it in e Live '84) e due nel 1985 (Loose nut e In my head). La pausa tra la prima e la seconda fase della carriera dei Black Flag (con contorno di patrie galere), portò dei cambiamenti nella formazione, con le partenze di ROBO, Cadena e Dukowski e l'arrivo della bassista Kira Roessler (sorella di Paul Roessler degli Screamers, ex-DC3, futura moglie di Mike Watt dei fIREHOSE e sua compagna nel duo DOS) e del batterista Bill Stevenson (ex-Descendents), a sua volta sostituito da Emil Johnson prima e Chuck Biscuits poi, tra il 1982 e il 1983 (quest'ultimo è transitato attraverso una decina di gruppi nella sua carriera, tra i quali DOA, Circle Jerks, Danzig, Four Horsemen e Social Distortion). Bill Stevenson, infine, prese possesso definitivamente della batteria del gruppo, sino alle ultimissime produzioni dei Black Flag, quando fu sostituito da Anthony Martinez. Prima di Kira Rossler il basso passò anche tra le mani di Dale Nixon e successivamente, finì tra le grinfie di C'el Revuelta.
Ancora 1985 per l'EP The process of wedding out e un altro paio di prodotti a breve minutaggio, ma il gruppo era ormai agli sgoccioli: il loro ultimo concerto è datato 27 giugno 1986. La classica reunion, che non manca mai, nemmeno tra nomi così lontani dal classico business discografico (ma il discorso è troppo complesso da trattare in poche righe), diventa realtà nel 2003, con alcuni concerti losangeleni tenuti da Greg Ginn, Dez Cadena, ROBO e C'el Revuelta.
Shaun Ryder era il teppista e ladruncolo che cambiò la propria vita con il successo straordinario, in patria, dei mancuniani (Manchester) Happy Mondays. Sciolti gli Happy Mondays nel 1992, tutti si aspettavano di vedere il nome di Ryder tra i necrologi in breve tempo (droga e quant'altro: le dichiarazioni del tipetto potrebbero far rabbrividire un'anima candida). Nel 1993, invece, Ryder fondò i Black Grape (all'inizio si chiamavano semplicemente Mondays), con l'ex-compagno negli Happy Mondays Bez, alle percussioni, i rapper Jed (dai Ruthless Rap Assassins) e Kermit e i chitarristi Wags (Paul Wagstaff, ex-Paris Angels) e Craig Cannon (ex-Smiths, ma durò poco, rimpiazzato da Danny Saber, collaboratore dei Cypress Hill). Per la registrazione dell'album d'esordio, It's great when you're straight... yeah (Radioactive Records, 1995), Ryder reclutò un altro buon numero di musicisti e dopo la pubblicazione, vide il disco schizzare direttamente al primo posto della classifica britannica.
Con Kermit ricoverato in ospedale per una grave forma di setticemia (che lo portò vicino alla morte), nel 1996 i Black Grape si prepararono per un tour statunitense, ma al gruppo fu negato il visto d'ingresso per cause inerenti la droga. Ci vollero un paio di mesi per sbloccare la situazione e quando la situazione si sbloccò, Bez lasciò la band per beghe monetarie con la casa discografica. Il secondo album, Stupid stupid stupid (Radioactive Records 1997, numero 11 in UK), fu seguito da una serie di abbandoni e i Black Grape, ridotti a Ryder e Saber, si sciolsero. Shaun Ryder ritornò al passato, riformando gli Happy Mondays (nel 1999). I Black Grape sono tra i nomi della raccolta Danger zone.
I Blacklight Chameleons furono il gruppo di Dino Sorbello dopo lo scioglimento, nel 1984, dei Mad Violets, dove militava con la moglie Wendy Wild. La band nacque nel 1985, con Dino Sorbello alla chitarra e voce, Andrea Matthews alla batteria (ex-Outta Place), Bill Ebauer alle tastiere e Noreen Lewis al basso, la formazione che partecipò alla raccolta Declaration of fuzz, pubblicata dall'etichetta tedesca Glitterhouse nel 1986 e che incise l'album Blacklight Chameleons (1986, per la Voxx di Greg Shaw). Alcuni cambiamenti nella formazione (la voce di Sharon M, il basso di Marilyn Doherty e la batteria di Sigmund X) portarono verso il secondo album, Inner mission (1988, pubblicato da NBC Records). Sharon M, al secolo Sharon Middendorf, è una bellezza non da poco, cantante, chitarrista, produttrice e modella che, in seguito allo scioglimento dei Blacklight Chameleons, fonderà i Ten Wings e i Motorbaby. Il suo coinvolgimento nel gruppo merita di essere raccontato.
L'album Inner mission era già pronto e registrato quando il gruppo decise di pubblicare un annuncio per una cantante (ascoltando l'orribile voce di Sorbello nella canzone della raccolta Declaration of fuzz, l'intenzione è comprensibile). Sharon M non fece che cantare sulle basi già registrate. Secondo la stessa Sharon, Inner mission arrivò sino al terzo posto della classifica greca! Non è chiaro quando il gruppo si sia sciolto, ma non sono a conoscenza di altri dischi dei Blacklight Chameleons dopo Inner mission.
I quattro Black Sabbath sbucarono dagli antri infernali di Aston, sobborgo proletario della città inglese di Birmingham: Terrence Michael 'Geezer' Butler (basso, 17 luglio 1949), Frank Anthony 'Tony' Iommi (chitarra, 19 febbraio 1948), John Michael 'Ozzy' Osbourne (voce, 3 dicembre 1948) e William Thomas 'Bill' Ward (batteria, 5 maggio 1948), cominciarono la loro storia come quartetto nel 1967. Era soprattutto Ozzy ad avere alle spalle qualche esperienza musicale (nei Magic Lanterns, nei Rare Breed e negli Approach, sconosciute band di beat e/o psichedelia) e nell'ultimo dei nomi citati, il cantante ritrovò un vecchio compagno di scuola, Geezer Butler. Iommi e Ward, dal canto loro, suonavano nei Mythology, gruppo che si ritrovò senza cantante e bassista per divergenze di varia natura. Le due coppie si scontrarono casualmente in un pub e decisero di unire le forze per formare un gruppo di blues cazzuto. I primi nomi del quartetto furono Polka Tulk Blues Band (poi accorciato in Polka Tulk) e Earth e la musica molto valida, dato che la loro fama crebbe in maniera netta grazie alle esibizioni nei pub inglesi.
Non è chiaro cosa sia successo al gruppo negli anni successivi, ma come sbucando improvvisamente dall'antro di Satana, i quattro riemersero nel 1969 come Black Sabbath, anche perché esisteva un altro gruppo dal nome Earth che aveva già inciso un 45 giri (senza contare che in quel periodo di fine anni '60, anche un certo Bruce Springsteen, dall'altra parte dell'Atlantico, militò, tra gli altri, in un gruppo di nome Earth che, a quanto si dice, suonava un hard-rock durissimo, anche se poco posso dire in merito, non avendo la band inciso nulla; dubito che i nostri quattro inglesi ne fossero a conoscenza, ma le capacità infernali onniscienti non si devono sottovalutare). Perché Black Sabbath? Lasciando da parte le ipotesi su un presunto interesse promozionale da parte di Satana e accoliti, sembra che il nome provenga da un film horror che i nostri videro all'epoca, anche se alcune (poche) fonti parlano di un film con Boris Karloff del 1935 e tutti gli altri di una pellicola a episodi di Mario Bava del 1963, nella quale Karloff ha il compito di presentare e chiudere il tutto, oltre al ruolo del vampiro nel secondo dei tre segmenti, I wurdalack (I vampiri in lingua russa).
Il dizionario dei film Mereghetti recensisce il film di Bava unicamente come I tre volti della paura, mentre il Morandini, oltre al titolo già citato, aggiunge tra parentesi (Black Sabbath). Il titolo completo della versione anglosassone dovrebbe essere Black Sabbath shown at 10 pm. Entrambi i dizionari ignorano la pellicola del 1935 e in effetti, non se ne trova traccia nella filmografia di Karloff (nel 1935 l'attore interpretò tre film, The black room, The bride of Frankenstein e The raven). Altra ipotesi, la provenienza da una canzone ispirata da un racconto di Dennis Wheatley. Come stia la questione, i quattro ragazzi si resero conto che la gente è disposta a pagare per provare brividi e paura e perché, allora, non dare alla gente ciò che la gente vuole e non sotto forma di pagine scritte o immagini filmate, ma di musica? Dopo una breve avventura con l'etichetta Fontana, il gruppo firmò un contratto con la neonata Vertigo e pubblicò l'album d'esordio nel 1970, registrato in pochissimo tempo e con una spesa ridicola. Black Sabbath raggiunse l'ottavo posto nella classifica britannica e salì verso i primi venti anche in quella statunitense (dove fu pubblicato dalla Warner Bros: i titoli successivi s'intendono pubblicati dalla Vertigo in UK e dalla Warner Bros in USA, eccetto dove indicato).
Il bis giunse a strettissimo giro temporale, in quello stesso 1970: Paranoid migliorò le già buone quotazioni del gruppo e giunse a svettare nella classifica UK. L'album doveva intitolarsi War pigs, dal titolo della lunga canzone che lo apre, ma la casa discografica lo cambiò per non urtare la sensibilità di 'qualcuno', in un periodo caldo del conflitto in Vietnam: I maiali della guerra fu mutato nel più neutro Paranoid, titolo del singolo di successo che trascinò anche l'album. La produzione non conobbe sosta e nel 1971 i Black Sabbath pubblicarono forse il loro album più importante: Master of reality, col senno di poi, è uno dei pochi dischi imprescindibili per coloro che vogliono davvero capire l'evoluzione del rock duro dell'ultimo trentennio. Vol. 4 e Sabbath bloody Sabbath completarono la prima striscia vinilica del quartetto di Birmingham e lo fecero mantenendo le precedenti e già alte quotazioni commerciali. Le prime crepe vere e proprie nei rapporti personali, giunsero prima della pubblicazione del sesto album, Sabotage (1975), aggiunte al fallimento della World Wide Artists, editrice delle canzoni dei Black Sabbath.
A livello commerciale, Sabotage non soffrì di tutti i problemi che affliggevano il gruppo, a differenza del successivo Technical ecstasy (1976), album che non raggiunse le prime dieci posizioni in patria e le prime cinquanta statunitensi (per la prima volta in entrambi i casi; tra i due album ufficiali, la NEMS pubblicò l'antologia We sold our soul for rock'n'roll, 1975). I nodi arrivarono al pettine dopo il tour del 1977, quando Ozzy abbandonò il gruppo a causa delle continue discussioni sul percorso artistico da seguire e sul suo uso continuo e indefesso di sostanze di un certo tipo (usate un po' di fantasia...). Ai Black Sabbath, orfani di Ozzy, si unì Dave Walker, già voce dei Savoy Brown e per un breve periodo, anche dei Fleetwood Mac, ma i risultati furono deludenti. Osbourne tornò in seno al gruppo per registrare Never say die (1978), l'ultimo album dei Black Sabbath originali, il disco che chiuse la fase iniziale e gli anni '70 per i quattro di Birmingham. Ozzy si occupò della voce dei Black Sabbath per il tour del 1979, intitolato al decennio dalla nascita della band (10th anniversary tour). Anche Geezer Butler era sul punto di andarsene, ma poi cambiò idea e con Iommi, Ward e il nuovo cantante Ronnie James Dio, cominciò le prove del nuovo album, Heaven and hell (1980). Dio proveniva dai Rainbow di Ritchie Blackmore, ma la sua esperienza era di lunga data (la sua prima band importante, Elf, si formò alla fine degli anni '60).
L'album superò ogni più rosea aspettativa a livello artistico e si difese molto bene anche a livello commerciale. La tegola giunse durante il tour successivo: Bill Ward, batterista sin dai tempi dei Polka Tulk, abbandonò il gruppo per svariati problemi personali e familiari, ma fu rimpiazzato da un degno sostituto, Vinnie Appice, fratello del più famoso Carmine. La nuova formazione registrò un seguito più che buono a un capolavoro come Heaven and hell, Mob Rules (1981). La forte personalità del nuovo cantante, però, non tardò a creare problemi all'interno del gruppo, problemi che dopo il tour mondiale di Mob Rules giunsero a soluzione con la sua dipartita. Da quel tour fu tratto il primo album dal vivo vero e proprio dei Black Sabbath, Live evil (Live at last, del 1980, con registrazioni del 1973, è sempre stato considerato una specie di bootleg ufficiale o qualcosa di simile). Ronnie James Dio e Vinnie Appice se ne andarono a formare il gruppo Dio, che debuttò nel 1983 con Holy diver, mentre i Black Sabbath, diabolici come non mai, realizzarono un connubio di primo acchito impossibile, reclutando la vecchia voce dei Deep Purple, Ian Gillan (oltre al ritorno alla batteria di Bill Ward).
Born again, album odiato da Ian Gillan, riportò il gruppo nelle zone altissime della classifica britannica, anche se riuscì a scontentare un po' tutti, tanto che la produzione dei Black Sabbath si arrestò per tre anni. Le sostituzioni in serie (David Donato alla voce, Bev Bevan alla batteria, prima del nuovo ritorno di Bill Ward) crearono non poca confusione, tanto che l'esibizione al Live Aid della formazione originale dei Black Sabbath suscitò non poche speranze, ma fu un fuoco di paglia. Anche Geezer Butler se ne andò per formare un proprio gruppo e Tony Iommi si trovò da solo a gestire il patrimonio artistico della storica band. Seventh Star (1986), ancora oggi, è considerato da molti fans come un album solista di Tony Iommi, l'unico membro originale presente (con Glenn Hughes, ex-bassista dei Deep Purple, alla voce, Geoff Nicholls alle tastiere - già presente in molti album del gruppo e ora considerato membro effettivo - Dave Spitz al basso e Eric Singer alla batteria). Il disco, in effetti, nacque proprio come un progetto solista del chitarrista dei Black Sabbath e negli Stati Uniti non fu nemmeno formalmente pubblicato (anche se una versione su cassetta, pubblicata dalla Warner Bros, arrivò nei negozi). Durante il tour successivo alla pubblicazione dell'album, Glenn Hughes perse la voce a causa di un pugno alla gola e fu sostituito dallo sconosciuto Ray Gillen, il cantante che partecipò alle session dell'album successivo, The eternal idol (1987).
Scontento del risultato, Tony Iommi reclutò un altro cantante, Tony Martin (nativo di Birmingham) e registrò nuovamente tutte le parti vocali. L'album diventerà il più grande insuccesso commerciale nella storia dei Black Sabbath, 68° in Gran Bretagna e addirittura 168° in USA, ma il problema è che, secondo alcune fonti, l'album non è nemmeno uscito in Gran Bretagna: uno dei siti più completi dedicati al gruppo, cita la versione USA, Warner Bros, come sempre, ma per il lato albionico lista solamente la versione su cassetta e la ristampa in cd del 1996, pubblicata da Essential/Castle. Il gruppo si sfaldò per l'ennesima volta e per il tour successivo, oltre a Martin, Iommi e Nicholls, si aggregarono Jo Burt al basso e Terry Chimes (proprio lui, l'ex-Clash!) alla batteria. Per Headless cross (1989, pubblicato dalla IRS sia in UK che in USA, come i successivi, eccetto dove indicato) fu il grande Cozy Powell ad occuparsi della batteria (con Laurence Cottle al basso) e con la stessa formazione (a parte l'avvicendamento al basso, con il nuovo Neil Murray), i Black Sabbath registrarono TYR (1990). La sorpresa fu l'album del 1992, Dehumanizer, che riunì la formazione di Mob Rules (Iommi, Butler, Appice e Dio; IRS in UK e Reprise in USA).
Contrasti durante il tour provocarono il nuovo allontanamento di Dio e in questa serie infinita di corsi e ricorsi, Iommi, con Butler, reclutò Tony Martin e Geoff Nicholls e il nuovo batterista Bob Rondinelli (già nei Rainbow) per il nuovo album, Cross purposes (1994). Dopo Cross purposes live (1995), altri ritorni per l'ultimo album di studio vero e proprio a tutt'oggi, Forbidden (1995): la batteria di Cozy Powell e il basso di Neil Murray. Reunion, un doppio cd dal vivo pubblicato nel 1998 dalla Epic, riunì per la prima volta i Black Sabbath originali dai tempi del Live Aid del 1985 e rimane, inoltre, l'unico live ufficiale della band con la voce di Ozzy Osbourne (considerando che il vecchio Live at last non è mai stato ufficializzato dal gruppo). La lunga storia dei Black Sabbath si conclude a questo punto. I Black Sabbath compaiono in due raccolte di casa mia, The metal box (in tutti e tre i volumi) e Live and heavy.
Black Uhuru nacquero nel 1973 nel distretto di Waterhouse, a Kingston, capitale della Giamaica, con questa formazione: Ervin 'Don Carlos' Spencer, Rudolph 'Garth' Dennis e Derrick 'Duckie' Simpson. Il nome ha precisi riferimenti al movimento rasta e non solo: uhuru, in lingua swahili, significa libertà e dunque, non occorre spiegare il significato di Libertà Nera a coloro che sanno come funziona il mondo; gli altri accendano pure la televisione. L'esordio del trio fu un 45 giri pubblicato dalla Dynamic Top Cat, Romancing to the folk song, una cover di Curtis Mayfield. Il mancato successo provocò la fuga di Don Carlos (verso la carriera solista) e di Garth Dennis (direzione Wailing Souls, celeberrimo gruppo giamaicano). Rimasto solo, Simpson reclutò Michael Rose e Errol 'Tarzan' Nelson e con questa formazione registrò l'album Love crisis (Jammy's/Third World 1977), sul quale regna la confusione più assoluta. Diverse fonti lo segnalano come il primo album dei Black Uhuru, ma un sito dedicato interamente al reggae svela che il trio prestò il proprio canto a un disco di Prince Jammy; altri ancora dicono che Prince Jammy fu semplicemente il produttore del lavoro.
Come stia la questione, il disco fu l'unico registrato da quella formazione e fu ripubblicato da Greensleeves nel 1981 come Black sound of freedom. In quel periodo uscì la versione dub dell'album, Uhuru in dub, pubblicato da Jammy's e prodotto dallo stesso Prince Jammy. Tarzan Nelson se ne tornò al gruppo d'origine (i Jays o Jayes) e al duo rimasto si unì Sandra 'Puma' Jones, statunitense del North Carolina. Con questa formazione i Black Uhuru vissero il loro momento migliore, anche grazie alla produzione di Sly & Robbie (e all'etichetta del duo ritmico, la Taxi), con gli album Showcase (1979, D-Roy in UK), Sinsemilia (1980, dopo il passaggio alla Island, l'etichetta di tutti gli album successivi, sino a nuovo ordine), Red (1981), Chill out (1982), Tear it up - Live (1982), The dub factor (1983; versioni dub di canzoni tratte da Red e da Chill out) e Anthem (1984). Anthem, tra l'altro, vinse un Grammy Award. Un periodo di stasi dopo il grande successo di Anthem, generò la partenza di Michael Rose verso la carriera solista, sostituito da Delroy 'Junior' Reid. Il nuovo trio registrò due album più concentrati verso le discoteche che verso il reggae (Brutal, 1986 e Positive, 1987, entrambi Bellaphone/RAS). Dopo Positive (o prima, secondo una fonte: nell'album sarebbe stata sostituita da Olafunke) Sandra 'Puma' Jones lasciò il gruppo: morirà tre anni più tardi per un cancro.
Nel gruppo ritornò Don Carlos per una serie di album negli anni '90 (Now, 1990, Iron storm, 1991, Mystical truth, 1993 e Strongg 1994, tutti pubblicati da Mesa). Alla fine del decennio Dennis e Don Carlos lasciarono il gruppo e ingaggiarono una battaglia legale con Simpson per il possesso del nome Black Uhuru. Simpson vinse la battaglia legale e con i nuovi Andrew Bees e Jenifah Nyah registrò un album nel 2001, Dynasty (pubblicato da Jamaican No1). La nuova formazione durò poco, ma nel 2004 Simpson e Michael Rose annunciarono una riunione sotto il nome di Black Uhuru feat. Michael Rose (con la cantante Kay Starr); il trio registrò un singolo e cominciò a lavorare a un nuovo album (ma le notizie, nonostante le numerose fonti, si fermano a questo punto). La discografia stilata in questo pezzo è una miscela costruita sulle varie fonti rintracciate; scrivo questo perché non c'è una sola fonte che si accorda con un'altra, a livello di titoli, di natura dell'album, di anni di pubblicazione e soprattutto, di etichetta. I Black Uhuru sono presenti nella raccolta Feel the reggae con due canzoni (Brutal e Let us pray).
Questi Black Widow non hanno nulla a che fare con la storica band inglese. Il gruppo, belga, era formato da Rick Rex (voce), Stefan Verstappen (chitarra), Henry Tangel (basso) e Leon Urichts (batteria). Oltre a questo, non si riesce a sapere nulla. Il gruppo dovrebbe aver pubblicato un unico album (1984), Streetfighter e il brano che lo titola è presente nella raccolta The metal machine.
→BLASTERS←
I fratelli Phil e Dave Alvin nascono a Downey, una città posta a est di Los Angeles, California (Dave nel 1955, Phil nel 1953). La loro infanzia e la loro adolescenza, per un motivo o per un altro, furono circondate di musica, sino al giorno in cui Phil Alvin conobbe un bluesman di nome Ernie Franklin, che a sua volta conosceva musicisti come Big Joe Turner e Lee Allen. Il diciassettenne Phil Alvin si trovò così ad ammirare Big Joe Turner in concerto, con il supporto, tra i componenti della band, del sassofono di Lee Allen, leggendario nome della New Orleans musicale. Big Joe Turner diventerà la molla che spingerà Phil Alvin verso la musica attiva, allo stesso modo in cui Blind Lemon Jefferson aveva esercitato un'influenza sullo stesso bluesman. Dopo aver suonato in numerose band dalla vita effimera, i fratelli Alvin si avvicinarono al momento della nascita dei Blasters, trascinando con loro un musicista già coinvolto nel loro percorso, il batterista Bill Bateman: con la voce di Phil Alvin, la chitarra e il talento compositivo di Dave Alvin e il basso di John Bazz, nacquero i Blasters (siamo alla fine degli anni '70).
All'inizio c'era un certo Mike Kennedy al basso, ma come racconta Bill Bateman, fece una brutta fine per aver tentato di sradicare la sua ragazza dai magnaccia per cui batteva: "Lo uccisero tre volte: gli tagliarono la gola, gli spararono alla testa e lo bruciarono". Benvenuti a Los Angeles. Nel 1980 il gruppo incontrò Ronnie Wieser, proprietario dell'etichetta Rollin' Rock, specializzata in artisti rock'n'roll e rockabilly come Ray Campi, Charlie Feathers e Mac Curtis. La cassetta portatagli da Phil Alvin impressionò Weiser, che ingaggiò il gruppo e pagò le registrazioni del loro primo album: registrato in due giorni, American music uscì in quello stesso 1980, stampato, però, in sole quattromila copie. Gli stessi Blasters, al settimo cielo per aver avuto la possibilità di registrare un album, si dichiararono convinti che quello sarebbe stato anche l'unico. Per la cronaca e per i collezionisti, una copia di quelle quattromila vale oggi circa 100 dollari. Ad aumentare la notorietà e la considerazione verso la band, contribuì un rocker inglese alla Elvis, Shakin' Stevens, che registrò una canzone dell'esordio dei Blasters, Marie Marie, firmata da Dave Alvin (come tutte le composizioni originali del gruppo) e la portò sino ai primi venti della classifica britannica dei singoli.
I Queen, proprio il gruppo di Freddie Mercury, chiesero ai Blasters di supportare il loro tour di quell'anno nell'ovest degli Stati Uniti. I Blasters, comprensibilmente, accettarono: quale migliore occasione di suonare dinanzi a folle immense? Il tour fu un disastro per la band, bersagliata da ogni oggetto possibile durante le brevi mezz'ore che dovevano servire da apripista a Brian May e compagni. A Tempe, in Arizona, Phil Alvin fu quasi centrato in faccia da una bottiglia, che continuando la sua corsa s'infranse sulla batteria, ferendo alle mani e alle braccia Bill Bateman. Il tour, in ogni caso, diede visibilità ai Blasters, i quali, tradendo quella che era la convinzione di Wieser, di avere la band in esclusiva per la Rollin' Rock, cercarono un'etichetta che sapesse spenderli meglio. I quattro trovarono l'indipendente Slash Records (distribuita dalla Warner Bros), mentre l'incazzato Weiser ritirò per ripicca le poche copie rimaste in circolazione di American music. Dave Alvin si è sempre battuto contro la ristampa di quell'album, ma questa è arrivata nel 1997, su cd, pur con il parere contrario anche dell'altro fratello, Phil. I Blasters diventarono un gruppo di sette elementi, con l'aggiunta del loro mito Lee Allen al sassofono, di un altro sassofonista, Steve Berlin e del pianista Gene Taylor.
Il debutto per la Slash e primo album distribuito seriamente, fu The Blasters, del 1981, contenente alcune canzoni già presenti in American music (Marie Marie, American music e Never no more blues), una manciata di cover e gli originali nuovi di zecca di Dave Alvin, tra i quali, la splendida Border Radio. Il gruppo passò buona parte del 1982 in giro per i palchi degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, senza contare le apparizioni televisive (ne fecero una anche in Italia, pensate un po'). Rodati dagli impegni, ma per nulla stanchi (questo dice l'ascolto), i nostri registrarono l'ultimo concerto inglese del tour, al Venue di Londra e ne fecero un mini-LP dal vivo che ancora oggi grida vendetta: sei canzoni suonate con foga e grinta straordinaria, per nemmeno quindici minuti di musica e alla luce della qualità immensa della stessa, è lecito chiedersi perché un mini-album e non un album intero. Il dischetto, per la cronaca, s'intitola Over there - Live at the Venue London (1982). In quel periodo i Blasters rifiutarono l'offerta di scrivere la colonna sonora del film 48 ore, con Eddie Murphy e Nick Nolte, per motivi che non mi sono chiari e l'anno successivo accettarono di comparire con due loro canzoni nella colonna sonora di Streets of fire (trattasi di One bad stud e Blue shadows).
Il 1983 è anche l'anno del secondo album dei Blasters per la Slash, Non fiction, dopo il quale il gruppo perderà alcuni elementi per la strada. Lee Allen si defilò (morirà nel 1994, a 68 anni), mentre Steve Berlin s'innamorò a tal punto di un gruppo di East Los Angeles, i Los Lobos, che dopo averlo prodotto entrò a farne parte. Gene Taylor continuò a rimanere nei paraggi e infatti, fa parte della formazione dell'ultimo album dei Blasters. Hard line (1985) superò ogni più rosea aspettativa, candidandosi tra i più compiuti e straordinari lavori di quella American music che la band propagandava da qualche anno. Segnato da infiniti problemi e conflitti (tra i fratelli Alvin, sempre più litigiosi e tra il gruppo e la Warner Bros, che disfava e comandava su ogni cosa), Hard line sembra il risultato di un miracolo musicale. Accettato il produttore (Jeff Eyrich) voluto dalla Warner Bros, i Blasters si rivolsero anche ad un autore da loro molto apprezzato, Little Bastard John (Cougar) Mellencamp, che scrisse e produsse Colored lights, pubblicata su 45 giri: l'obiettivo del singolo di successo fu mancato, ma la canzone è davvero splendida. I Blasters si affidarono al produttore dello stesso John Cougar Mellencamp, Don Gehman, mago dei suoni squillanti e secchi, per un altro pezzo, Just another Sunday.
Dopo i concerti e alcune apparizioni televisive, il gruppò si defilò, aprendo una serie di progetti laterali e suggerendo ai più che il loro tempo era ormai finito. Dopo un concerto a Montreal, nel novembre del 1985, anche Gene Taylor lasciò i Blasters, disgustato dalla qualità dell'esibizione. Dave Alvin, sempre più stanco del fratello e della band, dopo quella sera di Montreal si unì agli X senza il chitarrista Billy Zooom (che aveva abbandonato il gruppo) e registrò un album come Knitters (Poor little critter on the road, Slash 1985). Le voci di un suo eventuale inserimento nel gruppo di Exene e John Doe, continuarono senza sosta sino allo scioglimento degli X. Dave Alvin era forse il più grande amico di John Doe e con lui scrisse anche due canzoni di Hard line (Just another Sunday e Little honey, che gli X registreranno in versione metallica nel loro Ain't love grand, in quello stesso 1985). Da ciò che racconta lo stesso chitarrista e autore, dopo il disastro di Montreal Dave Alvin incontrò John Doe a New York, il quale gli chiese se gli andava di unirsi agli X: Dave rispose di sì in maniera entusista, ma "una volta che diventai membro degli X, gli X diventarono Knitters".
Dave Alvin cercò di continuare l'esperienza Blasters e chiese a Nick Lowe di produrre l'album successivo, ma come sempre, il fratello Phil fu assolutamente contrario: "Voleva farci diventare una fottuta rock band!!!". Le session registrate non furono mai pubblicate, ma tra quelle canzoni c'era un capolavoro del solito Dave, 4th of July, che nel 1987, nel giro di quale mese, finirà nel primo album solista di Dave Alvin (Every night about this time) e nell'ultimo album degli X prima fase, lo splendido See how we are: il trattamento degli X renderà 4th of July una canzone da leggenda (almeno, per quanto mi riguarda). Nel 1986 fu Phil Alvin a debuttare da solista con un'operazione di archeologia sonora, Unsung stories. I Blasters sembrarono rinascere con l'inserimento del chitarrista Michael Mann, detto Hollywood Fats, che sostituì il dimissionario Dave Alvin. Hollywood Fats, pur non essendo mai diventato una celebrità (e mai lo diventerà...), godeva di una fama rimarchevole, soprattutti tra i colleghi musicisti. La cosa durò poco, giusto gli otto mesi passati in tour nel 1986 e i progetti per il nuovo album da registrare: Hollywood Fats, amante di qualunque sostanza possa devastare il proprio corpo, morì per overdose nel dicembre del 1986.
Nei primi mesi del 1987 i Blasters affrontarono un tour europeo (che toccò anche l'Italia: questo è il mio parere sul concerto di Bassano) con il redivivo Dave Alvin alla chitarra. Il ritorno in Europa in quello stesso anno, vide Dave Alvin sostituito dall'ex-chitarrista degli X Billy Zoom. Dopo due settimane nei Blasters, Billy Zoom abbandonò il gruppo e la musica per sempre. Con il chitarrista Greg 'Smokey' Hormel il gruppo vivacchiò per molto tempo, in attesa che la teoria matematica che Phil Alvin stava tentando da anni di elaborare, giungesse alla soluzione definitiva. Nel 1991 la Warner Bros pubblicò la raccolta The Blasters collection, contenente brani già apparsi negli album del gruppo, inediti e cover. Le tournée si susseguirono, come i ritorni in seno alla band di Dave Alvin. Nel 1993 Phil Alvin pubblicò finalmente la propria teoria, diventando uno dei massimi teorici matematici del mondo (fidiamoci della fonte). Bill Bateman aveva già abbandonato il gruppo, sostituito da Dave Carroll e in breve lasso di tempo, anche Hormel lasciò. Il posto vacante di chitarrista fu occupato da James Intveld, continuando una specie di tortura per gli appassionati, 'costretti' a vedere saltuariamente il gruppo impegnato in tour, ma nessun album nuovo da comprare.
Nel 1993 sembrò la volta buona, ma Phil Alvin rinunciò all'album dei Blasters e preferì registrare il suo secondo lavoro solista. Nel 1994 Dave Carroll lasciò la batteria a Jerry Angel. Nel 1995 i Blasters ebbero un ospite speciale a un loro concerto, un certo Bruce Springsteen, che imbracciò la chitarra e suonò con loro numerose canzoni. Phil Alvin ne fu stupefatto: "Io non sapevo com'era come chitarrista, ma amico! Conosceva tutte le canzoni dei Blasters! Springsteen suonò alla grande!". Da quell'avvenimento nacque l'idea di un album dal vivo. Registrato l'8 luglio del 1995, il nastro del concerto non appagò i responsabili della Private Music, un'etichetta sussidiaria della BMG, che chiesero degli aggiustamenti e delle sovraincisioni di studio. I Blasters rifiutarono di rovinare l'integrità di quel momento magico e preferirono registrare degli altri concerti, per poi unirli in un unico album dal vivo. L'originario Live at the House of Blues diventò The Blasters: at home, pubblicato all'inizio del 1996. Nel 1996 James Intveld lasciò i Blasters per seguire una carriera solista e fu sostituito da Keith Wyatt, un insegnante di musica che aveva scritto numerosi libri sulle tecniche chitarristiche.
Degli ultimi anni poco potrei dire, se non che nel 2005 i Blasters erano ancora vivi e vegeti, con la formazione composta da Phil Alvin, l'eterno John Bazz, Keith Wyatt e Jerry Angel. Di nuovi album nemmeno l'ombra, l'ultimo rimane quell'Hard line del 1985. Adieu.
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